mercoledì 23 dicembre 2009

Buon Natale e Felice Anno Nuovo




Ritorno il 7 Gennaio (forse....)

La Chicchetta - 215

martedì 22 dicembre 2009

Il capitalismo distrugge il mondo


Il fallimento del vertice sul clima di Copenaghen ampiamente previsto è puntualmente arrivato. La Cina che nella folle corsa alla occidentalizzazione della sua economia alla quale ha sacrificato il suo paesaggio, la sua cultura, la sua stessa identità e milioni di vite umane distrutte dall'inquinamento e dal feroce sfruttamento schiavistico delle fabbriche, non ha voluto accettare di moderare la crescita del suo PIL, il nuovo Idolo Molok. Gli USA che consumano la massima parte delle risorse del pianeta e che sono restii a porre freni vincoli e regole alle multinazionali dalle quali sono controllati sono giunti all'appuntamento mondiale di Copenaghen con una posizione debolissima. Il capitalismo sta distruggendo il pianeta nel quale viviamo, usando anche il regime "comunista" più potente e più ricco del mondo, avviato in una folle corsa verso una produzione senza fine per consumi senza fine allo scopo di creare non benessere per il miliardo di esseri umani cinesi ma una casta di qualche migliaia di miliardari-mandarini che contempleranno le ombre degli schiavi che brulicano notte e giorno nelle città immerse nello smog dall'alto di grattacieli copiati da New York. La fuoriuscita dell'economia cinese dal socialismo per un liberismo selvaggio ed atroce nelle sue crudeltà sociali è il micidiale additivo di cui il mondo non aveva bisogno per precipitare verso la fine. La natura si ribella e già ne avvertiamo terribili segnali nello scioglimento dei ghiacci e nella intensificazione degli uragani. L'inquinamento delle città produce mortalità da cancro in misura oramai epidemiologica.Il capitalismo e la sua diffusione nel pianeta è la catastrofe, una bomba ad orologeria che farà saltare ogni equilibrio. I rifiuti velenosi delle industrie hanno avvelenato l'Africa e i mari che la bagnano mentre una immensa isola di rifiuti di plastica navica negli oceani e uccide i pesci. Nei prossimi anni andrà sempre peggio ma sarà sempre difficile trovare un punto di accordo per congelare la situazione e poi invertire la tendenza. Non esiste una forza morale capace di aggregare le forze necessarie a ricondurre la speranza di un clima "normale". Soltanto una vittoria del socialismo e la realizzazione di un modello di sviluppo diverso basato sopratutto sui consumi collettivi e sulla riduzione dei consumi individuali potrebbe combattere il crescente degrado del mondo. Ma questo è fuori dalle concrete prospettive politiche anche se la crisi finanziaria del capitalismo è assai lontana dall'essere chiusa e la disoccupazione dilagante in tutto l'Occidente ne è la spia.


Insomma, la fine della storia profetizzata da Fukuyama come vittoria del capitalismo e suo trionfo sull'umanità è davvero alle porte ma è la fine dello stesso pianeta.



By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 214

lunedì 21 dicembre 2009


Il farmaco abortivo Ru486 è ritenuto sicuro in tutto il mondo.
Ma per impedirne l’uso il centrodestra sta usando qualsiasi arma



Si perdoni l’abuso di citazione di Flaiano. Ma per descrivere la grottesca evoluzione del “caso Ru486” nulla è più azzeccato del suo: «La situazione è disperata, ma non seria». Come altrimenti definire il risultato del lavoro svolto in questi due mesi dalla maggioranza in commissione Igiene e sanità del Senato per indagare sulla presunta pericolosità del farmaco abortivo, e riassunto nella relazione conclusiva del presidente Pdl, Antonio Tomassini, presentata il 24 novembre scorso? Usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, considerata farmaco essenziale dalla Oms, reputata sicura dall’Agenzia europea del farmaco, raccomandata dai più prestigiosi istituti internazionali di farmacologia (dal Royal college of obstetricians and gynaecologists all’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé, all’American college of obstetricians and gynecologists, tutti concordano sul fatto che il mifepristone è una valida alternativa all’aborto chirurgico), non appena la Mifegine-Ru486 entra nei confini italiani, secondo gli eminenti non esperti di interruzioni volontarie di gravidanza ascoltati in commissione, si tramuta in una sorta di micidiale cocktail come fosse una droga o un veleno e non un farmaco. E per questo non deve essere commercializzata.
Poco conta il fatto che già da quattro mesi, ma con oltre seicento giorni di ritardo sul termine indicato dalla legge per chiudere l’iter di valutazione, la commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco abbia dato il via libera all’uso in ospedale. L’Aifa agisce in base agli indirizzi del ministero della Salute. Ed è questo uno dei tratti più esilaranti - ma in realtà drammatici - della vicenda. Perché l’indagine del Senato è stata messa su in fretta e furia, dopo il placet dell’Agenzia, su invocazione dell'ex ministro della Salute, Maurizio Sacconi. E indovinate chi sono stati i primi “tecnici” convocati dal presidente Tomassini? Guido Rasi (21 ottobre) e Sergio Pecorelli (5 novembre), rispettivamente dg e presidente dell’Agenzia. Tenendo bene a mente che il lavoro dei senatori è pagato con soldi dei cittadini, ricordiamo che Rasi il giorno prima dell’audizione aveva affermato che «non c’erano motivi per non autorizzare la Ru486, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”».
C’è poi la questione dei decessi che si presumono legati all’assunzione della Ru486. È questo il lato più delicato della vicenda, ma il dato delle 29 morti (in venti anni, in tutto il mondo, su milioni di interruzioni volontarie di gravidanza per via farmacologica) è usato dai non esperti di Ivg come “arma” per impressionare le donne italiane e ostacolare l’uso della pillola abortiva. Tra tutti svetta Assuntina Morresi, docente di Chimica fisica, consulente del ministero nonché editorialista dell’Avvenire e, autrice di un libro contro l’aborto e la Ru486. Ebbene, tra quei 29 casi enunciati ci sono addirittura due uomini, secondo quanto ha riportato l’Aduc. Mentre tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno usato il farmaco in dosaggi e modi non previsti dal protocollo. Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso fra decesso e uso della Ru486. Ma non vale nulla ai fini dell’autorizzazione al commercio (che difatti è stata rilasciata ovunque l’aborto è legale), poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni.


Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta.



By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 213

venerdì 18 dicembre 2009

Finanziaria e fiducia: governo paralizzato




In questi giorni, sulla legge Finanziaria, è scoppiato l'ennesimo scontro nella maggioranza. Definendo "deprecabile" la decisione del Governo di chiedere la fiducia sulla legge, il presidente della Camera, Fini, ha dato fuoco alle polveri ammutolendo la maggioranza in aula ma facendola infuriare fuori. Per aiutare i lettori a capire, servono alcune spiegazioni che i giornali non sempre danno. Legge Finanziaria e Bilancio sono i documenti che fissano la politica economica del Governo. Essendo una legge ordinaria, la Finanziaria può essere emendata nel corso del suo esame. Il Governo ha però il diritto di porre su qualunque testo la cosiddetta questione di fiducia. Può cioè chiedere al Parlamento di non esaminare gli emendamenti e di votare il testo così come è. Ovviamente se il Parlamento respinge quel testo, il Governo deve dimettersi. Il ricorso alla fiducia può avere due giustificazioni. Se l'opposizione fa ostruzionismo presentando emendamenti a valanga, il governo, ponendo la fiducia, può stroncare la manovra. Se, invece, il governo teme che qualche emendamento possa passare col voto congiunto dell'opposizione e di segmenti della maggioranza, porre la fiducia lo impedisce. In queste settimane l'opposizione non ha fatto ostruzionismo. Dunque la paura del governo è l'altra. La secca dichiarazione di Fini è giustificata, anche se è forse la prima volta che un presidente della Camera scende su questo terreno. Questo conferma le fratture dentro la maggioranza. Al Senato, il presidente della Commissione Finanze, Baldassarri, esponente autorevole del Pdl, aveva presentato una serie di emendamenti che rivoluzionavano totalmente l'impostazione della Finanziaria. Vi è stata poi la violenta polemica fra Brunetta e Tremonti che il presidente del Consiglio ha contenuto a stento. Da un lato Tremonti è rassegnato all'idea che le condizioni della finanza pubblica non consentano di fare assolutamente nulla e taglia tutto il possibile. Nel Bilancio le spese in conto capitale scendono ulteriormente dal 3,4% del Pil nel 2009 al 2,3% nel 2012. È una scelta saggia? Molti ministri, la Confindustria, i sindacati e la maggior parte degli esperti pensano che sia indispensabile sostenere la ripresa economica, senza aggravare i conti pubblici e quindi incidendo sulle spese correnti. Il Governo non ha il coraggio di esplorare questa via. Fini ha quindi impietosamente rivelato la verità di un Governo paralizzato dall'incertezza. Ma ovviamente la storia non finisce qui.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 212

giovedì 17 dicembre 2009

O l'Italia cambia o ci saranno altri Tartaglia


La violentissima e rozza campagna di stampa che il Giornale di Feltri ha scatenato contro Gianfranco Fini, questa sì indice di imbarbarimento di testate dal nome glorioso, non devono far perdere di vista un auspicio in forma dubitativa che il presidente della Camera ha comunicato ieri ai giornalisti: abbiamo superato da tempo il livello di guardia nello scontro politico. Siamo calati in una palude in cui anche gli innocenti, ogni volta che si muovono, spingono fango. Siamo precipitati in un b movie, una fiction scadente in cui un premier, prima di essere bersagliato da un pazzo che probabilmente si sentiva legittimato da un clima di ostilità verso Berlusconi, è stato accusato delle peggiori e più assurde nefandezze. È un Paese normale quello in cui un premier viene paragonato a un tiranno? No, e una volta tanto ha ragione Marcello Veneziani: se c'è il tiranno, c'è il diritto al tirannicidio. Se questa idea malsana non viene espiantata, anche attraverso un'azione di moderazione complessiva del dibattito pubblico trasformato in una cacofonica caciara, ci sarà sempre qualche altro Tartaglia più o meno scemo pronto a emulare l'opera maledetta dell'elettricista psicopatico. Ma è un Paese normale quello in cui sull'opposizione, di tanto in tanto, vengono caricate accuse di golpismo, di stalinismo, di veterocomunismo o fate voi? No, neppure in questo caso l'Italia è una democrazia normale. Certa stampa cosiddetta moderata o di centrodestra c'ha messo del suo nell'inquinamento dei pozzi della nostra qualità democratica. Leggere, per dire, di Casini come "mandante morale" del gesto di Tartaglia fa accapponare la pelle, o fa girare le palle, fate voi. Qui il buonismo non c'entra, stiamo solo parlando di quel minimo di decenza che chi scrive dovrebbe rispettare. Altro che buonismo, altro che cattivismo, gemelli uguali e diversi di una nazione che ancora non ha imparato a confrontarsi sul terreno, ostico ma corretto, del conflitto tra idee, della competizione tra proposte, delle inchieste serie condotte seriamente, ovvero il contrario della campagna di Repubblica sul Berlusconi paramafioso e del Giornale sul povero Dino Boffo. L'hanno massacrato e poi Feltri ha detto: mi sono sbagliato. E pure senza fare mea culpa. Complimenti.





By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 211

mercoledì 11 novembre 2009

Prescrizione a misura di premier
l'ultimo escamotage di Ghedini


Da avvocato si è battuto per averla, da suggeritore e mente giuridica di Berlusconi la proporrà come ultima chance per salvare il suo cliente. È l'ultima trovata di Niccolò Ghedini per sciogliere il Cavaliere dai lacci dei processi milanesi, Mills, Mediaset e Mediatrade. Si può battezzare così: prescrizione del reato modello avvocati e imputati, fatta apposta per estinguere il delitto il più in fretta possibile, quindi brevissima. Ecco il meccanismo: oggi il tempo entro cui un crimine non è più perseguibile penalmente si ferma ogni volta che il processo stesso subisce degli stop, delle sospensioni dovute alla richiesta delle parti. La Cirielli consente che il recupero non possa superare i 60 giorni. Un esempio: per il prossimo 16 novembre, a Milano, Ghedini ha annunciato che eccepirà un legittimo impedimento e dirà ai giudici del processo Mediaset, in fase di riavvio dopo il congelamento del lodo Alfano, che l'udienza non si può tenere in quanto Berlusconi è impegnato a Roma per un summit della Fao. L'udienza dovrà essere rifissata a discrezione del tribunale, ipotizziamo, dopo due settimane o un mese. Con le attuali regole, la prescrizione si ferma, non corre per tutto il lasso di tempo compreso tra l'udienza saltata e quella successiva. Cosa propone Ghedini? Che essa si blocchi solo per il tempo dell'impegno, la giornata del vertice Fao nel nostro caso, visto che se il tribunale volesse, potrebbe anche fare udienza a 24 ore di distanza da quella saltata. E così, per tutte le sospensioni che il processo può subire, la prescrizione viene recuperata solo per il tempo pari alla durata dello stop. È evidente come ciò può avvantaggiare Berlusconi per via dei suoi impegni da premier e qualsiasi imputato che abbia avvocati agguerriti. Una regola graditissima ai penalisti, che per anni si sono battuti inutilmente per ottenerla, ma sono sempre stati sconfitti dalla Cassazione. È una soluzione che Ghedini spenderebbe come il danno minore rispetto a quella ben più drastica, il taglio netto di un quarto della prescrizione per i reati sotto i dieci anni.



By Angelo Stelitano
martedì 10 novembre 2009

Ora anche qui sbarca on line il Ku Klux Klan


Pare che abbia aperto la filiale italiana del Ku Klux Klan*. Non sapevamo che fosse un franchising, ma si vede che il metodo funziona anche applicato alle organizzazioni criminali iper razziste. Chiaro che il prodotto si presta. Ci sono l’odio per tutti gli altri, le uniformi, i rituali, la gerarchia, le possibilità di carriera. Tutte le attrattive che fanno la fortuna di un ampia categoria di organizzazioni, nelle quali il pensiero e la riflessione non sono esattamente al centro delle aspirazioni. Come si dice, da noi c’è mercato: il razzismo si porta molto, ed è una tendenza consolidata che non accenna a periodi di stanca. In realtà il Klan dovrebbe arrivare dopo la guerra di secessione, ma adesso non vorrei dare involontari suggerimenti a chi fosse anche troppo disposto ad accoglierli. Ci son molte cose tragicamente buffe in questa storia. Una è che per il Klan originale gli Italiani erano da considerarsi più o meno come dei subumani che imitavano la razza eletta. Quindi gli aspiranti affiliati nostrani entrerebbero con orgoglio in una organizzazione che trovava giusto e logico linciare il loro lontani parenti. L’altra è che associarsi a una organizzazione xenofoba che viene da fuori è una cosa che sfida il concetto stesso di senso del ridicolo. Infine, chissà quanti desiderano legare al Klan il loro destino, e sono proprio quelli che più di ogni cosa odiano i clandestini.


*è il nome utilizzato da numerose organizzazioni americane, di stampo spesso terroristico, che propugnano la superiorità della razza bianca. Storicamente si distinguono tre fasi del movimento: una prima dal 1865 al 1874 come confraternita di ex militari dell'esercito degli Stati Confederati d'America, una seconda dal 1915 al 1944, in cui il movimento ha assunto la fisionomia che oggi consideriamo tipica, ed una terza dal secondo dopoguerra ad oggi, caratterizzato dalla grande frammentazione del movimento in una miriade di piccole organizzazioni fra loro ufficialmente scollegate che utilizzano il nome KKK o sue varianti.
Il nome Ku Klux Klan deriva dalla parola greca κύκλος ("kyklos"), che sta per cerchio, e la parola di origine scozzese clan. Meno supportata è la credenza che abbia un'origine onomatopeica per il fatto che il suono della parola ricorda il rumore prodotto dall'azione di ricaricare un'arma.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 210

lunedì 9 novembre 2009

Berlusconi ordina, Nicolò e Angelino obbediscono



Il processo Mills e quello per i fondi neri a Mediaset. E poi, ancora, le conseguenze di quello in secondo grado al suo amico Marcello Dell’Utri, l’eventualità della riaperture di inchieste che lo riguardano a Caltanissetta, Palermo e Firenze. Berlusconi, dopo il respingimento del Lodo Alfano da parte della Corte costituzionale, ha di che preoccuparsi. Rimandata l’udienza del processo per i fondi neri per gli impegni al vertice Fao, Silvio Berlusconi sta cercando di forzare i tempi affidandosi al proprio avvocato Ghedini, che sta lavorando notte e giorno per trovare una soluzione (che possa essere accolta dai finiani) di prescrizione. Ci lavora eccome, Ghedini, nonostante le dichiarazioni rassicuranti del ministro della Giustizia Angelino Alfano, pressato dalla stampa, ha dichiarato che «il governo non sta studiando alcuna norma in materia di prescrizione ». Il tema del giorno, che sia una priorità o meno del Paese, è ormai al centro del dibattito politico e tutto ruota attorno a esso. «La riforma della giustizia non è uno sfizio di Berlusconi, né un capriccio della maggioranza, ma un’esigenza del Paese - ha proseguito Alfano -. Ho sempre detto che la riforma costituzionale avrebbe dovuto essere cornice e punto di approdo di tutte le altre riforme, e questa linea non è mai cambiata». Ma per Alfano la sede del dibattito su un’eventuale riforma non è rappresentata dalle commissioni e dalle aule parlamentari, ma dalla Consulta del Pdl presieduta dall’avvocato-parlamentare Nicolò Ghedini, appunto, e il ministro precisa che «è esattamente su quei testi che bisogna ragionare». Il ministro ha anche ribadito l’intenzione del governo di andare avanti anche «a fronte di un mancato accordo» con l’opposizione, motivando questa scelta perché «come ministro della Giustizia non mi sento di dire che non abbiamo fatto nulla ma abbiamo molto dialogato». Quanta fretta dopo la bocciatura del Lodo. Anche senza avere informatori nei “palazzi” è evidente che il premier sta facendo pressioni di ogni genere sui suoi e sugli alleati per uscire dalla strettoia che gli si presenta con la riapertura di processi che il premier sperava di aver evitato. Da qui una campagna durissima, con le polemiche e le censure alla magistratura e per accelerare i tempi in sede di proposta (che sia decreto, mini emendamento ad altro testo in discussione o disegno di legge non importa, basta che si faccia e si faccia in fretta). E questa “campagna d’autunno” sembra aver ottenuto un primo risultato con l’assenso da parte dell’Udc di Casini a partecipare alla Consulta Ghedini. A fargli da blocco non solo la sparuta pattuglia di parlamentari del Pd in ordine sparso (cosa faranno i teodem e i rutelliani in uscita?), ma soprattutto Fini e Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia a Montecitorio. Finora i due sono riusciti a bloccare sul nascere ogni escamotage dell’avvocato del premier di far uscire dal cappello da prestigiatore qualsiasi forma più o meno palese di prescrizione abbreviata che possa in qualche modo far saltare i processi che riguardano il presidente del Consiglio, in particolare quello Mills. E nelle procure e nei tribunali, consapevoli che il Pdl potrebbe mettere in atto in tempi brevi un colpo di mano, si stanno accelerando i tempi.

È una corsa contro il tempo, della quale tutti i protagonisti sono al corrente.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 209

venerdì 6 novembre 2009

LA VANDEA ITALIANA DOPO LA SENTENZA DI STRASBURGO


I Palazzi dell'Oligarchia e l'intera batteria massmediatica del Paese si sono scatenati in una furibonda contestazione della sentenza della Corte di Giustizia Europea sulla esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. Il Giornale del Presidente del Consiglio si è spinto fino alla trivialità di ingiuriare come ubriaconi i giudici di Strasburgo ed una vera e propria vandea sovrastata da alte grida si è creata dopo l'allineamento del capo della opposizione parlamentare alle critiche del governo italiano e degli esponenti del clericalismo oscurantista come Buttiglione. L'allineamento di quasi tutta la stampa e di tutta la televisione italiana al linciaggio della Corte con centinaia di articoli infarciti di falsità e retorica patriottarda ed identitaria deve fare riflettere sulla libertà di informazione rivendicata ipocritamente da una recente manifestazione di "mantenuti" del Governo che spende sette miliardi di euro l'anno proprio per avere una stampa di regime.
La sentenza di Strasburgo non c'entra niente con la laicità e la paventata deriva "laicista" dell'Europa!
C'entra molto, moltissimo con la tutela dei diritti della persona a cui non può essere imposta un simbolo religioso in cui non si riconosce o perchè di altra fede o perchè ateo. La sentenza è perfettamente coerente con il Diritto italiano che in una recente sentenza della Cassazione favorevole al giudice Luigi Tosti ha affermato lo stesso principio peraltro rispettoso dell'art.8 della Costituzione che testualmente dice: "tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge". Soltanto se una legge italiana modificasse la Costituzione tornando a fare della religione cattolica la sola è unica religione di Stato sarebbe illegittima la sentenza di Strasburgo. Ma lo stesso Vaticano, nel 1984, ha riconosciuto essere la religione cattolica soltanto una delle confessioni religiose che lo Stato ammette nel suo ordinamento. In quanto al Crocifisso simbolo della identità nazionale bisogna osservare che soltanto dal 1922 con leggi volute dal fascismo per recuperare il consenso della Chiesa e dare un fondamento "spirituale" ad un regime violento e totalitario è stato introdotto nelle scuole e poi negli uffici pubblici per diventare infine espressione della religione di Stato con i patti lateranensi del 1929. Fino ad allora lo Stato nato dal Risorgimento aveva affidato l'identità italiana agli ideali che Cavour, Mazzini, Garibaldi avevano posto a base dell'unificazione del Paese. Nella storia millenaria d'Italia il Crocifisso non sempre ha avuto un ruolo positivo e benefico. Migliaia di disgraziati come Giordano Bruno e le vittime della Inquisizione sono state torturati e bruciati vivi con l'assistenza di un monaco o di un prete muniti di un Crocifisso che veniva mostrato ai condannati invitati alla conversione ed al pentimento per non parlare dell'uso che se ne è fatto nelle conquiste coloniali e nell'aggressione crociate ai popoli dell'Islam. Dalla dichiarazione di Costantino che fece del cristianesimo instrumentum regni fino al tardissimo settecento il Crocifisso è stato usato per sopprimere i "miscredenti". Ricordo per tutti il martirio di Ipazia, grande filosofa e matematica alessandrina, torturata, scorticata viva e poi squartata da ferocissimi monaci. Negli Usa il KKK pianta enormi croci brucianti nei luoghi dove massacrano i neri o i "diversi". Certamente il cristianesimo nel corso della sua storia ha sviluppato anche valori positivi specialmente di solidarietà. Per questi i cattolici che sono davvero cristiani e non vogliono fare violenza agli altri non condividono l'esposizione del crocifisso nei pubblici uffici e non avallano la deriva sanfedista imposta da Benedetto XVI e dalla Chiesa di Ruini e Bagnasco. Ma, si troveranno in difficoltà come tutti i laici italiani dal momento che i Palazzi della politica ribadiscono il diritto al monopolio cattolico mentre l'italia diventa multietnica. La sentenza civilissima di Strasburgo in Italia ha sortito l'effetto paradossale di allargare il fronte identitario, fondamentalista, razzista. La sentenza sarà disattesa. Berlusconi non dichiara forse che se i giudici lo dovessero condannare resterà al suo posto al governo? Perchè dunque il Crocifisso non dovrebbe continuare ad essere esposto nelle scuole e negli uffici pubblici?

I giudici italiani sono rossi. Quelli europei ubriaconi.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 208

giovedì 5 novembre 2009

L’INFLUENZA DIMENTICATA

Quando finirà questa conta quotidiana dei ricoverati e dei morti per influenza A? Prima o poi finirà, per overdose. Dall’apertura dei telegiornali si passerà a metà notiziario e poi in coda, senza filmati. Dai singoli decessi si passerà a raggrupparli per decine e poi se ne parlerà sempre meno. Non potrà essere che così. Il viceministro Fazio dice che l’influenza A ha un grado di letalità dieci volte inferiore a quello di una qualsiasi altra influenza classica. Però è più contagiosa. Allora, se la classica influenza stagionale causa circa 8.000 decessi l’anno per sopravvenute complicazioni, potremmo prevedere un migliaio di morti per l’influenza A. Sarà possibile, nei prossimi cinque mesi, dare conto quotidianamente di circa 9.000 morti, quando negli altri anni non si è dato conto nemmeno di uno? Sarebbe ora di ammettere che sull’influenza A si è creato un circo mediatico morboso, non giustificato dalla gravità del virus di cui si parla e che serve soltanto a creare e diffondere paura. Ogni anno si parla di epidemia influenzale e nessuno si allarma. Questa primavera, l’Organizzazione mondiale della sanità ha avuto la bella pensata di parlare di pandemia, che non è altro che un’epidemia mondiale. E' bastata questa parola, insieme al bollettino sui livelli d’allarme, a creare la paura globale. Intanto, ogni governo va per conto suo. Quello francese ha ordinato vaccini per il cento per cento della popolazione, quello spagnolo per il sessanta per cento, quello italiano per il quaranta per cento. In Ucraina, dove l’influenza A è diventata oggetto di scontro politico in vista delle prossime elezioni, il governo ha deciso la chiusura delle scuole per tre settimane e l’annullamento degli eventi pubblici. Risultato: panico e assalto alle farmacie. Sarebbe ora che dalle autorità arrivasse un messaggio chiaro, univoco e comprensibile. Finché si dice che l’influenza A è meno aggressiva e letale della normale influenza stagionale e contemporaneamente si invita ossessivamente a vaccinarsi contro il nuovo virus, mentre per quello dell’influenza stagionale non si fa alcun invito del genere, la gente rimarrà sempre più disorientata, con la sensazione che qualcosa di preoccupante le venga nascosto. Se la vera ragione per una vaccinazione di massa contro l’influenza A non è di carattere sanitario ma è quella di evitare troppi ammalati contemporaneamente, con un rischio di paralisi dell’economia e dei servizi, è ora di dirlo chiaramente.
Altrimenti si spieghi perché non c’è mai stata e non c’è la stessa pressione a vaccinarsi contro l’influenza stagionale, che è dieci volte più letale.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 207

mercoledì 4 novembre 2009

Dimissioni? Meglio parlare di abdicazione.


Il nostro Presidente del Consiglio ha fatto sapere che non si dimetterebbe neppure se venisse condannato da un tribunale. Immagino che la dichiarazione non abbia turbato i sonni dei bookmaker. Nel caso avessero accettato scommesse su questa vicenda. Diciamo che probabilmente la quotazione era la stessa che offrivano a chi scommetteva che Fininvest avrebbe pagato sull’unghia i 750 milioni di euro del risarcimento che è stata condannata a versare per il caso del lodo Mondadori. Cioè, teoricamente son tutte cose possibili, ma poi ne parlerebbero a Voyager di Rai2 insieme alle teorie circa gli alieni che affondano Atlantide su incarico del mostro di Loch Ness. Inoltre abbiamo visto che situazioni che a chiunque altro causerebbero rapide dimissioni e ampia disapprovazione ad altri invece scivolano all’incirca come l’acqua sulle penne delle anatre. Alcuni sospettano che la spiegazione sia in un uso innovativo di una sostanza già nota: noi credevamo fosse fondotinta, invece era teflon. Resta un dubbio: se esista in natura qualcosa che in questo caso possa separare l’uomo dall’incarico, il fantastiliardario dal politico, il legislatore dal delegittimatore. Magari è solo una questione di termini. Come si può pensare che da certe posizioni si accetti di parlare di minuzie come le dimissioni? Si potrebbe porre la domanda con più delicatezza. Che so, parlando di abdicazione.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 206

martedì 3 novembre 2009

Condannati a guardare la morte snaturata


Il video dell’esecuzione nel quartiere Sanità di Napoli e le foto post mortem di Stefano Cucchi confermano che viviamo nella “civiltà delle immagini”. Ciò si porta subito dietro la domanda del perchè e del modo in cui questa polluzione totale delle immagini e, in particolare, di quelle della morte faccia parte intrinseca di questa nostra cosiddetta “civiltà”. Sembra fuor di dubbio che il tempo della modernità sia caratterizzato da un’ossessionante pulsione a vedere, a oltrepassare l’iconostasi che tradizionalmente ha posto un confine tra il profano e il sacro, tra il visibile e ciò che deve restare invisibile, non solo perchè c’è un potere che lo impone, ma perchè quella barriera fonda un sistema di valori e una visione dell’uomo. Non tutto deve essere visto e non solo per una rimozione, ma perchè è a partire da quel discrimine che si costituiscono il pudore di sè e il rispetto dell’altro. Vale a dire che l’esteriorità assoluta porta con sè una violazione reificante della dignità e dell’essere persona. Detto altrimenti: la morte può diventare la replica di qualcosa che s’iscrive nell’ordine dell’orrore e del mistero della vita fino alla banalità seriale che assimila un omicidio efferato all’azione moviolizzata di una partita di calcio o di una coppia in calore in una casa-reality? In questi anni abbiamo visto sempre di più e, ogni volta, la soglia ha continuato a spostarsi: i cadaveri dei Ceaucescu, le decollazioni degli ostaggi in Iraq, i resti vilipesi dei soldati catturati, i cadaveri smembrati dai kamikaze.. e, in parallelo, le immagini di una quotidianità risucchiata da un’occhio ubiquo, in cui entra sempre più spesso l’effrazione della normalità con le rapine al supermarket, un ponte che crolla, uno tsunami che arriva.. Vedere, vedere, vedere sempre più. Che non sia una pulsione obbligata per una condizione antropologica che ha smarrito il senso dell’invisibile e, inconsciamente o meno, s’illude di saturare quell’assenza con questa bulimia dell’immagine, dislocandone via via il bordo, alla ricerca di quella assoluta e ultima? Che in quanto tale non può essere mai raggiunta. Impressionati dalle immagini di questi giorni, alcuni si levano a ricordare che la visibilità della morte può essere giustificata solo dal diritto/dovere dell’informazione.
Giusto, ma siamo noi che, nell’appiattimento della vita sull’immagine, siamo condannati a guardare.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 205

lunedì 2 novembre 2009

Un bastoncino e una carotona stile baobab

La Svizzera protesta contro il trattamento che l'Italia sta riservando alle sue banche. Pare infatti che negli ultimi tempi ci sia un'impennata di controlli nelle sedi italiane degli istituti elvetici. Par di capire che si trovino la Guardia di Finanza in sede un giorno sì e uno anche. Buffo sentir dire che la Svizzera protesta perché c'è troppa Finanza. Io sapevo che era il posto più finanzario di tutti. E naturalmente è strano sentire che le banche non sono contente del fatto di richiamare i finanzieri, ma si vede che dipende da cosa si intende. La cosa meno carina, dal punto di vista dei contribuenti italiani è naturalmente che questa raffica di controlli avvenga proprio a ridosso dei termini dello scudo fiscale, altrimenti detto norma riacchiappacapitali costi quel che costi, e perdoni quel che perdoni. In pratica sembrerebbe che si faccia davvero di tutto per spingere chi ha portato illecitamente soldi all'estero a farli rientrare. Con il metodo del bastone e della carota. Solo che il bastone non sembra chissà che, e la carota sembra un baobab. Vien quasi voglia di esportare soldi e riportarli, per pagare meno tasse. Vediamo il lato positivo: adesso sappiamo che i controlli a tappeto si possono fare. Sarebbe bello farli anche senza fare condoni. Così magari invece di richiamare con tutti gli onori i capitali illegali, facciamo passare la voglia di farle, le cose illecite.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 204

venerdì 30 ottobre 2009

I VELENI DI STEFANIA
E così non è la Cunsky. Il relitto che giace davanti a Cetraro è di un’altra nave. E tanto basta al Ministro Prestigiacomo per salutare con entusiasmo la notizia e bacchettare quanti avrebbero seminato «paura e allarme sociale, senza avere riscontri attendibili ». Sono stati necessari ben 45 giorni perché i potenti mezzi del ministero dell’Ambiente, anzi, di una società privata noleggiata in corsa (si fa per dire…), ci dicessero che il nome non era quello indicato dal pentito. E finalmente si è fatta sentire la voce del Ministro, che di 45 giorni non ne ha trovato uno libero per affacciarsi in una Regione dove si sta consumando uno dei più grossi scandali ambientali del nostro Paese, squarciando faticosamente veli di silenzi e di omertà. La Calabria è in ginocchio, caro Ministro, e non per colpa di allarmi immotivati, ma a causa dei veleni veri ritrovati fin nei capelli dei bambini di Crotone, per colpa delle troppe morti documentate dall’Arpacal nell’area della collina di Ajello, per l’alto tasso di radioattività dichiarata dal Suo Ministero, per gli inquinanti trovati sulla costa che hanno convinto la Capitaneria ad emanare un’ordinanza per vietare la pesca in un ampio tratto di costa tirrenica. L’Arpa, il Ministero, la Capitaneria, ecco chi ha lanciato l’allarme. E poi le Procure, a partire da quella di Reggio Calabria, che da tempo indica nell’area dell’Aspromonte i luoghi d’interramento di rifiuti e che da anni cerca di venire a capo del mistero della Rigel, la nave che non si è mai voluta cercare. E la Procura di Paola, la cui tenacia ha consentito di trovare i rifiuti tossici nel torrente Olivo e la cava radioattiva. E poi quella di Lagonegro, che chiede di approfondire le indagini sul relitto individuato di fronte a Maratea. Che ci siano tante navi affondate con rifiuti tossici e radioattivi è una verità. Che altrettanti rifiuti siano stati interrati dalla ‘ndrangheta sulla terraferma, purtroppo, è un’altra drammatica verità. E se il relitto davanti a Cetraro non è quello della Cunsky, invece che tranquillizzare, procura ancora più ansia, perché allunga i tempi della verità. Bisogna tirare fuori i rifiuti interrati sotto il torrente Olivo, bonificare ampie aree della città di Crotone, indagare le cavità dell’Aspromonte e i segreti cunicoli della diga sul Metramo, bisogna cercare la Rigel, la Yvonne A, la Michigan…
e bisogna che il Governo, non solo il Ministero dell’Ambiente, prenda atto che questa vicenda è più grande, molto più grande della nave che giace di fronte a Cetraro.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 203

giovedì 29 ottobre 2009

Un erede di Ghino di Tacco?


Vorrei tanto sbagliarmi, ma mi pare sia in atto una corsa all’eredità di Ghino di Tacco. Il quale – per chi non lo sapesse - era un brigante del XIII secolo che imponeva tasse e balzelli a tutti coloro che dovevano passare (e non c’era altra via) sotto la sua rocca di Radicofani. Sia che provenissero da destra, sia che provenissero da sinistra. Ghino di Tacco fu l’appellativo appioppato a Bettino Craxi (di Eugenio Scalfari la primogenitura) da tutti coloro che contestavano il fatto che il Psi mettesse sul mercato (nazionale e locale) la sua indispensabile alleanza. Al miglior offerente. Così da ottenere con il minimo del consenso popolare (sempre poco oltre il 10%) il massimo del potere: ministeri, assessorati, governatori, sindaci, banche, Rai e quant’altro. In pole position per il Ghino di Tacco d’oro c’è ora Umberto Bossi. Il quale chiede continui balzelli al Cavaliere, forte di un consenso popolare che, spalmato sull’intero territorio nazionale, non si distacca molto da quello del miglior Craxi. Ma a insidiare il primato di Bossi, ecco i “terzisti”. Casini (da un pò di tempo) e Rutelli (da oggi). I quali pare non vedano l’ora di fare l’ago della bilancia. Con gli stessi numeri, grosso modo, di Craxi allora e di Bossi oggi.
Chi sarà l’erede di Ghino di Tacco?


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 202

mercoledì 28 ottobre 2009


SOLIDARIETA'? SI, ALLE FIGLIE


Niente come uno scandalo di letto eccita l’attenzione degli italiani. Se poi la persona in questione è ricca, famosa, potente, e porta avanti la sembianza di una normalissima famiglia cattolica, la curiosità è garantita. E, infatti, la triste vicenda Marrazzo ha subito sostituito partita e motomondiale nelle conversazioni. Che l’Italia sia un Paese cristiano si è capito dalla solidarietà bipartisan per lo sventurato governatore e le sue “debolezze”. La più pelosa delle solidarietà arriva da destra. Il governatore del Lazio riequilibra la partita dei puttanieri tra gli schieramenti che, a oggi, vedeva la destra in gran vantaggio. La solidarietà di destra costa poco, poi, perché, in realtà, da quelle parti, sanno che la gente la differenza tra la Carfagna e Brendona la capisce, eccome. Quello che ferisce di più, però, è la critica/non critica di sinistra. Non parliamo di quel piccolo gruppo che ha legittimamente eletto a propria immagine e simbolo il trans, e che a letto teorizza il queer, ovvero la teoria del “n’do cojo cojo”. Quelli sono adulti che il “marrazzo style” l’hanno sempre sostenuto, ed è giusto che continuino a praticarlo (con maggiorenni possibilmente). Colpisce di più la reazione della sinistra “perbene” e moderata alla Concita De Gregorio. O meglio la “non” reazione. La direttrice dell’Unità domenica sosteneva in un editoriale che «chiaramente » Marrazzo era migliore di Berlusconi, enumerandone le superiorità, nella teoria e nella prassi. Marrazzo essenzialmente sarebbe migliore perché si è dimesso, e perché Natalì e Brendona non sono diventate assessori al traffico e/o alla cultura. La brava direttrice scoprirà presto, dal fornaio e dal parrucchiere, cosa ne pensano davvero gli italiani. Ma la cosa più triste non sono stati i tentativi di dipingere Marrazzo come un signore che erra sì, ma con dignità e senso dello Stato.
La cosa più triste è la solidarietà. Gliel’hanno espressa quasi tutti al governatore. Poi è stato lui stesso a raccontare l’urlo disperato di sua figlia Chiara, la più piccola delle tre, mentre apprende la storia di papà e Brendona alla tele. Eppure di articoli in solidarietà delle tre figlie ne abbiamo letti pochi.
A loro la mia solidarietà. All’ex presidente solo l’invito a trovarsi un buon terapeuta.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 201

martedì 27 ottobre 2009

Viva il posto fisso


Ecco che l’ha fatto ancora: il Ministro Tremonti ha stupito tutti. L’uomo che sembra avere il talento di Churchill nel tirare fuori battute inaspettate ad effetto, si tuffa in aiuto delle classi sociali brutalizzate dalla disoccupazione e dal precariato, proprio quando il centrodestra appariva radicato nel sostegno delle categorie agiate. E lo fa rendendo incandescente il sogno antico e romantico del posto fisso. Anche stavolta Giulio Cesare lancia un attacco da un punto inaspettato sbaragliando i suoi avversari riuniti a congresso.Tremonti é il Ministro piú sensibile e capace del centrodestra: ha individuato prima di tutti i problemi di regolamentazione e controllo della precedente gestione della Banca d’Italia, ha visto la crisi in anticipo, ha cercato di aiutare i pensionati con la Robin Tax ed ora ci sorprende tutti con questa dichiarazione.Molto meglio di Brunetta che lamentava l’eccessiva attenzione data a libri e film sui precari. Lui dice che è una condizione temporanea, ma a chi vive questa temporaneitá da anni, viene il dubbio che quando i problemi non si sa come risolverli non si vorrebbe neanche averli sotto il naso. Un pò come la logica giornalistica che porta ad occuparsi dei pensionati poveri solo quando governa il centrosinistra, pescandoli dagli scaffali del supermarket dell’informazione televisiva: oggi compro 20 minuti di vecchietti disperati, domani 15 minuti di immigrati cattivi, dopodomani il centrosinistra é crollato, allora al supermarket si acquistano 30 minuti di ballerine sensuali e mutande sottili. Eppure, nonostante l’intuito ed il fiuto politico, il nostro Ministro dell’Economia sbaglia spesso le diagnosi e le cure. La nuova regolamentazione della professione forense, che sembra voler assegnare agli avvocati anche l’esclusiva dei conflitti degli individui con la propria coscienza, togliendo ai sacerdoti la possibilitá di guastare il mercato con l’oltraggio di una concorrenza sleale gratuita, doveva essere controbilanciata con qualche forma di rassicurazione per le classi inferiori, che dopotutto costituiscono la maggioranza degli elettori. Tuttavia la risposta al precariato usato come sfruttamento non sta nell’intubare il mercato del lavoro nelle strette ferrose di carriere inamovibili ed impieghi a vita. Non si risponde alla crisi grantendo l’ingarantibile. Piú si stringe il tubo, piú il getto che ne esce é forte e violento. Ed in questo caso sará un flusso di tristezza e frustrazione con serie conseguenze sulla produttivitá. La certezza dell’impiego si puó trasformare in dannazione sia per chi é dentro sia per chi é fuori. Provate ad immaginarvi nel settore commerciale di un’azienda, con un contratto a tempo indeterminato. Siete felici perché avete un privilegio che molti invidiano. Allorché un giorno la proprietá dell’azienda cambia e con essa la politica commerciale. Oppure arriva un manager che non vi sopporta. Gli state sulle scatole per motivi irrazionali; magari i vostri calzini color turchese. Dopo tanti anni vorreste andarvene ma non ci riuscite perché il mercato del lavoro é un’autostrada senza svincoli. Chi ha un lavoro fisso se lo tiene e non si libera nessun buco per voi. Sicché decidete di rimanere, ma col morale a pezzi.L’apporto produttivo di coloro che si troveranno in queste condizioni sará ovviamente decrescente; ma nessuno potrá essere licenziato e l’economia sará gravata da un insieme di situazioni individuali insostenibili. La conseguenza potrebbe essere l’aumento delle delocalizzazioni.


É questo che vogliamo?


Piuttosto che regalare un sacco di soldi col ponte di Messina, stabiliamo delle prioritá produttive, dopodiché il posto fisso potrebbe sembrarci una trappola.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 200

lunedì 26 ottobre 2009

NON LASCIAMO SOLA LA CALABRIA

Ieri ad Amantea la società civile è scesa in piazza per chiedere risposte e atti concreti. Perché la società calabrese ha memoria. E vive i segni della memoria sulla propria pelle, abbandonata in un limbo di inazione, il rifiuto di fatto del governo di intervenire, sola davanti alla devastazione del proprio territorio e dei propri mari. Perché tutti sapevano, da almeno 14 anni, che i mari di Calabria si sono trasformati in un cimitero di navi a perdere, di carrette fuori corso riempite di scorie e rifiuti tossici e affondate. Ottenendo due risultati: smaltire a basso costo rifiuti pericolosi e truffare le assicurazioni. Un mix di imprenditori senza scrupoli, trafficanti, mafiosi, pezzi di istituzioni che non hanno vigilato. Tutti sapevano. Perché ora non si può più negare l’evidenza, dopo il ritrovamento della Cunsky nelle acque di Cetraro nel Tirreno. Da quando la Rosso (già Jolly Rosso, dell’armatore Messina già coinvolto per traffico di rifiuti) spiaggiò sulle coste calabresi e nella cabina del comandante venne trovata un’agenda con longitudine e latitudine e accanto scritto: «La nave è affondata». Si trattava della Rigel. Una commissione d’inchiesta ottenne i fondi per ricercarla nello Jonio al largo di Capo Spartivento, ma l’azienda che aveva ottenuto l’appalto, che più tardi si scoprì legata ai servizi, non riuscì a individuarla. Tutti sapevano che i rifiuti partivano dalla Liguria, in parte finivano nel Mare nostrum e in parte in Paesi come la Somalia. Si chiamano triangolazioni. Si prende un pezzo di mare o di terra (e mai fondali furono così propizi come quelli di Bosaso in Somalia), lo si paga a un signore locale della guerra con denaro e armi, finanziando così una bella carneficina. E chi sopravvive si becca gli effetti delle scorie. Tutti sapevano, anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che proprio a Bosaso girarono l’ultimo servizio sui traffici di armi e rifiuti. Un servizio che non è mai andato in onda. Uccisi perché sapevano. Depredati del loro lavoro perché scomodo, non raccontabile. Il legame è così palese, evidente. Si saprà, finalmente, chi vuole la verità. Chi la vuole davvero. Anche nella politica. Ieri si sono contate più le assenze che le presenze. E quella del centrodestra, che ha deciso di nascondere la testa sotto la sabbia non aderendo alla manifestazione di Amantea dice più di tanti discorsi. Tutti sapevano, anche se adesso qualcuno cerca di negare.

La storia delle navi a perdere è il paradigma di questo Paese, dove sapere non conta nulla. Se non quando la situazione è precipitata.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 199

venerdì 16 ottobre 2009

A chi parla Berlusconi?



Silvio Berlusconi in occasione dell’incontro, tenutosi a Villa Madama, con i vertici di Adr e Sea sullo sviluppo del sistema aeroportuale di Roma e Milano annuncia l’inizio dei lavori per la realizzazione del Ponte sullo Stretto entro dicembre-gennaio prossimo e sottolinea il gap infrastrutturale dell’Italia rispetto alle altre nazioni europee impegnandosi affinché tale divario venga colmato al più presto. Tralasciando per un attimo l’inutilità del Ponte, siamo proprio sicuri che Berlusconi abbia ammainato la bandiera dello scontro istituzionale di questi giorni per indossare le vesti del leader lungimirante che parla al sistema paese? Non è che in realtà, in un momento in cui non è fantapolitica l’ipotesi di una sua caduta o almeno di un suo ridimensionamento, si rivolga alla nazione perché qualcun altro intenda? Qualche amico a cui chiedere una mano? Ciò che più ha attirato la mia attenzione è il fatto che subito dopo aver dichiarato che il debito pubblico, ereditato negli anni, «non deve impedirci di innovare e di rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione di infrastrutture e non deve impedirci di stimolare investimenti pubblici e privati verso ciò che è più urgente», individua quali esigenze strutturali “più urgenti” non solo il Ponte sullo Stretto ma anche la necessità di realizzare al più presto un piano di ventimila posti in più nelle carceri necessario per «ridare dignità a chi viene recluso». Immagino che i miliardi di euro investiti per la realizzazione del Ponte sullo Stretto possano fare gola a numerosi imprenditori, primo fra tutti il gruppo Impregilo (quello che ha costruito l’ospedale dell’Aquila ndr.) che, per bocca del suo amministratore delegato, Alberto Rubegni, ha da tempo annunciato l’apertura a gennaio dei «cantieri preliminari», ovvero, di tutte quelle opere di supporto alla realizzazione vera e propria del ponte, la cui costruzione, qualora se ne verificasse la fattibilità, dovrebbe iniziare non prima di circa sei/sette anni con il rischio concreto che se quest’ultimo dovesse essere valutato come inattuabile, le strutture di supporto a terra potrebbero rivelarsi inutili.In un sistema in cui gli interessi economici di poche lobbies hanno un’influenza notevole anche nel determinare il destino politico di una nazione è evidente che una straordinaria speculazione finanziaria, come è appunto “l’affaire Ponte”, possa servire per accattivarsi la loro benevolenza, ma cosa c’entra l’urgenza di «ridare dignità a chi viene recluso»? soprattutto se la richiesta viene da un premier che, pur avendo votato l’indulto, deve gran parte del suo consenso elettorale alla promessa di legalità, sicurezza e durezza nei confronti di chi delinque? La mia ingenuità, purtroppo, mi impedisce di individuare altre associazioni o organizzazioni che abbiano un ruolo di oppressione o controllo, in particolare su alcune aree del Paese, e che magari possano anch’esse essere interessate a grandi investimenti economici e, nello stesso tempo, necessitano di un trattamento di riguardo qualora qualcuno dei propri affiliati dovesse, per cause sconosciute, essere detenuto in carcere, per cui mi riesce difficile rispondere all’ultimo quesito.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 198

giovedì 15 ottobre 2009

UNA PIU' INCISIVA CULTURA DELLA LEGALITA' E SENSO CIVICO
Cosa sono legalità e senso civico? A sentirle così, sembrano parole difficili da comprendere, ma poi, approfondendo la riflessione, ci si rende conto che sono funzioni e valori che si concretizzano, forse non sempre consapevolmente, nell'agire quotidiano, in qualsiasi luogo ove ci si relazioni con gli altri perchè è con gli altri che dobbiamo, per così dire, "fare i conti". Siamo animali sociali e, in quanto tali, dobbiamo avere regole di convivenza da rispettare perchè senza regole condivise e osservate non ci può essere libertà, ne tantomeno giustizia. Il tutto, passando attraverso i molteplici possibili strumenti e ambienti di formazione culturale, con l'acquisizione della propria identità di persona che porta, di conseguenza, alla consapevolezza di appartenere a un ambito più vasto, a un contesto sociale con cui si condivide la memoria storica e i propri valori di riferimento; a un tessuto connettivo di rapporti umani e istituzionali, che da un lato garantisce diritti e dall'altro impone doveri. Lo scenario attuale, contrassegnato da processi di globalizzazione e flussi migratori sempre più consistenti, rende necessario ridefinire l'idea di cittadinanza, in passato legata alla nascita e all'appartenenza a un suolo. E' necessario che ci sia una reale globalizzazione dei diritti e che, per quanto possibile, a tutte le persone vengano riconosciute i medesimi standard alla sicurezza personale, alla partecipazione alla vita sociale, alla realizzazione di sè; ciò richiede che ci sia un'autentica volontà politica, ma la scuola dovrebbe, in questo delicato e urgente impegno, giocare un ruolo fondamentale. "Educare al senso civico" significa riconoscere la medesima appartenenza a un'unica umanità ed educare al riconoscimento e al rispetto delle differenze. Sentirsi "cittadini" vuol dire essere consapevoli di avere un ruolo attivo da svolgere nella trama di relazioni sociali che ogni giorno vengono sperimentate, a partire dalla famiglia, dalla scuola, dalle associazioni che operano sul territorio. Sentirsi "cittadini" implica, perciò, assumersi responsabilità concrete che si traducono in precisi atti di tutela nei confronti di noi stessi e degli altri, attraverso l'assunzione di comportamenti corretti e responsabili nelle varie situazioni di vita: quando si è a tavola, quando si è per strada, quando ci si relaziona con gli altri; nei confronti dell'ambiente, adottando tutte le misure che possono contribuire a preservarlo e a salvaguardarlo; nei confronti delle istituzioni. Promuovere una cultura della legalità e del senso civico significa, pertanto, favorire comportamenti positivi a tutti i livelli. In un momento in cui le manifestazioni di violenza si moltiplicano e la tenuta delle istituzioni, a partire dalla famiglia, sembra essere messa a dura prova, è dovere della società nel suo insieme favorire e potenziare comportamenti civilmente responsabili anche attraverso occasioni, che permettano un contatto diretto con i poteri istituzionali e una conoscenza più approfondita della loro opera.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 197

venerdì 9 ottobre 2009

La Corte costituzionale: il Lodo Alfano è bocciato perché viola il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e perché si è proceduto alla sua approvazione da parte della maggioranza di governo senza le procedure necessarie alle modifiche costituzionali.


L’illegittimità costituzionale era l’ipotesi peggiore per i legali del premier che nell’udienza pubblica avevano tirato ancora di più per la giacca la Costituzione sostenendo che «la legge è uguale per tutti ma non per tutti si applica allo stesso modo» (Ghedini) e che il premier «con la nuova legge elettorale non è più primus inter pares ma primus super pares»(Pecorella). Forzature, specie la prima, che devono aver irritato i guardiani della Costituzione.

Ecco i due articoli che hanno salvato l'Italia dall'ulteriore deriva berlusconiana.


Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 138

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata , se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.


Triste doverlo sottolineare: la vera opposizione si chiama Carta Costituzionale!




By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 196

giovedì 8 ottobre 2009


Senza risorse, qualità e futuro. La scuola della Gelmini non ha domani



Ridotta all’osso. La scuola che è appena iniziata è molto diversa da quella a cui eravamo ormai abituati. A fronte di un aumento degli iscritti i contenuti disciplinari sono stati ridotti e il corpo insegnante è stato ridimensionato. A farne le spese è la qualità dell’offerta didattica, gli studenti diversamente abili, la sicurezza degli edifici scolastici e un esercito di professionisti, messi alla porta. Quest’anno sono stati tagliati 52.271 posti di lavoro, ripartiti tra docenti (42.104) e personale Ata (15.167). E siamo solo all’inizio. La legge 133/08 ha, infatti, definito per la scuola statale un piano triennale di tagli di oltre 130mila posti. Un provvedimento che non ha precedenti nella storia della Repubblica e che allontana l’Italia dal resto dell’Europa. Negli altri Paesi, d’altronde, l’istruzione è considerata volano di sviluppo. «Quella italiana è una scuola minima - non ha dubbi il segretario generale Flc Cgil Mimmo Pantaleo -, incapace di farsi carico della crescente complessità sociale e culturale della nostra società». Rispetto allo scorso anno il numero degli iscritti è aumentato: sono circa 8.000 gli studenti in più seduti dietro un banco. «La politica scolastica del governo è miope - dice Pantaleo -, taglia mentre il numero delle persone a cui va garantita un’istruzione cresce». Un atteggiamento indifferente dunque, anacronistico e poco lungimirante. A differenza degli altri Paesi l’Italia non vede nella formazione e nella ricerca un mezzo per uscire dalla crisi. «La precarietà produce precarietà», denuncia Pantaleo. Non si tratta solo di numeri, ma di persone e delle loro famiglie che non avranno più un lavoro né uno stipendio. «I precari vanno impiegati in maniera produttiva - suggerisce il segretario generale della Flc Cgil -. Le mancanze del sistema scolastico sono tante: servono corsi di recupero, sostegno agli studenti diversamente abili, mediatori per i ragazzi stranieri e programmi per combattere la dispersione scolastica». I tagli vanno dunque messi in discussione, per mantenere un’offerta formativa di qualità e per non perdere il prezioso patrimonio di esperienze accumulato durante gli anni del precariato. Il giudizio della Flc Cgil, che ha contribuito a mettere a nudo le problematiche della scuola con un dossier, è negativo su tutta la linea. I provvedimenti annunciati e in via di adozione per una parte dei precari licenziati sono «confusi e del tutto insufficienti» ad affrontare e risolvere un fenomeno di dimensione epocale. Sono «iniqui» perché rivolti solo ad alcune tipologie di precari, «sulla base di criteri definiti a posteriori e di accordi con alcune regioni». I bilanci delle scuole sono stati «privati» dei fondi per il funzionamento didattico e amministrativo e, ad oggi, non sono stati ancora ripristinati. «A distanza di due mesi - dice Pantaleo - le scuole non hanno ancora ricevuto neanche quelle poche migliaia di euro annunciate dal ministro Gelmini nell’incontro con i sindacati del 4 agosto». Sottrarre alle scuole questi fondi significa impedirne il funzionamento. Ci sono scuole che rischiano il pignoramento di beni, come computer, arredi e attrezzature di laboratorio, essenziali alle attività didattiche e altre che, a seguito della pesantissima riduzione del personale ausiliario, non possono proprio andare avanti. In Molise, Campania, Calabria e Toscana ci sono istituti che non riescono ad assicurare la puntuale apertura del mattino né la chiusura del pomeriggio, altre costrette a ridurre l’orario delle lezioni. I genitori comprano la carta igienica e la cancelleria. Non era mai successo. Oggi è il presente.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 195

mercoledì 7 ottobre 2009

Tg1, la realtà deformata




Qualche numero essenziale, per capirci meglio. Nella campagna elettorale per le elezioni europee, secondo uno studio del Censis (9 giugno 2009), il 69,3 per cento degli elettori si è informato e ha scelto chi votare attraverso le notizie e i commenti dei telegiornali. I tiggì sono il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (in questo caso, siamo al 76 per cento), i pensionati (78,7 per cento) e le casalinghe (74,1 per cento). È necessario cominciare allora da questa scena. Più o meno sette italiani su dieci - che diventano otto su dieci tra chi è avanti con gli anni, è meno istruito o è donna che lavora in casa e per la famiglia - scrutano la vita, la realtà e il mondo dalla finestra aperta dai telegiornali - tra cui il Tg1 e il Tg5 - da soli - raccolgono e concentrano oltre il 60 per cento del pubblico. Nella cornice di questa finestra buona parte degli italiani matura emozioni, percezioni, paure, insicurezza, fiducia, ottimismo, consapevolezze, orienta o rafforza le sue opinioni. Che cosa vedono, o meglio che cosa gli mostra quella finestra? Nello spazio stretto, quasi indefinito, tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica si possono fare molti giochetti sporchi. Per esempio, spaventare tutti con il fantasma di un'inarrestabile criminalità che ci minaccia sulla soglia di casa o eliminare ogni incubo cancellando ogni traccia di sangue e di crimine. Nel secondo semestre del 2007 (governa Romano Prodi), i sei tiggì maggiori dedicano a fatti criminali 3.500 cronache. Nel primo semestre di quest'anno (Berlusconi regnante) 2.000 (fonte, Osservatorio di Pavia, report "Sicurezza e Media", curato da Antonio Nozzoli). Stupefacente il tracollo di storie nere nel Tg5. Con Prodi a Palazzo Chigi, le cronache criminali sono 900 (secondo semestre 2007). Diventano con Berlusconi 400 (primo semestre 2009). Il Tg1 Rai non giunge a tanto. Le dimezza: da 600 a 300. È un gioco sporco, facile anche da fare: ometti, sopprimi, trucchi la scena secondo le istruzioni politiche del momento. Più o meno, un gioco delle tre carte. Carta vince, carta perde. Il crimine c'è e ora non c'è più perché il governo lo ha sconfitto o ridimensionato. Se fosse necessaria una nuova stagione di paura e di odio, riapparirebbe nelle mani del sapiente cartaro. In questa tecnica di governo non è necessaria l'azione, l'agire, mettere in campo politiche pubbliche contro il crimine, di sostegno alle imprese e alla famiglie, di protezione sociale per chi perde il lavoro, per fare qualche esempio. È sufficiente comunicare che lo si sta facendo, che lo si è fatto, e magari gridare al "miracolo". Come per il terremoto dell'Aquila. Ogni settimana, il capo del governo si autocompiace per l'evento incredibile, prodigioso che ha realizzato. Ma è autentico "il miracolo di efficienza"? Se si stila una classifica dei tempi di assegnazione di "moduli abitativi provvisori" si scopre che a San Giuliano di Puglia, i primi 30 moduli furono consegnati a 82 giorni dal sisma, in Umbria a 98 giorni, finanche in Irpinia (dove ci furono 3000 morti e 300 mila sfollati) in 105 giorni mentre in Abruzzo i primi moduli sono stati attribuiti a Onna dopo 116 giorni. Non basta dunque il racconto di un fatto in sé per comprenderlo. Il fatto in sé diventa trasparente soltanto se si rendono accessibili e trasparenti i nessi, le relazioni, i conflitti che vi sono contenuti. Privato della sua trama, delle sue relazioni con il passato e con il futuro, il fatto deteriora a immagine, a spettacolo e dunque è vero perché il fatto è lì sotto i nostri occhi; al contempo, è falso perché è stato manipolato, ma in realtà è finto perché l'immaginazione vi gioca un ruolo essenziale e parlare di "miracolo" - non c'è dubbio - aiuta la fantasia. Il capolavoro di questa tecnica di comunicazione che diventa disinformazione lo raggiunge il Tg1 di Augusto Minzolini quando dà conto delle disavventure di Silvio Berlusconi alle prese con gli esiti di una vita disordinata che gli consiglia di candidare a responsabilità pubbliche le falene che ne allietano le notti. Il caso nasce politico: così si rinnovano le élites? Se ne accentua la politicità con l'intervento di Veronica Lario che rivela le debolezze e la vulnerabilità del premier. Berlusconi avverte che in ballo c'è la sua credibilità di presidente del Consiglio. Va in televisione a Porta a porta per spiegarsi. Gioca male la partita. Mente, si contraddice. Gliene si chiede conto. Farfuglia. Tace. Decide di rivolgersi a un giudice per vietare che gli si facciano anche delle domande. È l'ordito di un "caso" che diventa (a ragione) internazionale. Il Tg1 lo spoglia di ogni riferimento. Dà conto soltanto degli strepiti del Capo: "complotto", "trama eversiva". Si lascia galleggiare quest'accusa. Contro chi? Perché? Che cosa è accaduto? Non lo si dice. Appare la D'Addario. Ha trascorso una notte con il capo del governo, è stata candidata alle elezioni. È la conferma dell'interesse pubblico dell'affare, è la prova della ricattabilità di Berlusconi. Minzolini fa finta di niente. Cancella i rilievi dei vescovi; della figlia di Berlusconi, Barbara; l'attenzione della stampa internazionale. Spinge in un altro segmento del notiziario il destino del direttore dell'Avvenire, accoppato per vendetta dal giornale del Capo; i traffici di Gianpaolo Tarantini, il ruffiano di Palazzo Grazioli. Senza contesto e riferimenti, che cosa può comprendere quel 69,3 per cento di italiani che si informa soltanto attraverso le notizie del Tg? Nulla. Non comprenderà nulla e potrà bere come acqua di fonte che si tratta soltanto, come dice il direttore del Tg1, "dell'ultimo gossip". (I sondaggisti non sembrano curarsi di che cosa sappiano davvero dell'affare gli spettatori disinformati che interrogano). Non siamo soltanto alle prese con una cattiva informazione o con un giornalismo di burocrati obbedienti. Abbiamo dinanzi un dispositivo di potere con una sua funzione psicologica determinante. Siamo assediati dal crimine o no? Devo avere paura o fiducia? All'Aquila c'è davvero un "miracolo" che presto toglierà dai guai tutti coloro che ne hanno bisogno? C'è "un complotto" che minaccia il premier o il premier ha combinato qualcosa che dovremmo sapere e che lui dovrebbe spiegare? Se - tra soppressioni, omissioni, menzogne - si abituano le persone a questa confusione inducendole a credere che nulla sia vero in se stesso e che ogni cosa può diventare vera o falsa per decisione dell'autorità e con l'obbedienza dei tiggì, si nientifica la realtà; si distrugge l'opinione pubblica; si sterilizza la coscienza delle cose; va a ramengo ogni spirito critico. È quel che accade oggi in Italia dove un unico soggetto pretende di detenere - con il potere - la verità, il diritto all'autocelebrazione, al racconto unidimensionale, ogni leva delle nostre emozioni e delle nostre esperienze.


Oggi che si discute di che cosa deve essere il servizio pubblico, vale la pena ricordare che la libertà dell'informazione non è fine a se stessa, ma è solo un mezzo per proteggere un bene ancora più prezioso della libertà del giornalista: il diritto dei cittadini a essere informati.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 194

martedì 6 ottobre 2009


Una questione di Fede


Dialogo tra due utenti della tv.


A: “Dì un po’, ma tu il canone lo paghi?”.
B: “Certo che lo pago”.
A: “E sei contento di pagarlo?”.
B: “Contento no, perché di questi tempi è difficile far quadrare i conti. Ma sono una persona onesta”.
A: “Che c’entra l’onestà? Qui è un fatto di disubbidienza civile, come dice il ministro Scajola, perché la Terza rete Rai fa troppi programmi spazzatura”.
B: “Non farmi ridere. Ho qualche anno e, anche se pare strano, comincio a rimpiangere la tv della Prima Repubblica, quando ministri e direttori generali facevano la voce grossa solo se in qualche trasmissione c’erano troppe scollature azzardate o troppe belle cosce al vento. Bei tempi…”.
A: “Ma erano i tempi della lottizzazione, una vergogna!”.
B: ” Sì, ma avevi davvero il potere del telecomando. Sceglievi tu se vedere la tv bianca, rossa o rosé”.
A: “Ma per fortuna è arrivata la tv commerciale”.
B: “Dove, da Drive-in in poi, tette, culi e veline hanno dettato la linea, anche a mamma Rai, e la faziosità è esplosa”.
A: “Quale faziosità?”.
B: “Santoro e Travaglio sono quelli che sono, ma rispetto ad esempio a Emilio Fede, in faziosità, perdono 10 a zero. Forse 10 a 1".
A: “Ma Fede non è servizio pubblico”.
B: “Vero, ma lavora grazie a concessioni pubbliche. E così, il 3 ottobre, sono stato in piazza anche per lui. Perché, come diceva Voltaire, non condivido nulla di ciò che dice ma mi batterò fino alla morte perché possa dirlo”.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 193

lunedì 5 ottobre 2009

Auguri: CARO SILVIO, LUNGA VITA!


Il 29 settembre 2009, hai spento 37 candeline! Caro Silvio, auguri di cuore anche se i soliti comunisti (purtroppo, non mancano mai) te ne attribuiscono 73. Alcune di quelle perfide malelingue ignorano ciò che dal 1994 (in realtà molto prima, con le tv) hai fatto per l’Italia: il promesso milione di nuovi posti di lavoro, il benessere per tutti, il “nuovo miracolo italiano”. E tra qualche tempo, ci regalerai alcune magnifiche centrali nucleari. Mentre una gran parte degli italiani se la spassa alla grande, si aprono nuovi negozi, fabbriche, e tutto questo grazie alla tua operosità (24 ore su 24) e alle tue politiche lungimiranti sempre al servizio del Paese.
Ciononostante, qualche giornale si ostina ancora ad attribuirti cose false, quali scappatelle amorose; che ti saresti salvato da procedimenti giudiziari per cavilli; antichi contatti, tramite Marcello (Dell'Utri), con boss mafiosi, quali Mangano, che avresti ospitato per due anni in una delle tue meritate ville; che, in definitiva, avresti fatto carriera grazie ai soldi della Loggia P2 e tramite strani traffici. Tutte falsità, tutta invidia, credimi. Vai avanti così, Silvio.
Oltre che nei cuori di quasi tutti gli italiani, sei già nella grande Storia.

Grazie, presidente. E lunga vita!

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 192

venerdì 2 ottobre 2009

La Democrazia: Discorso di Pericle* agli Ateniesi, 461 a.C.


Corsi e Ricorsi storici, il discorso di Pericle, pronunciato agli Ateniesi nel 461 a.C., è incredibilmente calzante con i giorni nostri, vi chiedo solo di leggerlo con attenzione.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.



*Pericle (in greco Περικλς; Atene, 495 a.C.429 a.C.) è stato un politico, generale e oratore greco antico.



By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 191

giovedì 1 ottobre 2009

Scudo fiscale, infuria la polemica. E banche ed evasori fanno festa


Il provvedimento annunciato dal governo dà la possibilità a chi ha esportato illegalmente capitali all’estero di rimpatriarli senza condanna. Ma in passato la misura, varata sempre dal centrodestra, non ottenne gli effetti sperati. Trecento miliardi di euro, l’ammontare dell’evasione fiscale di un anno in Italia. Una ricchezza pari al fabbisogno di 10 super finanziarie. Una montagna di liquidità che darebbe ossigeno vitale agli asfittici polmoni dell’economia italiana. Ora che il governo ha posto la fiducia sullo scudo fiscale (approvato ieri sera alla Camera con 309 voti a favore e 247 contrari, oggi il voto definitivo al Senato), insieme a un pacchetto di misure correttive all’ultimo decreto legge anticrisi, la Guardia di finanza e l’Agenzia delle entrate forniscono i dati sulla base di stime Ocse, dell’ammontare dei patrimoni dei Paperoni italiani detenuti illegalmente in qualche angolo “paradisiaco” del globo. Principato di Monaco, Costa Rica, Uruguay, Liechtenstein, Panama, San Marino sono solo alcune delle tappe di una mappa che porta dritti a un tesoro stimato dall’Ocse, intorno ai 7.000 miliardi di euro, 1.600 dei quali legati ad attività criminali, 278 invece provenienti dall’Italia, 125 in Svizzera, 86 in Lussemburgo, il resto in altri Paesi compresi 2 miliardi a San Marino. Soldi su cui dovrebbero essere state pagate le tasse ma che vengono trasferiti su conti esteri per sfruttare le maglie larghe dei paradisi fiscali. Manovre che interessano i grandi come i piccoli capitali contro cui l’“Ordine mondiale” ha dichiarato guerra inaugurando una inaspettata unità di intenti sancita dalla riunione del G20 nell’aprile scorso. Un cammino lungo e faticoso che parte dal segreto bancario: «Il destino dei paradisi fiscali è oramai segnato - ha detto il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera -. Il segreto bancario, ai fini fiscali, è finito; una maggiore cooperazione internazionale in tema di trasparenza e scambio di informazioni è testimoniata sia dal fatto che sono sempre di più i Paesi che si allineano agli standard dell’Ocse, sia che sono in crescita degli Stati che firmano accordi e convenzioni». Guerra senza confini, quindi, che vedrà impegnata anche l’Italia, si spera, ma non ora e comunque non prima del 15 dicembre, data di scadenza dello scudo fiscale. Della possibilità, cioè, per quanti hanno esportato illegalmente capitali all’estero di rimpatriarli senza condanna ma con un’imposta del 5% sul totale (contro il 43% dell’imposta ordinaria che noi tutti paghiamo). Uno strumento per recuperare denari già persi, secondo il governo e la maggioranza, un modo per incentivare l’evasione secondo tutto il resto del Paese, a cominciare dalla magistratura: «Il diritto penale richiede certezza ed effettività della pena - ha detto l’Associazione nazionale magistrati criticando la normativa - non può tollerare un così frequente ricorso ad amnistie o sanatorie, in particolare nel settore delicatissimo dei reati economici e fiscali». Originariamente ristretto al solo aspetto fiscale, lo scudo è stato successivamente allargato (con il passaggio al Senato) a più comuni reati penali di natura finanziaria, quali il falso in bilancio, la bancarotta, le norme antiriciclaggio. Modifiche che, con l’anonimato e la garanzia di impunità, hanno fatto infuriare l’opposizione, stretta all’angolo dell’ennesima (25esimo voto di fiducia) blindatura. Questo in via di approvazione (che molto probabilmente riceverà l’avallo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) è il terzo “scudo” dell’era Berlusconi, firmato come sempre Giulio Tremonti. I precedenti (2001-2004) a dire il vero non riscossero il successo sperato. In totale vennero rimpatriati 77 miliardi sui quali riuscì a ottenere (con aliquota però del 2,5%) non più di 2 miliardi. In questo caso, il governo ha stimato per l’Erario, entrate tra 3 e 4,5 miliardi di euro. «Cifre irrisorie che non giustificano quest’ennesimo regalo agli evasori - per le associazioni dei consumatori- ma sufficienti a soddisfare le banche che da questa operazione potrebbero incassare, tra commissioni e spese per il lavaggio statale, da un minimo di 750 milioni di euro, applicando la commissione minima dello 0,50%, fino a oltre 1 miliardo di euro».


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 190

mercoledì 30 settembre 2009


Fannulloni, la retromarcia della «rivoluzione-Brunetta»


È finita un’epoca: anche Renato Brunetta finisce nel tritacarne mediatico. Finora lo aveva usato lui, contro dipendenti pubblici, sindacalisti, piloti dell’Alitalia, e anche opposizione, salotti, banche. Ieri, invece, un paio di «notizie», relative a decisioni di mesi fa o addirittura dell’anno scorso sulle malattie e le indennità, vengono rilanciate in primo piano. Al ministero non si danno pace. «Che notizia è? Era già deciso da tempo, in circolari e nei decreti». In verità, nessuno lo sapeva. Deciso, ma tenuto accuratamente nell’ombra. Lontano dai microfoni e dalle Tv. Il ministro, dal canto suo, la butta in politica. «Non leggete troppo Repubblica», replica a chi gli chiede chiarimenti, riecheggiando i diktata del premier. Nel frattempo il portavoce di palazzo Vidoni diffonde comunicati: l’articolo di Repubblica è un falso, perché non esiste alcuna «restaurazione seguita alla rivoluzione Brunetta». Salvo poi ammettere che modifiche ce ne sono state, eccome. Eccole le modifiche. I lavoratori in malattia non dovranno più risultare reperibili nell’intera giornata (le norme introdotte l’anno scorso prevedevano l’intera giornata dalle 8 alle 20, con l’esclusione della fascia dalle 13 alle 14, chiamata «ora d’aria»), ma secondo le fasce in vigore per i privati (10-12/17-19). Lo prevede il decreto anticrisi varato in luglio. Un’altra disposizione dello stesso decreto prevede che la certificazione delle malattie può essere rilasciata anche da un medico convenzionato con il servizio sanitario, e non solo dalla struttura pubblica come volevano le «norme Brunetta ». Su questa retromarcia il ministero replica che la decisione era già stata presa in una circolare del 5 settembre dell’anno scorso, e che è stata confermata in un decreto per maggiore chiarezza legislativa. Sta di fatto che la retromarcia c’è stata, non a luglio ma addirittura un anno fa. Stessa cosa vale per l’altra modifica, quella concernente alcuni casi di assenza che nella «rivoluzione Brunetta» venivano equiparate alle malattie, ma che tali non erano. È il caso dei donatori di sangue o di chi assiste un portatore di handicap. Anche per loro la legge originaria prevedeva la decurtazione dell’indennità accessoria sul salario. Il ministro ci ha ripensato nel dicembre del 2008, ed ha corretto. «Invece di dire bravo Brunetta, oggi lo accusano di aver fatto marcia indietro», continuano dal ministero. Se solo il ministro ammettesse che si è corretto da solo, magari in molti gli direbbero bravo. Ultima novità, il mantenimento del trattamento economico per le forze di polizia anche in malattia. Sulla reperibilità il segretario generale della Fp-Cgil, Carlo Podda, parla di «un atto dovuto». «Con la normativa Brunetta - spiega - c'era un'evidente disparità tra lavoratori ». Stesso commento dalla Uil.Pa. «La modifica è frutto del dialogo», aggiungono in casa Cisl. Intanto il ministro se la prende con gli studenti assenteisti. «Manderemo sms alle famiglie - dice accanto alla Gelmini - è finita un’epoca».


Sì, la sua.


By Angelo Stelitano


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