La Chicchetta - 191

giovedì 1 ottobre 2009

Scudo fiscale, infuria la polemica. E banche ed evasori fanno festa


Il provvedimento annunciato dal governo dà la possibilità a chi ha esportato illegalmente capitali all’estero di rimpatriarli senza condanna. Ma in passato la misura, varata sempre dal centrodestra, non ottenne gli effetti sperati. Trecento miliardi di euro, l’ammontare dell’evasione fiscale di un anno in Italia. Una ricchezza pari al fabbisogno di 10 super finanziarie. Una montagna di liquidità che darebbe ossigeno vitale agli asfittici polmoni dell’economia italiana. Ora che il governo ha posto la fiducia sullo scudo fiscale (approvato ieri sera alla Camera con 309 voti a favore e 247 contrari, oggi il voto definitivo al Senato), insieme a un pacchetto di misure correttive all’ultimo decreto legge anticrisi, la Guardia di finanza e l’Agenzia delle entrate forniscono i dati sulla base di stime Ocse, dell’ammontare dei patrimoni dei Paperoni italiani detenuti illegalmente in qualche angolo “paradisiaco” del globo. Principato di Monaco, Costa Rica, Uruguay, Liechtenstein, Panama, San Marino sono solo alcune delle tappe di una mappa che porta dritti a un tesoro stimato dall’Ocse, intorno ai 7.000 miliardi di euro, 1.600 dei quali legati ad attività criminali, 278 invece provenienti dall’Italia, 125 in Svizzera, 86 in Lussemburgo, il resto in altri Paesi compresi 2 miliardi a San Marino. Soldi su cui dovrebbero essere state pagate le tasse ma che vengono trasferiti su conti esteri per sfruttare le maglie larghe dei paradisi fiscali. Manovre che interessano i grandi come i piccoli capitali contro cui l’“Ordine mondiale” ha dichiarato guerra inaugurando una inaspettata unità di intenti sancita dalla riunione del G20 nell’aprile scorso. Un cammino lungo e faticoso che parte dal segreto bancario: «Il destino dei paradisi fiscali è oramai segnato - ha detto il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera -. Il segreto bancario, ai fini fiscali, è finito; una maggiore cooperazione internazionale in tema di trasparenza e scambio di informazioni è testimoniata sia dal fatto che sono sempre di più i Paesi che si allineano agli standard dell’Ocse, sia che sono in crescita degli Stati che firmano accordi e convenzioni». Guerra senza confini, quindi, che vedrà impegnata anche l’Italia, si spera, ma non ora e comunque non prima del 15 dicembre, data di scadenza dello scudo fiscale. Della possibilità, cioè, per quanti hanno esportato illegalmente capitali all’estero di rimpatriarli senza condanna ma con un’imposta del 5% sul totale (contro il 43% dell’imposta ordinaria che noi tutti paghiamo). Uno strumento per recuperare denari già persi, secondo il governo e la maggioranza, un modo per incentivare l’evasione secondo tutto il resto del Paese, a cominciare dalla magistratura: «Il diritto penale richiede certezza ed effettività della pena - ha detto l’Associazione nazionale magistrati criticando la normativa - non può tollerare un così frequente ricorso ad amnistie o sanatorie, in particolare nel settore delicatissimo dei reati economici e fiscali». Originariamente ristretto al solo aspetto fiscale, lo scudo è stato successivamente allargato (con il passaggio al Senato) a più comuni reati penali di natura finanziaria, quali il falso in bilancio, la bancarotta, le norme antiriciclaggio. Modifiche che, con l’anonimato e la garanzia di impunità, hanno fatto infuriare l’opposizione, stretta all’angolo dell’ennesima (25esimo voto di fiducia) blindatura. Questo in via di approvazione (che molto probabilmente riceverà l’avallo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) è il terzo “scudo” dell’era Berlusconi, firmato come sempre Giulio Tremonti. I precedenti (2001-2004) a dire il vero non riscossero il successo sperato. In totale vennero rimpatriati 77 miliardi sui quali riuscì a ottenere (con aliquota però del 2,5%) non più di 2 miliardi. In questo caso, il governo ha stimato per l’Erario, entrate tra 3 e 4,5 miliardi di euro. «Cifre irrisorie che non giustificano quest’ennesimo regalo agli evasori - per le associazioni dei consumatori- ma sufficienti a soddisfare le banche che da questa operazione potrebbero incassare, tra commissioni e spese per il lavaggio statale, da un minimo di 750 milioni di euro, applicando la commissione minima dello 0,50%, fino a oltre 1 miliardo di euro».


By Angelo Stelitano


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