La Chicchetta - 190

mercoledì 30 settembre 2009


Fannulloni, la retromarcia della «rivoluzione-Brunetta»


È finita un’epoca: anche Renato Brunetta finisce nel tritacarne mediatico. Finora lo aveva usato lui, contro dipendenti pubblici, sindacalisti, piloti dell’Alitalia, e anche opposizione, salotti, banche. Ieri, invece, un paio di «notizie», relative a decisioni di mesi fa o addirittura dell’anno scorso sulle malattie e le indennità, vengono rilanciate in primo piano. Al ministero non si danno pace. «Che notizia è? Era già deciso da tempo, in circolari e nei decreti». In verità, nessuno lo sapeva. Deciso, ma tenuto accuratamente nell’ombra. Lontano dai microfoni e dalle Tv. Il ministro, dal canto suo, la butta in politica. «Non leggete troppo Repubblica», replica a chi gli chiede chiarimenti, riecheggiando i diktata del premier. Nel frattempo il portavoce di palazzo Vidoni diffonde comunicati: l’articolo di Repubblica è un falso, perché non esiste alcuna «restaurazione seguita alla rivoluzione Brunetta». Salvo poi ammettere che modifiche ce ne sono state, eccome. Eccole le modifiche. I lavoratori in malattia non dovranno più risultare reperibili nell’intera giornata (le norme introdotte l’anno scorso prevedevano l’intera giornata dalle 8 alle 20, con l’esclusione della fascia dalle 13 alle 14, chiamata «ora d’aria»), ma secondo le fasce in vigore per i privati (10-12/17-19). Lo prevede il decreto anticrisi varato in luglio. Un’altra disposizione dello stesso decreto prevede che la certificazione delle malattie può essere rilasciata anche da un medico convenzionato con il servizio sanitario, e non solo dalla struttura pubblica come volevano le «norme Brunetta ». Su questa retromarcia il ministero replica che la decisione era già stata presa in una circolare del 5 settembre dell’anno scorso, e che è stata confermata in un decreto per maggiore chiarezza legislativa. Sta di fatto che la retromarcia c’è stata, non a luglio ma addirittura un anno fa. Stessa cosa vale per l’altra modifica, quella concernente alcuni casi di assenza che nella «rivoluzione Brunetta» venivano equiparate alle malattie, ma che tali non erano. È il caso dei donatori di sangue o di chi assiste un portatore di handicap. Anche per loro la legge originaria prevedeva la decurtazione dell’indennità accessoria sul salario. Il ministro ci ha ripensato nel dicembre del 2008, ed ha corretto. «Invece di dire bravo Brunetta, oggi lo accusano di aver fatto marcia indietro», continuano dal ministero. Se solo il ministro ammettesse che si è corretto da solo, magari in molti gli direbbero bravo. Ultima novità, il mantenimento del trattamento economico per le forze di polizia anche in malattia. Sulla reperibilità il segretario generale della Fp-Cgil, Carlo Podda, parla di «un atto dovuto». «Con la normativa Brunetta - spiega - c'era un'evidente disparità tra lavoratori ». Stesso commento dalla Uil.Pa. «La modifica è frutto del dialogo», aggiungono in casa Cisl. Intanto il ministro se la prende con gli studenti assenteisti. «Manderemo sms alle famiglie - dice accanto alla Gelmini - è finita un’epoca».


Sì, la sua.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 189

martedì 29 settembre 2009

L’incontro di Ciampino




(Ciampino sta diventando infrequentabile)



La Storia è sempre stata piena di incontri tra personaggi importanti che hanno cambiato il destino di uno o più popoli in modo più o meno imperituro. Senza andare troppo in là nel tempo ricorderei l’incontro di Teano del 26 ottobre 1860 tra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi fresco conquistatore del sud borbonico. Una frase pare che l’eroe dei due mondi abbia detto al sabaudo: “Saluto in Voi il Re d’Italia”. Che, per ricompensarlo, dopo avergli fatto sparare addosso da Cadorna per impedirgli una presa di Roma prematura, lo fece esiliare anni dopo a Caprera ove tuttora è sepolto. Passiamo al 28 ottobre 1922 nelle sale del Quirinale avviene l’incontro tra il duce del fascismo Benito Mussolini ed ancora una volta un Re d’Italia, Vittorio Emanuele III. Il politico di Predappio rivolge al sovrano questa frase: “Maestà Le porto l’Italia di Vittorio Veneto”, per poi prendersi de facto il potere assoluto per ventun anni. E il Re, nonostante grazie al regime divenne persino Imperatore d’Etiopia e Re d’Albania, alla prima favorevole occasione (a guerra oramai decisamente persa) fece arrestare il Cavalier Benito esiliandolo dapprincipio a Ponza e poi alla Maddalena vicino a Garibaldi. E trasferiamoci all’oggi 26 settembre 2009, saletta VIP dell’aeroporto romano di Ciampino dove si incontrano, dicono fuori programma ma forse organizzato per farlo apparire tale, il Pontefice regnante Benedetto XVI e il Presidente del Consiglio Cavaliere in nero. Anche qui ci saranno una o due frasi che diverranno nei secoli storiche. Tradizione vuole che a pronunciarle non sia la testa coronata ma l’altro interlocutore. L’onere spetterà al knight in black, dunque.Ipotizziamo:“Santità Le porto le leggi cattolicissime che la mia maggioranza ha fatto e sta per fare” no, non mi convince. “Santità saluto in Lei la nostra guida spirituale” no, troppo artefatta. “Santità, La saluta un’italia felice guidata da un Presidente del Consiglio per bene.” Ecco, questa mi sembra più adatta al suo modo di porsi.


Comunque tra i protagonisti politici di questi colloqui estemporanei c’è un filo rosso: due su tre son finiti in esilio. Un buon auspicio, no?

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 188

lunedì 28 settembre 2009

LA FINANZIARIA CHE NON C’E’

E’ veramente impressionante la Finanziaria del 2010: vuota e sostanzialmente inutile di fronte a una crisi che sta accentuando le sue gravi conseguenze sociali ed economiche in tutto il Paese. Bisognerebbe mettere mano alla spesa pubblica, programmare corposi interventi di sostegno al reddito e alle imprese, vere misure di protezione sociale, programmare nuovi investimenti, ma niente di tutto questo c’è nel testo approvato in Consiglio dei ministri mercoledì scorso. Tremonti dice che la Finanziaria di quest’anno non serve perché c’è stata la manovra triennale nell’estate del 2008. Poi continua: finalmente non c’è la Finanziaria “omnibus” con i conseguenti “assalti alla diligenza”. Si dimentica di dire che “l’omnibus” l’ha nel frattempo spostato nella miriade di decreti e specifici provvedimenti “anti crisi” come - ultimo in ordine di tempo - quello che prevede lo scudo fiscale, esteso in extremis anche a mafiosi e a malfattori. E inoltre si dimentica che dall’estate del 2008 (da quando è stata approvata la manovra triennale) la crisi - purtroppo - si è aggravata moltissimo e i decreti e i provvedimenti fin qui varati non hanno avuto gli effetti sperati: né potevano averne vista la loro modestia al limite dell’inconsistenza. Social card, mini indennità ai precari disoccupati, credito alle famiglie per i nuovi nati, Robin Hood tax, bonus alle famiglie, tassi per i mutui al 4%... tutte misure assolutamente simboliche (alcune, tra l’altro, nemmeno attuate) ma presentate dall’ufficio marketing di Tremonti come importanti provvedimenti sociali ed economici. Si tratta in realtà di clamorosi bluff. La Finanziaria del 2010 avrebbe potuto essere l’occasione del varo di una serie di misure sociali e ambientali ben più consistenti, capaci di un’inversione di tendenza rispetto a una politica economica - quella di Tremonti - che galleggia nell’immobilismo e nella vacuità di misure solo propagandistiche.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 187

venerdì 25 settembre 2009

Effetto spot con trucco


Ormai Tremonti è diventato più bravo di Berlusconi nel vendere i suoi prodotti. Ha scoperto l’effetto spot e ne copia la tecnica dal maestro. Il varo annuale della legge finanziaria è il suo numero migliore. L’anno scorso proclamò ai quattro venti che il Consiglio dei ministri l’aveva approvata in nove minuti. E con encomiabile solerzia molti mezzi di comunicazione amplificarono la notizia. Che poi successivamente la Finanziaria sia stata abbondantemente e continuamente modificata per adattarla a richieste e proteste che arrivavano da ogni parte conta poco e tutto finì nel calderone della routine quotidiana senza che l’opinione pubblica ne venisse adeguatamente informata. Quest’anno la parola d’ordine è un’altra: “finanziaria superleggera, da soli 3 miliardi, senza tagli e senza tasse”. Ed è questo lo slogan che deve rimanere ben impresso nella testa degli italiani, accada quello che accada. Dopo. Sì, dopo: cioè quando la gente si accorgerà che senza tagli voleva dire “senza nuovi tagli” (e non è detto che sia così) ve senza tasse voleva dire “senza nuove tasse” (e speriamo che sia così). Ma soprattutto l’enfatico spot serve a mascherare un piccolo particolare di questa nuova legge finanziaria: la sanatoria per il falso in bilancio, infilata con abile mossa nello “scudo fiscale” riservato ai colpevoli di esportazione di capitali nei “paradisi fiscali” esteri. Non sappiamo se il Quirinale sarà disposto a far passare indenne questa norma, che dovrebbe portare qualche soldo alle casse dello Stato, ma che grazierà i responsabili di reati finanziari. I quali potranno legittimamente gioire di questa “Tremonti fast”.



By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 186

giovedì 24 settembre 2009

Il Sud, il federalismo e l'andamento lento
La questione meridionale subisce, ormai da qualche anno, un processo di rimozione a singhiozzo, il dibattito appare e scompare inseguendo l’altalena della politica e degli interessi, senza però avere più di una consistenza propria. È per certi versi paradossale il fatto che nel momento in cui infuriava più forte la crisi economica e in cui l’attenzione avrebbe dovuto essere rivolta alle aree trainanti del Paese, il tema del Mezzogiorno fosse più dibattuto di oggi, quando invece la ripresa che si intravede dovrebbe indurre a metter mano anche ad un riequilibrio tra le differenti aree. Il Pil pro-capite del Sud è poco più della metà di quello delle regioni del Centro-Nord, ma sale all’84% se si considera il Pil prodotto per occupato, è questo uno dei motivi della sostanziale tenuta a cui assistiamo. Sembra di poter dire che quella del Sud è “solo” un’economia che marcia più lentamente di quella del Nord e ciò avviene sia in presenza di consistenti investimenti pubblici, sia quando questi scemano, come avviene da 8 anni a questa parte. Sono due economie diverse, ma è illusorio pensare che, col federalismo, una gestione separata delle economie darà vita a territori più svincolati tra loro, perché i problemi del Sud non sono tanto quelli di ordine economico, ma riguardano aspetti sociali, di sicurezza e di formazione delle risorse umane: basti pensare che i diplomati sono il 44% della popolazione contro il 54% del centro-Nord. Questi elementi preeconomici rischiano di produrre un’economia non solo più lenta, ma anche più fragile: non è un caso che l’export del Sud sia quasi un quarto di quello del centro-nord; problemi che il federalismo non potrà affrontare e che inevitabilmente finiranno per essere problemi nazionali. Affrontarli in una logica nazionale, non allontanerebbe il federalismo, anzi potrebbe prevenire quell'inevitabile incaglio che in futuro verrà letto, ingiustamente, come fallimento del federalismo. Serve allora una politica nazionale per il Sud, che potrà vincere le resistenze di un’opinione pubblica sempre più diffidente, solo se dal Sud emergeranno politici in grado di dettare un’agenda fatta non di richieste, magari camuffate da velleità federaliste, ma di accattivanti proposte di investimenti, politici in grado di presentare un Sud vitale e motivato in cui valga la pena investire per il bene di tutto il Paese.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 185

mercoledì 23 settembre 2009

Il pollo sta per essere spennato …



Il due di coppe si reca alla bottega, e con alcune monetine fasulle cerca di comprare un pollo. Un pollo vivo e da spennare.Il venditore accortosi che l’acquirente era proprio il due di coppe in persona, pensò bene di “fregarlo”, cercando di realizzare qualche spicciolo in più. "Sapete questo è l’ultimo pollo e a questo prezzo non posso proprio darvelo. L’unica cosa che posso fare è venirvi incontro, fatemi ridere con qualche vostra trovata da ciarlatano e vi faccio lo sconto". "Caspita - pensò il due di coppe - pure questo mi conosce. No problem!! - Esclamò - in quanto a fandonie sono imbattibile e ne ho un sacco e una sporta pronte per l’uso". Trovandosi nel suo terreno, il due di coppe prese a raccontare una balla dietro l’altra. Balle talmente incredibili che il venditore di polli a momenti muore dal ridere. Scampato il pericolo, confenziona il pollo e lo consegna al due di coppe. Ben lieto di poterselo togliere dai piedi, oramai neanche lui poteva più sopportarlo.

Il due di coppe oramai non fa ridere più nessuno, nè i venditori e tantomeno i polli!


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 184

martedì 22 settembre 2009

I muscoli oratori di Brunetta


Il ministro Renato Brunetta si è esibito sabato a Cortina d’Ampezzo davanti a una platea di militanti veneti del Partito delle libertà prendendosi la libertà, appunto, di far ricorso a un linguaggio greve, persino scurrile, inconsueto e disdicevole per un ministro della Repubblica, consono piuttosto a quelli che una volta venivano apostrofati come “scaricatori di porto”. Nella foga delle sue argomentazioni, che miravano a dimostrare che in Italia esistono delle consorterie finanziarioeditoriali che ordiscono quotidianamente le trame di un “colpo di Stato” per abbattere il governo di cui lui fa parte, Brunetta, sudando copiosamente e agitandosi come un invasato, ha urlato che succuba e strumento di questa congiura è “una sinistra di merda” che perciò “vada a morì ammazzata”. Le reazioni dall’opposizione sono state di vario tenore: c’è chi ha espresso sdegno (Di Pietro), chi irrisione (Franceschini), chi deplorazione (Bersani), chi sconcerto (Cesa). Anche nel Pdl c’è stato chi ne ha preso le distanze, parlando di imbarbarimento della politica (il senatore del Pdl Andrea Fluttero) o chi ha cercato di metterci una pezza, facendo passare le parole di Brunetta per veniali intemperanze (Bocchino). Imperturbabile e granitico, invece, Capezzone, che, con sprezzo della sinistra e del ridicolo, ha parlato di “vecchiume italiano contro un riformatore”. Il quale probabilmente ha inteso onorare, con la sua muscolosa prova oratoria, l’appellativo che gli aveva appioppato D’Alema: di “energumeno tascabile”.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 183

lunedì 21 settembre 2009

UNA SINISTRA TRAPPOLA


È legittimo, per tattica e opportunità, essere amici degli avversari degli avversari prescindendo dalle loro posizioni? Ad esempio: se domani Bossi rompesse con Berlusconi, sarebbe giustificabile una sua alleanza con il Pd? Sarebbe legittimo, da parte dei democratici, cercare intese con una forza - la Lega - xenofoba e regressiva solo in virtù del fatto che esercita un’azione di contrasto al loro principale avversario? Un ragionamento analogo vorrei farlo per i rapporti che intercorrono tra gran parte delle forze del centrosinistra e il Vaticano. È un ragionamento che guarda alla manifestazione nazionale per la libertà d’informazione che si terrà a Roma; delle molte questioni che pertengono l’ingerenza della Chiesa nella nostra vita pubblica. Perché sono convinto che esista da tempo, e che non si sia mai attenuata, una campagna aggressiva e pervasiva, che gode dell’appoggio di larga parte del mondo mediatico, volta a condizionare pesantemente la politica italiana in senso reazionario: con l’obiettivo primario - e non solo di limitare severamente o negare tout court le libertà personali dei cittadini. Testamento biologico, fecondazione artificiale, aborto, contraccezione, coppie di fatto, politiche sulle droghe, ora di religione a scuola e altro ancora: per ciascuno di questi temi Ratzinger e le sue truppe conducono una sorta di guerra - tutt’altro che santa - attraverso testate giornalistiche controllate o compiacenti; attraverso un potere diretto sulla classe politica che trova sponda in tutte le forze presenti in parlamento; attraverso l’esercizio ricattatorio del potere di scomunica. L’atteggiamento della Santa Sede, in quest’ultimo caso, configura la coesistenza di due diritti autonomi e confliggenti: ciò che per lo Stato italiano è legge - ad esempio la Ru486 - per la Chiesa può essere peccato mortale; e la possibilità che un cittadino si avvalga delle facoltà che detta legge gli garantisce, o che a essa semplicemente si attenga, merita la massima sanzione possibile. Che, va da sé, non è sanzione civile o penale, ma diniego di partecipazione al credo. Il cerino della resistenza a cotanta ingerenza è rimasto in mano ai soli Radicali. Per il resto è un silenzio assordante; che si fa più sordo ogni volta che tra il premier e il Vaticano qualcosa scricchiola, che si nutre di un’idea debole, debolissima, di laicità e liberalismo.

Ma gli avversari degli avversari non sempre possono essere amici.
Tantomeno possono esserlo i falsi avversari degli avversari.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 182

giovedì 17 settembre 2009


OGNUNO AL POSTO DELL’ALTRO

Una strana abitudine, tutta italiana e sempre più radicata, è quella di andare a occuparsi delle cose degli altri ma di tralasciare le proprie. Un esempio emblematico è rappresentato dal rapporto magistratura/politica. I magistrati si lamentano del fatto che la politica lascia vuoti legislativi che gli stessi giudici devono colmare. I politici, dal canto loro, si lamentano dei magistrati e intervengono con leggi che mirano ad arginare il vuoto che lascia la loro (vera o presunta) inoperatività. Qualche esempio. Non esiste in Italia una legislazione sulla eutanasia, sui malati terminali o sul testamento biologico in grado di regolare tutte le fattispecie. Quando si presenta un caso Welby o un caso Englaro i giudici sono chiamati a dare una risposta (che dovrebbe essere un’applicazione della legge) in base a una norma che, semplicemente, non esiste. Eccoli quindi arrabattarsi per creare una regola che risponda ai principi generali dell’ordinamento. I giudici, quindi, fanno i legislatori. Ma sono i legislatori a lasciare questo vuoto, colpevolmente. Il meccanismo, dicevo, è bidirezionale. Prendiamo l’esempio dei concorsi pubblici, specie quelli universitari. È notorio il meccanismo del nepotismo, e numerose inchieste (giornalistiche come giudiziarie) si sono preoccupate di evidenziare le ampie parentele presenti nei nostri atenei, in particolar modo nelle facoltà di medicina. La percentuale è imbarazzante. Allora il legislatore, di fronte a un fenomeno insostenibile e che provoca così tanti danni al Paese (la fuga dei cervelli) si sente giustamente chiamato a intervenire. Recente è, in proposito, la riforma che ha stravolto (e speriamo che funzioni!) i meccanismi di nomina delle commissioni, prevedendo una parziale estrazione a sorte dei relativi membri. Oggi si paventa addirittura la possibilità di vietare la compresenza di parenti all’interno della stessa struttura sanitaria o dipartimento, proprio per arginare con tale “ultima ratio” un sistema che appare invincibile. Ma in questo caso il vuoto lo hanno creato i magistrati. Se si deve ricorrere a questi sistemi, perché - si afferma - i concorsi sono quasi tutti truccati (esistono addirittura siti internet di protesta, in cui i nomi dei vincitori vengono indicati dagli altri concorrenti prima ancora che i concorsi vengano espletati!), la “responsabilità” è di chi è chiamato a controllare (giudici amministrativi, giudici penali, ad esempio) e che non sono riusciti a dare una risposta effettiva a quello che da alcune inchieste pare essere un vero e proprio sistema. Di qui il necessario intervento di chi è preposto alla normazione. Insomma, una vera e propria inversione di ruoli, in cui ognuno si impegna a riparare le inefficienze degli altri, ma si guarda bene dall’attivare del tutto i mezzi che ha a disposizione.
Il risultato è la quotidiana svalutazione reciproca delle istituzioni, in una lotta che non vede nessun vincitore ma tutti perdenti.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 181

mercoledì 16 settembre 2009

Il coltello del potere


Ora che si annuncia il character assassination di Gianfranco Fini, come per la brutale liquidazione del direttore dell'Avvenire, non tiene conto discutere di chi preme il grilletto. Quel che conta è mettersi dinanzi la figura del mandante, le ragioni della sua mossa intimidatoria per fermare l'immagine della scena distruttiva in cui siamo precipitati. Quel che accade, non c'è altro modo per dirlo: Silvio Berlusconi, con il suo giornale, avverte il partner che, en passant, è anche la terza carica della Repubblica. Lo minaccia con formule che fanno venire il freddo alla nuca: "Ultima chiamata per Fini... Fini ha l'esigenza immediata di trovare una ricollocazione: o di qua o di là. Non gli è permesso... Deve risolversi subito... E ricordi che, bocciato un Lodo Alfano, se ne approva un altro". E infine, lo scintillio del coltello: "Ricordi che delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. E' sufficiente - per dire - ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme". Nella "strategia della tensione" (le Monde), inaugurata per l'autunno dal capo del governo, il giornalismo diventa strumento di intimidazione e minaccia. Ce ne possiamo meravigliare? L'avevamo già visto all'opera contro Dino Boffo, quel giornalismo assassino. Quel che conta è scorgere dietro quell'alterazione dell'informazione, la manovra politica, seguire i passi del manovratore. Anche quel dispositivo si era avvistato per tempo. Dopo il rimescolamento nell'informazione controllata direttamente o indirettamente dall'Egoarca, era già chiaro in luglio che sarebbe cominciato il tempo dell'aggressività. Non era difficile prevedere che una stagione di prepotenza avrebbe demolito deliberatamente i non-conformi, degradato i perplessi, umiliato gli antagonisti. Dentro la maggioranza o nell'opposizione. Dentro la politica o fuori della politica. Nel mondo dell'impresa, della società, della cultura, dell'informazione. Nessuno oggi - si deve aggiungere - può dirsi al sicuro dalle ritorsioni dell'Egoarca. Non lo è stata la moglie del premier, la madre dei suoi figli, che per prima ha subito un mortificante rito di degradazione. Non lo è stata la Chiesa dei vescovi italiani, umiliata con le accuse taroccate al direttore dell'Avvenire. Ora tocca al presidente della Camera al quale viene interdetto, con la minaccia di "uno scandalo", di manifestare il proprio pensiero, che poi dovrebbe essere un suo diritto costituzionale. Vale la pena di parlare di Costituzione. Nel lavoro assegnato dal capo del governo al suo giornale, c'è innanzitutto la distruzione dei principi della Carta. L'Egoarca sa che la Corte costituzionale potrebbe cancellare la legge che lo rende immune e fa sapere che se ne impiperà. Farà approvare una nuova legge. Disporrà che sia "immediatamente in vigore". I giudici sono avvisati. Del Parlamento l'Egoarca non se ne cura, è un trascurabile accidente. Se il presidente della Camera ritiene di doversi mettere di traverso, magari rispettando i regolamenti, sappia che finirà nel tritacarne di uno scandalo che non c'è, ma che i media controllati faranno credere vero e infamante. Fini è anche co-fondatore del partito del presidente del Consiglio, è un uomo libero che liberamente - anche se in contrasto con il partner politico - esprime le sue convinzioni su temi (immigrazione, fine-vita) sensibili e controversi. Il presidente del Consiglio gli fa sapere che deve tacere, adeguarsi, rendere le sue idee conformi. In caso contrario, la "macchina della calunnia", che ha organizzato in Sardegna e ad Arcore quest'estate, lo stritolerà. Il paradigma che informa, in questa stagione, l'Egoarca è soltanto un fragoroso, orientale abuso del potere. Berlusconi ha rinunciato anche all'obiettivo dichiarato di ridurre i poteri plurali e diffusi a vantaggio di una forma politico-istituzionale accentrata nella sua figura di premier cancellando il quadro politico dove competono le forze sociali e politiche, rivendicando le sue decisioni direttamente in televisione in nome della legittimità conquistata con il voto. Oggi, Berlusconi non reclama più nemmeno la legittimità di quel potere. Preferisce mostrarne, senza alcuna finzione ideologica, con immediata concretezza, soltanto la violenza pura. Gli interessa soltanto alimentare l'efficienza di una macchina di potere che non vive di idee, progetti, discussioni, riforme, alterità, ma di brutalità, imperio, conformismo e terrore. Quel che si intravede è un uomo solo, circondato da cattivi consiglieri, prigioniero di una sindrome narcisistica, incapace di fare i conti con una realtà che non controlla più, che non riesce più annullare. Illiberale fino alle midolla, avverte il declino e vede ovunque oscuri pericoli. Nella stampa estera, nelle cancellerie europee, nell'Ue, tra i suoi alleati di governo e di partito, nelle gerarchie ecclesiastiche, nella magistratura, nell'informazione pubblica. Ogni dissenso - anche il più motivato e amichevole - gli appare un atto persecutorio cui replicare "colpo su colpo". Questa deriva rende oggi Silvio Berlusconi un uomo violento e pericoloso.

La scena in cui siamo precipitati è la decadenza di un leader che non accetta e non accetterà il suo fallimento. Trascinerà il Paese nella sua sconfitta, dividendolo con l'odio.




By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 180

martedì 15 settembre 2009

I ministri dell’Astio e l’assalto alla cultura

di Francesco Merlo, da Repubblica, 14 settembre 2009

Ogni giorno c’è un ministro dell’Astio, il sovrauomo Brunetta innanzitutto, che vomita trivialità ora su uno ora su un altro pezzo d’Italia: i cineasti sono parassiti, la borghesia è marcia, i professori sono ignoranti, gli statali sono fannulloni, gli studenti sono stupidi, gli economisti sono sconclusionati… Insomma ogni giorno arriva un insulto, un dileggio o una derisione a carico di una categoria sociale diversa. E sono parole rivelatrici, più di un album di fotografie, parole che sono la verità di questi uomini. Parole che esprimono il senso compiuto di questi cortigiani del Principe che hanno un conto aperto con la natura o con la società e approfittano del loro potere per sfogarsi, come quei personaggi di Stendhal che cercavano a Parigi il risarcimento degli affronti subiti in provincia.E infatti non si erano mai visti governanti così furiosi contro i governati. Giganti in esilio dentro corpi politicamente troppo angusti, Brunetta, Gelmini, Bondi e, qualche volta, anche Sacconi e Tremonti, trattano l’Italia come una pessima bestia da addomesticare, hanno elevato il disprezzo ad arte di governo, vogliono far espiare al Paese le loro inadeguatezze e le loro frustrazioni.Bondi per esempio crede che la cultura sia il computo di sillabe in versi sciolti. Brunetta, che non sopporta la bassezza degli indici di produttività, vorrebbe disitalianizzare l’Italia per farne un campo di concentramento laburista: il lavoro detentivo rende liberi, belli, grandi e anche biondi. La Gelmini persegue un sessantotto al contrario che lobotomizzi fantasia e dottrina e mandi al potere i ragionieri con la lesina come scettro. Di Bossi è inutile dire: vanta una lunga carriera fondata sulla parolaccia, sul dito medio, sulla scatole rotte, sulla carta igienica, sul ce l’ho duro… Benché nessun governo abbia mai teorizzato e praticato l’offesa dei propri elettori come scienza politica, l’attacco alla cultura non è certo una novità. Goebbels, che era piccolo, nero e zoppo, metteva la mano alla pistola. Scelba, che era calvo e rotondo come un arancino, coniò il neologismo - culturame - ora rilanciato da Brunetta. Anche Togliatti sfotteva in terronio maccheronico il terrone Vittorini, e più in generale il Partito comunista riconosceva solo gli intellettuali organici, cioè gli intellettuali senza intelletto ma con il piffero… Insomma, fare guerra alla cultura è sempre nevrosi, alla lunga perdente, ed è comunque manganello nelle sue varie forme, reali e metaforiche. Oltraggiare la cultura è uno scandalo penoso: è come sparare in chiesa, impiccare i neri, imputare all’immigrato clandestino la sua miseria, punire la sofferenza come un reato. Ed è un altro modo di organizzare ronde, magari sotto forma di squadracce ministeriali: prediche, comizi, fatwa… Se Brunetta potesse pesterebbe i vari Placido d’Italia, da Dario Fo a Umberto Eco e, per imparzialità, anche Pippo Baudo e Fiorello. Per Brunetta e Bondi, infatti, gli uomini colti sono la misura della propria dannazione, lo specchio della propria nudità, come Berlusconi visto dalla D’Addario. Con quegli uomini, che ora chiamano parassiti, Brunetta e Bondi non sono mai riusciti ad intrattenersi neppure quando militavano a sinistra. È da allora che covano rancori. Odiano i salotti (cioè le buone maniere) che li tenevano a distanza. Disprezzano i libri che non hanno letto né tanto meno scritto e che per il popolo della Padania sono ciapa pulver, acchiappa polvere, deposito di pulviscolo. Sono rancorosi, Brunetta e Bondi, perché sono stati di sinistra e ora ne sono pentiti visto che solo la destra plebea e indecorosa li ha "capiti", promossi e ben ripagati. Come gli ebrei convertiti dell’Inquisizione cristiana rimproveravano a Cristo la debolezza di amare tutti, così questi ministri cortigiani rimproverano alla casa di produzione Medusa, che appartiene al loro dio, di investire sui nemici di dio, sudditi infidi che loro conoscono come se stessi. Dunque i ministri dell’Astio danno del parassita agli artisti di sinistra perché non sopportano che siano sovvenzionati dal loro stesso padrone senza neppure baciargli la mano. Addirittura quelli gliela addentano! Ebbene questa, signori ministri dell’Astio, è stizza. È la stizza di chi, per avere i favori del Principe, non ha badato a spese, ha cambiato i propri connotati, ha ceduto l’anima, si è legato a doppie catene al suo carro. E ora vede che i vari Placido - non importa se bravi o meno - non si sono fatti ipnotizzare dalla medusa che li paga. In buona sostanza, l’insulto come forma governo è espressione di malafede e di malessere, un impasto di vita vissuta male e di autoespiazione forcaiola: un film drammatico insomma. Dunque Michele Placido non li quereli, ma li metta in scena.
Con i soldi della Medusa. Titolo? "La bava dei servi".

Un ringraziamento particolare al collega Mario Monaco per la segnalazione dell'articolo.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 179

lunedì 14 settembre 2009

Renzo Bossi: incarico da 12.000 euro al mese

La lega, si sa, è sempre stata contraria all'odioso nepotismo di "Roma Ladrona" ed assolutamente estranea al clientelismo tipico della cara e vecchia Dc (e diciamo pure di ogni partito politico esistente). Il partito del Carroccio, anche questo è risaputo, ha sempre fatto della coerenza la sua più gran virtù e, difatti, Calderoli si è subito precipitato a far la pace con la Chiesa; ribadendo le sue radici cristiane (il fatto che si fosse sposato con un paganissimo "rito celtico" è un trascurabile dettaglio). Umberto Bossi, da sempre un convinto anti-meridionalista, si è sposato invece una siciliana e, sempre lo stesso Senatùr, promotore dell'inferiorità culturale dei terroni, ha visto il figliolo Renzo bocciato per ben tre volte all'esame di maturità. Il monumento alla coerenza della predica, però, i bravi Leghisti lo hanno eretto solo qualche giorno fa; nominando proprio il piccolo e neo-diplomato Renzo Bossi membro di un "osservatorio" dell'Expo di Milano (che i più maliziosi considerano creato ad hoc per far guadagnare qualche soldino a "Bossino").Non solo: il Senatùr ha pensato proprio a tutto e, per sistemare al meglio il suo ram(pollo), ha fatto in modo che, l'altro campione leghista di ottime prediche e pessimi razzolamenti Francesco Speroni, nominasse suo portaborse in Europa indovinate chi? Ma è semplice: Renzo Bossi. Lo stipendio mensile di questo diplomato che è già "Team Manager" della Nazionale Padana sarà di "soli" 12.000 euro. Ma non scandalizzatevi, signori: non prendetevala se voi, poveri plurilaureati 30enni, dovete vivere con 1000 euro al mese e, questa "trota" (così lo definisce affettuosamente il papà) guadagnerà 12 volte di più. Del resto, chi parla di plateale ed intollerabile caso di nepotismo, non conosce il fulgido curriculum del preparatissimo Renzo Bossi.
Lo riassiumiamo di seguito per buona pace dei lettori.
-Bocciato tre volte all'esame di stato
-Team manager della Nazionale Padana
-Inventore e promotore di "Rimbalza il clandestino".


Insomma: 12.000 euro netti mensili strameritati!



By Angelo Stelitano


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