La Chicchetta - 211

mercoledì 11 novembre 2009

Prescrizione a misura di premier
l'ultimo escamotage di Ghedini


Da avvocato si è battuto per averla, da suggeritore e mente giuridica di Berlusconi la proporrà come ultima chance per salvare il suo cliente. È l'ultima trovata di Niccolò Ghedini per sciogliere il Cavaliere dai lacci dei processi milanesi, Mills, Mediaset e Mediatrade. Si può battezzare così: prescrizione del reato modello avvocati e imputati, fatta apposta per estinguere il delitto il più in fretta possibile, quindi brevissima. Ecco il meccanismo: oggi il tempo entro cui un crimine non è più perseguibile penalmente si ferma ogni volta che il processo stesso subisce degli stop, delle sospensioni dovute alla richiesta delle parti. La Cirielli consente che il recupero non possa superare i 60 giorni. Un esempio: per il prossimo 16 novembre, a Milano, Ghedini ha annunciato che eccepirà un legittimo impedimento e dirà ai giudici del processo Mediaset, in fase di riavvio dopo il congelamento del lodo Alfano, che l'udienza non si può tenere in quanto Berlusconi è impegnato a Roma per un summit della Fao. L'udienza dovrà essere rifissata a discrezione del tribunale, ipotizziamo, dopo due settimane o un mese. Con le attuali regole, la prescrizione si ferma, non corre per tutto il lasso di tempo compreso tra l'udienza saltata e quella successiva. Cosa propone Ghedini? Che essa si blocchi solo per il tempo dell'impegno, la giornata del vertice Fao nel nostro caso, visto che se il tribunale volesse, potrebbe anche fare udienza a 24 ore di distanza da quella saltata. E così, per tutte le sospensioni che il processo può subire, la prescrizione viene recuperata solo per il tempo pari alla durata dello stop. È evidente come ciò può avvantaggiare Berlusconi per via dei suoi impegni da premier e qualsiasi imputato che abbia avvocati agguerriti. Una regola graditissima ai penalisti, che per anni si sono battuti inutilmente per ottenerla, ma sono sempre stati sconfitti dalla Cassazione. È una soluzione che Ghedini spenderebbe come il danno minore rispetto a quella ben più drastica, il taglio netto di un quarto della prescrizione per i reati sotto i dieci anni.



By Angelo Stelitano
martedì 10 novembre 2009

Ora anche qui sbarca on line il Ku Klux Klan


Pare che abbia aperto la filiale italiana del Ku Klux Klan*. Non sapevamo che fosse un franchising, ma si vede che il metodo funziona anche applicato alle organizzazioni criminali iper razziste. Chiaro che il prodotto si presta. Ci sono l’odio per tutti gli altri, le uniformi, i rituali, la gerarchia, le possibilità di carriera. Tutte le attrattive che fanno la fortuna di un ampia categoria di organizzazioni, nelle quali il pensiero e la riflessione non sono esattamente al centro delle aspirazioni. Come si dice, da noi c’è mercato: il razzismo si porta molto, ed è una tendenza consolidata che non accenna a periodi di stanca. In realtà il Klan dovrebbe arrivare dopo la guerra di secessione, ma adesso non vorrei dare involontari suggerimenti a chi fosse anche troppo disposto ad accoglierli. Ci son molte cose tragicamente buffe in questa storia. Una è che per il Klan originale gli Italiani erano da considerarsi più o meno come dei subumani che imitavano la razza eletta. Quindi gli aspiranti affiliati nostrani entrerebbero con orgoglio in una organizzazione che trovava giusto e logico linciare il loro lontani parenti. L’altra è che associarsi a una organizzazione xenofoba che viene da fuori è una cosa che sfida il concetto stesso di senso del ridicolo. Infine, chissà quanti desiderano legare al Klan il loro destino, e sono proprio quelli che più di ogni cosa odiano i clandestini.


*è il nome utilizzato da numerose organizzazioni americane, di stampo spesso terroristico, che propugnano la superiorità della razza bianca. Storicamente si distinguono tre fasi del movimento: una prima dal 1865 al 1874 come confraternita di ex militari dell'esercito degli Stati Confederati d'America, una seconda dal 1915 al 1944, in cui il movimento ha assunto la fisionomia che oggi consideriamo tipica, ed una terza dal secondo dopoguerra ad oggi, caratterizzato dalla grande frammentazione del movimento in una miriade di piccole organizzazioni fra loro ufficialmente scollegate che utilizzano il nome KKK o sue varianti.
Il nome Ku Klux Klan deriva dalla parola greca κύκλος ("kyklos"), che sta per cerchio, e la parola di origine scozzese clan. Meno supportata è la credenza che abbia un'origine onomatopeica per il fatto che il suono della parola ricorda il rumore prodotto dall'azione di ricaricare un'arma.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 210

lunedì 9 novembre 2009

Berlusconi ordina, Nicolò e Angelino obbediscono



Il processo Mills e quello per i fondi neri a Mediaset. E poi, ancora, le conseguenze di quello in secondo grado al suo amico Marcello Dell’Utri, l’eventualità della riaperture di inchieste che lo riguardano a Caltanissetta, Palermo e Firenze. Berlusconi, dopo il respingimento del Lodo Alfano da parte della Corte costituzionale, ha di che preoccuparsi. Rimandata l’udienza del processo per i fondi neri per gli impegni al vertice Fao, Silvio Berlusconi sta cercando di forzare i tempi affidandosi al proprio avvocato Ghedini, che sta lavorando notte e giorno per trovare una soluzione (che possa essere accolta dai finiani) di prescrizione. Ci lavora eccome, Ghedini, nonostante le dichiarazioni rassicuranti del ministro della Giustizia Angelino Alfano, pressato dalla stampa, ha dichiarato che «il governo non sta studiando alcuna norma in materia di prescrizione ». Il tema del giorno, che sia una priorità o meno del Paese, è ormai al centro del dibattito politico e tutto ruota attorno a esso. «La riforma della giustizia non è uno sfizio di Berlusconi, né un capriccio della maggioranza, ma un’esigenza del Paese - ha proseguito Alfano -. Ho sempre detto che la riforma costituzionale avrebbe dovuto essere cornice e punto di approdo di tutte le altre riforme, e questa linea non è mai cambiata». Ma per Alfano la sede del dibattito su un’eventuale riforma non è rappresentata dalle commissioni e dalle aule parlamentari, ma dalla Consulta del Pdl presieduta dall’avvocato-parlamentare Nicolò Ghedini, appunto, e il ministro precisa che «è esattamente su quei testi che bisogna ragionare». Il ministro ha anche ribadito l’intenzione del governo di andare avanti anche «a fronte di un mancato accordo» con l’opposizione, motivando questa scelta perché «come ministro della Giustizia non mi sento di dire che non abbiamo fatto nulla ma abbiamo molto dialogato». Quanta fretta dopo la bocciatura del Lodo. Anche senza avere informatori nei “palazzi” è evidente che il premier sta facendo pressioni di ogni genere sui suoi e sugli alleati per uscire dalla strettoia che gli si presenta con la riapertura di processi che il premier sperava di aver evitato. Da qui una campagna durissima, con le polemiche e le censure alla magistratura e per accelerare i tempi in sede di proposta (che sia decreto, mini emendamento ad altro testo in discussione o disegno di legge non importa, basta che si faccia e si faccia in fretta). E questa “campagna d’autunno” sembra aver ottenuto un primo risultato con l’assenso da parte dell’Udc di Casini a partecipare alla Consulta Ghedini. A fargli da blocco non solo la sparuta pattuglia di parlamentari del Pd in ordine sparso (cosa faranno i teodem e i rutelliani in uscita?), ma soprattutto Fini e Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia a Montecitorio. Finora i due sono riusciti a bloccare sul nascere ogni escamotage dell’avvocato del premier di far uscire dal cappello da prestigiatore qualsiasi forma più o meno palese di prescrizione abbreviata che possa in qualche modo far saltare i processi che riguardano il presidente del Consiglio, in particolare quello Mills. E nelle procure e nei tribunali, consapevoli che il Pdl potrebbe mettere in atto in tempi brevi un colpo di mano, si stanno accelerando i tempi.

È una corsa contro il tempo, della quale tutti i protagonisti sono al corrente.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 209

venerdì 6 novembre 2009

LA VANDEA ITALIANA DOPO LA SENTENZA DI STRASBURGO


I Palazzi dell'Oligarchia e l'intera batteria massmediatica del Paese si sono scatenati in una furibonda contestazione della sentenza della Corte di Giustizia Europea sulla esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. Il Giornale del Presidente del Consiglio si è spinto fino alla trivialità di ingiuriare come ubriaconi i giudici di Strasburgo ed una vera e propria vandea sovrastata da alte grida si è creata dopo l'allineamento del capo della opposizione parlamentare alle critiche del governo italiano e degli esponenti del clericalismo oscurantista come Buttiglione. L'allineamento di quasi tutta la stampa e di tutta la televisione italiana al linciaggio della Corte con centinaia di articoli infarciti di falsità e retorica patriottarda ed identitaria deve fare riflettere sulla libertà di informazione rivendicata ipocritamente da una recente manifestazione di "mantenuti" del Governo che spende sette miliardi di euro l'anno proprio per avere una stampa di regime.
La sentenza di Strasburgo non c'entra niente con la laicità e la paventata deriva "laicista" dell'Europa!
C'entra molto, moltissimo con la tutela dei diritti della persona a cui non può essere imposta un simbolo religioso in cui non si riconosce o perchè di altra fede o perchè ateo. La sentenza è perfettamente coerente con il Diritto italiano che in una recente sentenza della Cassazione favorevole al giudice Luigi Tosti ha affermato lo stesso principio peraltro rispettoso dell'art.8 della Costituzione che testualmente dice: "tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge". Soltanto se una legge italiana modificasse la Costituzione tornando a fare della religione cattolica la sola è unica religione di Stato sarebbe illegittima la sentenza di Strasburgo. Ma lo stesso Vaticano, nel 1984, ha riconosciuto essere la religione cattolica soltanto una delle confessioni religiose che lo Stato ammette nel suo ordinamento. In quanto al Crocifisso simbolo della identità nazionale bisogna osservare che soltanto dal 1922 con leggi volute dal fascismo per recuperare il consenso della Chiesa e dare un fondamento "spirituale" ad un regime violento e totalitario è stato introdotto nelle scuole e poi negli uffici pubblici per diventare infine espressione della religione di Stato con i patti lateranensi del 1929. Fino ad allora lo Stato nato dal Risorgimento aveva affidato l'identità italiana agli ideali che Cavour, Mazzini, Garibaldi avevano posto a base dell'unificazione del Paese. Nella storia millenaria d'Italia il Crocifisso non sempre ha avuto un ruolo positivo e benefico. Migliaia di disgraziati come Giordano Bruno e le vittime della Inquisizione sono state torturati e bruciati vivi con l'assistenza di un monaco o di un prete muniti di un Crocifisso che veniva mostrato ai condannati invitati alla conversione ed al pentimento per non parlare dell'uso che se ne è fatto nelle conquiste coloniali e nell'aggressione crociate ai popoli dell'Islam. Dalla dichiarazione di Costantino che fece del cristianesimo instrumentum regni fino al tardissimo settecento il Crocifisso è stato usato per sopprimere i "miscredenti". Ricordo per tutti il martirio di Ipazia, grande filosofa e matematica alessandrina, torturata, scorticata viva e poi squartata da ferocissimi monaci. Negli Usa il KKK pianta enormi croci brucianti nei luoghi dove massacrano i neri o i "diversi". Certamente il cristianesimo nel corso della sua storia ha sviluppato anche valori positivi specialmente di solidarietà. Per questi i cattolici che sono davvero cristiani e non vogliono fare violenza agli altri non condividono l'esposizione del crocifisso nei pubblici uffici e non avallano la deriva sanfedista imposta da Benedetto XVI e dalla Chiesa di Ruini e Bagnasco. Ma, si troveranno in difficoltà come tutti i laici italiani dal momento che i Palazzi della politica ribadiscono il diritto al monopolio cattolico mentre l'italia diventa multietnica. La sentenza civilissima di Strasburgo in Italia ha sortito l'effetto paradossale di allargare il fronte identitario, fondamentalista, razzista. La sentenza sarà disattesa. Berlusconi non dichiara forse che se i giudici lo dovessero condannare resterà al suo posto al governo? Perchè dunque il Crocifisso non dovrebbe continuare ad essere esposto nelle scuole e negli uffici pubblici?

I giudici italiani sono rossi. Quelli europei ubriaconi.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 208

giovedì 5 novembre 2009

L’INFLUENZA DIMENTICATA

Quando finirà questa conta quotidiana dei ricoverati e dei morti per influenza A? Prima o poi finirà, per overdose. Dall’apertura dei telegiornali si passerà a metà notiziario e poi in coda, senza filmati. Dai singoli decessi si passerà a raggrupparli per decine e poi se ne parlerà sempre meno. Non potrà essere che così. Il viceministro Fazio dice che l’influenza A ha un grado di letalità dieci volte inferiore a quello di una qualsiasi altra influenza classica. Però è più contagiosa. Allora, se la classica influenza stagionale causa circa 8.000 decessi l’anno per sopravvenute complicazioni, potremmo prevedere un migliaio di morti per l’influenza A. Sarà possibile, nei prossimi cinque mesi, dare conto quotidianamente di circa 9.000 morti, quando negli altri anni non si è dato conto nemmeno di uno? Sarebbe ora di ammettere che sull’influenza A si è creato un circo mediatico morboso, non giustificato dalla gravità del virus di cui si parla e che serve soltanto a creare e diffondere paura. Ogni anno si parla di epidemia influenzale e nessuno si allarma. Questa primavera, l’Organizzazione mondiale della sanità ha avuto la bella pensata di parlare di pandemia, che non è altro che un’epidemia mondiale. E' bastata questa parola, insieme al bollettino sui livelli d’allarme, a creare la paura globale. Intanto, ogni governo va per conto suo. Quello francese ha ordinato vaccini per il cento per cento della popolazione, quello spagnolo per il sessanta per cento, quello italiano per il quaranta per cento. In Ucraina, dove l’influenza A è diventata oggetto di scontro politico in vista delle prossime elezioni, il governo ha deciso la chiusura delle scuole per tre settimane e l’annullamento degli eventi pubblici. Risultato: panico e assalto alle farmacie. Sarebbe ora che dalle autorità arrivasse un messaggio chiaro, univoco e comprensibile. Finché si dice che l’influenza A è meno aggressiva e letale della normale influenza stagionale e contemporaneamente si invita ossessivamente a vaccinarsi contro il nuovo virus, mentre per quello dell’influenza stagionale non si fa alcun invito del genere, la gente rimarrà sempre più disorientata, con la sensazione che qualcosa di preoccupante le venga nascosto. Se la vera ragione per una vaccinazione di massa contro l’influenza A non è di carattere sanitario ma è quella di evitare troppi ammalati contemporaneamente, con un rischio di paralisi dell’economia e dei servizi, è ora di dirlo chiaramente.
Altrimenti si spieghi perché non c’è mai stata e non c’è la stessa pressione a vaccinarsi contro l’influenza stagionale, che è dieci volte più letale.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 207

mercoledì 4 novembre 2009

Dimissioni? Meglio parlare di abdicazione.


Il nostro Presidente del Consiglio ha fatto sapere che non si dimetterebbe neppure se venisse condannato da un tribunale. Immagino che la dichiarazione non abbia turbato i sonni dei bookmaker. Nel caso avessero accettato scommesse su questa vicenda. Diciamo che probabilmente la quotazione era la stessa che offrivano a chi scommetteva che Fininvest avrebbe pagato sull’unghia i 750 milioni di euro del risarcimento che è stata condannata a versare per il caso del lodo Mondadori. Cioè, teoricamente son tutte cose possibili, ma poi ne parlerebbero a Voyager di Rai2 insieme alle teorie circa gli alieni che affondano Atlantide su incarico del mostro di Loch Ness. Inoltre abbiamo visto che situazioni che a chiunque altro causerebbero rapide dimissioni e ampia disapprovazione ad altri invece scivolano all’incirca come l’acqua sulle penne delle anatre. Alcuni sospettano che la spiegazione sia in un uso innovativo di una sostanza già nota: noi credevamo fosse fondotinta, invece era teflon. Resta un dubbio: se esista in natura qualcosa che in questo caso possa separare l’uomo dall’incarico, il fantastiliardario dal politico, il legislatore dal delegittimatore. Magari è solo una questione di termini. Come si può pensare che da certe posizioni si accetti di parlare di minuzie come le dimissioni? Si potrebbe porre la domanda con più delicatezza. Che so, parlando di abdicazione.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 206

martedì 3 novembre 2009

Condannati a guardare la morte snaturata


Il video dell’esecuzione nel quartiere Sanità di Napoli e le foto post mortem di Stefano Cucchi confermano che viviamo nella “civiltà delle immagini”. Ciò si porta subito dietro la domanda del perchè e del modo in cui questa polluzione totale delle immagini e, in particolare, di quelle della morte faccia parte intrinseca di questa nostra cosiddetta “civiltà”. Sembra fuor di dubbio che il tempo della modernità sia caratterizzato da un’ossessionante pulsione a vedere, a oltrepassare l’iconostasi che tradizionalmente ha posto un confine tra il profano e il sacro, tra il visibile e ciò che deve restare invisibile, non solo perchè c’è un potere che lo impone, ma perchè quella barriera fonda un sistema di valori e una visione dell’uomo. Non tutto deve essere visto e non solo per una rimozione, ma perchè è a partire da quel discrimine che si costituiscono il pudore di sè e il rispetto dell’altro. Vale a dire che l’esteriorità assoluta porta con sè una violazione reificante della dignità e dell’essere persona. Detto altrimenti: la morte può diventare la replica di qualcosa che s’iscrive nell’ordine dell’orrore e del mistero della vita fino alla banalità seriale che assimila un omicidio efferato all’azione moviolizzata di una partita di calcio o di una coppia in calore in una casa-reality? In questi anni abbiamo visto sempre di più e, ogni volta, la soglia ha continuato a spostarsi: i cadaveri dei Ceaucescu, le decollazioni degli ostaggi in Iraq, i resti vilipesi dei soldati catturati, i cadaveri smembrati dai kamikaze.. e, in parallelo, le immagini di una quotidianità risucchiata da un’occhio ubiquo, in cui entra sempre più spesso l’effrazione della normalità con le rapine al supermarket, un ponte che crolla, uno tsunami che arriva.. Vedere, vedere, vedere sempre più. Che non sia una pulsione obbligata per una condizione antropologica che ha smarrito il senso dell’invisibile e, inconsciamente o meno, s’illude di saturare quell’assenza con questa bulimia dell’immagine, dislocandone via via il bordo, alla ricerca di quella assoluta e ultima? Che in quanto tale non può essere mai raggiunta. Impressionati dalle immagini di questi giorni, alcuni si levano a ricordare che la visibilità della morte può essere giustificata solo dal diritto/dovere dell’informazione.
Giusto, ma siamo noi che, nell’appiattimento della vita sull’immagine, siamo condannati a guardare.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 205

lunedì 2 novembre 2009

Un bastoncino e una carotona stile baobab

La Svizzera protesta contro il trattamento che l'Italia sta riservando alle sue banche. Pare infatti che negli ultimi tempi ci sia un'impennata di controlli nelle sedi italiane degli istituti elvetici. Par di capire che si trovino la Guardia di Finanza in sede un giorno sì e uno anche. Buffo sentir dire che la Svizzera protesta perché c'è troppa Finanza. Io sapevo che era il posto più finanzario di tutti. E naturalmente è strano sentire che le banche non sono contente del fatto di richiamare i finanzieri, ma si vede che dipende da cosa si intende. La cosa meno carina, dal punto di vista dei contribuenti italiani è naturalmente che questa raffica di controlli avvenga proprio a ridosso dei termini dello scudo fiscale, altrimenti detto norma riacchiappacapitali costi quel che costi, e perdoni quel che perdoni. In pratica sembrerebbe che si faccia davvero di tutto per spingere chi ha portato illecitamente soldi all'estero a farli rientrare. Con il metodo del bastone e della carota. Solo che il bastone non sembra chissà che, e la carota sembra un baobab. Vien quasi voglia di esportare soldi e riportarli, per pagare meno tasse. Vediamo il lato positivo: adesso sappiamo che i controlli a tappeto si possono fare. Sarebbe bello farli anche senza fare condoni. Così magari invece di richiamare con tutti gli onori i capitali illegali, facciamo passare la voglia di farle, le cose illecite.


By Angelo Stelitano


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