A U G U R I

venerdì 19 dicembre 2008



Buon Natale e Felice Anno Nuovo


La Chicchetta ritorna il 7 Gennaio 2009.

Angelo Stelitano

La Chicchetta - 59



Non servono 65 ore per superare la crisi

L’europarlamento ha respinto la proposta di portare la settimana lavorativa nell’Ue fino a 65 ore. Tale proposta, sostenuta fra gli altri dal ministro Sacconi, è stata contrastata non solo dai parlamentari della sinistra, ma anche da diversi parlamentari della destra. Nei giorni scorsi, davanti al palazzo di Strasburgo, si erano svolte alcune iniziative sindacali contro l’allungamento dell’orario di lavoro. Occorre far presente un dato di fatto essenziale, che va descritto per quello che è senza abbellirlo o facendo spallucce: la condizione di chi presta lavoro dipendente negli ultimi anni. Tale condizione è precipitata. Come redditi, qualità del lavoro, collocazione sociale. Oggi tecnici, impiegati, operai, e di conseguenza le loro famiglie, vivono molto, molto peggio rispetto agli anni scorsi, e sovente si trovano in situazioni drammatiche. Con loro, una parte di quelli che chiamavamo “ceti medi”. Questo riguarda tutto il mondo del lavoro, in particolare i precari, con picchi di vera disperazione sociale per gli over 50 espulsi dal mercato del lavoro in questo drammatico periodo. L’Italia concluderà il 2008 con una diminuzione del Pil dello 0.5%. Le prospettive del 2009 sono, se va bene, di una diminuzione della crescita dell’1.3%. Il modo di vivere peggiorerà. Dopo lo sciopero generale promosso dalla sola Cgil, e in conseguenza di un incontro con Bersani, il ministro Tremonti sembra propenso ad utilizzare una parte dei fondi Ue, ancora molto limitata, per gli ammortizzatori sociali. Impressiona leggere sui giornali che 90mila auto nuove e invendute bloccano il porto di Bremerhaven. Le vendite di auto nell’Ue sono diminuite a novembre del 25.8%. La Fiat prolunga la cassa integrazione. Questo terribile scenario prova il fallimento del micidiale mix di finanza senza produzione e produzione per la produzione, cioè fine a se stessa e misurabile solo dal punto quantitativo. L’europarlamento ha perciò fatto benissimo a stroncare il tentativo delle lobby imprenditoriali di aumentare l’orario di lavoro.
Si dice che per uscire dalla crisi occorre un grande sforzo collettivo. È vero. Occorre specificare la direzione, e cioè il progetto produttivo innovativo (attualmente invisibile), e la rappresentanza politica, e cioè chi porta ai tavoli gli interessi concreti di quei lavoratori. Ci vuole meno carità pelosa e più diritti.

Angelo Stelitano

La Chicchetta - 58

giovedì 18 dicembre 2008

La rivolta Greca

L'altra sera, dopo aver cercato inutilmente in internet per un'ora abbondante qualche informazione che potesse aiutarmi a capire meglio cosa stesse succedendo in Grecia, ho chiuso sconsolato il mio pc e me ne sono andato a dormire. I siti dell'informazione ufficiale non facevano che ripetere la stessa identica notizia: i ribelli (non si capiva bene chi erano, forse solo studenti, forse anche professori) continuano a protestare dopo che un ragazzo 15enne è stato ucciso da una pallottola sparata da un poliziotto greco. Le strade di Atene, Salonicco e Tessalonica sono in fiamme, le vetrine dei negozi rotte, i commissariati di polizia presi d'assedio, le città in pratica sono messe sotto scacco dai rivoltosi.Ma chi sono veramente questi rivoltosi? Sono veramente tutti di estrema sinistra come dicono i TG italiani? E soprattutto, perchè sta succedendo quel che sta succedendo? I grandi mezzi di comunicazione di massa non rispondono a queste domane. Sembra che tutto ciò non sia una notizia importante, solamente delle domande che si pongono dei paranoici che non vogliono capire che i rivoltosi sono soltanto dei pericolosi estremisti e che le parole del premier greco che inneggia alla tolleranza-zero verso la loro violenza sono sacrosante. Se volevo trovare delle informazioni che potessero rispondere alle mie domande non mi rimaneva che addentrarmi nella selva dei blog. Ed è proprio così che alla fine ho trovato un misero articoletto che, nonostante sia molto breve, è ricco di contenuti inediti nelle testate ufficiali. Lo riporto integralmente, sperando di fare cosa gradita.

Credete alle balle televisive su quello che stà accadendo in Grecia?

E' la prima rivolta "ufficiale" della crisi, quella scoppiata negli ultimi giorni in Grecia. I giornali riportano praticamente un'unica notizia: la polizia ha ucciso a sangue freddo un ragazzino, Alexandros Grigoropoulos, e gli studenti, furibondi, stanno mettendo a ferro e fuoco il Paese. Ma se si va a ravanare in fondo agli articoli si trova anche altro, come questi due brevi paragrafi di Repubblica: Le banche greche che hanno investito senza grandi ritorni ingenti capitali nelle "paludi" balcaniche, hanno da un giorno all'altro stretto i cordoni della borsa. E un Paese che si credeva ricco e viveva al di sopra dei propri mezzi ha improvvisamente dovuto fare i conti con la realtà. Gli scandali hanno fatto il resto. Corruzione, mazzette. Ogni giorno se ne scopre uno. Senza contare che proprio in queste ore è in discussione in Parlamento una legge finanziaria che promette solo lacrime e sangue. E infine la ventilata riforma universitaria. Meno fondi all'istruzione pubblica per favorire la nascita di atenei privati. Nulla di nuovo sotto il sole. E nessuno racconta, ad esempio, che le rivolte sono cominciate durante uno sciopero indetto dalle infermiere per protestare contro i tagli del governo, e che gli studenti di medicina hanno preso in ostaggio il Ministro della Sanità per un'ora per costringerlo ad ascoltarli. Non si dice che era già indetto uno sciopero generale, che gli studenti in piazza sono accompagnati dai professori, che tutte le università sono occupate da giorni, e che persino i pensionati sono scesi a protestare.

Angelo Stelitano

La Chicchetta - 57

mercoledì 17 dicembre 2008



Pensioni, Brunetta copia-incolla dagli altri


E’ triste, per un ministro e uno studioso che vuole essere sempre il primo della classe copiare costantemente i compiti: sulle pensioni Brunetta copia e incolla dalla Corte europea, sul Welfare copia e incolla dal Partito radicale.


Brunetto scherzetto? E allora vi farò vedere io: sulle pensioni andrò fino in fondo. Il ministro Brunetta ci è rimasto male per la battuta del suo amico Calderoli, che avendo saputo dell’idea di innalzare l’età pensionabile delle donne a 65 anni aveva pensato a uno scherzo infantile modello Halloween. E allora, non potendosela prendere più di tanto con l’alleato e “geniale” Calderoli, Brunetta ha spostato l’obiettivo dei suoi strali sulla sinistra e sul sindacato. Pardòn, sulla Cgil, il sindacato-parafulmine unico (come il maestro). Per Brunetta la sinistra e la Cgil sono doppi e strumentali e perfino ignoranti. Anche il segretario generale della Cgil, Epifani sarebbe solo “un ignorante, uno che non si informa, che non legge neppure i dossier”. In più, la Cgil e la sinistra sarebbero nemiche delle donne, “angeli del focolare”Tanta rabbia è motivata dal fatto che l’idea di alzare l’età pensionabile non sarebbe una trovata originale dello stesso Brunetta, ma un conseguenza della sentenza della Corte europea. Il trucco da prestigiatore del ministro della pubblica efficienza sta nella costruzione di un programma politico fantastico (nel senso di fantasioso) che porterebbe alla creazione di oltre 2 milioni di posti di lavoro se solo si spostasse l’asse del Welfare italiano dalle pensioni al lavoro, come propongono i radicali da anni. Gran polverone, si mischiano mele e pere.

E’ triste, per un ministro e uno studioso che vuole essere sempre il primo della classe copiare costantemente i compiti: sulle pensioni Brunetta copia e incolla dalla Corte europea, sul Welfare copia e incolla dal Partito radicale. Come primo della classe, e come fustigatore non c’è male.



Fonte: CGIL

La Chicchetta - 56

martedì 16 dicembre 2008


Aveva cominciato il prof. Pietro Ichino, ora senatore del Partito Democratico.
Poi, una volta insediatosi al Governo, il ministro della funzione pubblica Renato Brunetta ha continuato l’opera, guidato da una cattiveria gratuita e da un livore vendicativo come solo i socialisti craxiani sanno avere.
Brunetta da una parte e Sacconi al Lavoro dall’altra si sono dedicati a smontare il meccano.

Alle spalle degli interventi iconoclasti dei due c’è la regia generale di Tremonti che con la manovra economica d’estate (decreto legge 112 ora legge 133) ha tagliato miliardi di euro alla sanità, agli enti locali, allo stato sociale.
Questa pesantissima manovra di tagli, che è la vera essenza della manovra d’estate, è stata accompagnata e per certi versi mascherata dalla stretta contro i dipendenti pubblici fannulloni. Non a caso per almeno due lunghi mesi estivi la reazione ai provvedimenti di giugno è stata lasciata ai lavoratori ed ai sindacati pubblici, come se fosse una rivolta corporativa a difesa di privilegi. Solo dopo ed in ritardo tanti hanno cominciato a capire la vera posta in gioco: la riduzione drastica dello stato sociale a partire da sanità, università e scuola, tagli del precariato attraverso l’abolizione dei precari, riduzione generalizzata della spesa nei servizi pubblici in nome della moralizzazione. Così sono stati attaccati i diritti dei lavoratori, è stata penalizzata la malattia dei pubblici dipendenti, si sono colpiti i genitori dei bambini portatori di handicap e, per la prima volta nella storia, si sono ridotti i salari reali dei dipendenti dello stato e degli enti pubblici non economici, prevedendo un risparmio forzoso per l’anno 2009 che varia dai 100 ai 500 euro mensili pro capite a partire da gennaio 2009. Quest’ultimo è un tasto così scabroso che in effetti ha costretto il ministro (e CISL e UIL che hanno firmato il protocollo ed il contratto dei ministeri) a prometter in quei testi che i soldi verranno restituiti, se e quando non si sa. Si sono impegnati a farlo, ma per farlo servirà una nuova legge che nessuno è in grado nemmeno di proporre. Per questo diciamo che con l’accordo separato si è determinata una vera e propria truffa. In questi giorni la Funzione Pubblica CGIL sta raccogliendo migliaia di firme per chiedere che si faccia il referendum sugli accordi separati e torni a valere la democrazia, dando la parola ai lavoratori. E’ infatti necessario ripristinare la democrazia anche per garantire la chiusura positiva dei contratti di sanità, enti locali e parastato. Chiudere positivamente i contratti ancora scandalosamente aperti, a partire da quello della sanità privata e dell’anffas, è anch’esso un modo per rispondere alla crisi che taglia lavoro e salari. La presenza allo sciopero generale indetto dalla CGIL il 12 dicembre, dopo gli scioperi dei dipendenti pubblici, della scuola, del commercio, dell’università e dopo lo sciopero generale di Brescia del 20 novembre scorso, sarà per la Funzione Pubblica ancora una volta l’occasione per riaffermare la necessità di difendere i servizi pubblici e con essi il lavoro pubblico contro gli sprechi e le inefficienze della pubblica amministrazione. Chi puntava sulla divisione dei lavoratori (operai e privati contro i fannulloni pubblici) resterà deluso: il direttivo della Funzione Pubblica ha infatti accettato la richiesta del comitato centrale della FIOM di indire una grande manifestazione insieme a Roma per il mese di Febbraio. Non molti sanno che il Governo non ha ancora concluso la sua opera di distruzione e che si appresta a varare altre norme (alcune contenute nella legge che accompagna la finanziaria per il 2009) contenute nel disegno di legge delega in discussione in Parlamento.

Con questa delega si riscriveranno le regole faticosamente costruite negli ultimi 20 anni, tornando alla possibilità di regolare il rapporto di lavoro pubblico per legge, riducendo la contrattazione e facendo quindi della pubblica amministrazione un luogo di esclusiva competenza della politica, delle sue voglie e delle sue miserie:
come ai tempi del Duce.


Luciano Pedrazzani
Segretario Generale Funzione Pubblica CGIL di Brescia

La Chicchetta - 55

lunedì 15 dicembre 2008

La Chiesa cattolica, già schierata contro i tagli del governo che colpiscono anche l’istruzione privata, non si ritiene soddisfatta dai tentativi del governo di contenere i tagli in quel settore e annuncia la mobilitazione.

Monsignor Bruno Stenco, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per l’educazione parla di “crisi” e afferma che “le federazioni delle scuole cattoliche si mobiliteranno in tutto il paese”. Stenco contesta che il governo vogliano privilegiare la scuola statale e quella “commerciale”, colpendo “il privato sociale” rappresentato da quella cattolica. Il presule lamenta non solo il taglio di 130 milioni di euro pianificato dal governo, “cha fa scoppiare la scuola cattolica”: “sono dieci anni che il finanziamento si è inceppato”. Stenco critica in particolare il ministro Tremonti: “nel 2008 ripete la stessa manovra del 2004: taglia per tre anni consecutivi 130 milioni di euro alla scuola cattolica. È un film già visto: si continua a colpire il sistema paritario”.
A seguito di questi ammonimenti, il governo ha prontamente rassicurato la Cei. Il sottosegretario dell’Economia Giuseppe Vegas ha fatto sapere che la commissione Bilancio del Senato ripristinerà i fondi alle scuole cattoliche: “C’è un emendamento del relatore che ripristina il livello originario, vale a dire 120 milioni di euro. Possono stare tranquilli, dormire su quattro cuscini”.
Tra le pochissime reazioni contro il ripristino dei fondi alle scuole cattoliche, sostenuto sia dal centrodestra che dal centrosinistra, da segnalare le dichiarazioni di Paolo Ferrero, segretario del Prc: “Mentre il governo ha ignorato, quando non ha represso, le manifestazioni di centinaia di migliaia di giovani studenti, ricercatori e docenti della scuola pubblica, rifiutandosi di cambiare i suoi provvedimenti che massacravano scuola e università e che tagliavano soldi e risorse, è
bastata una semplice minaccia di mobilitazione da parte delle scuole cattoliche private per far cambiare idea al governo e nel giro di pochissime ore. Insomma, il Vaticano fischia e Tremonti e il governo ubbidiscono.

CONSIDERAZIONI: Siamo alla farsa, se non fossimo alla tragedia, sulla scuola: fondi per le scuole private - già cospicui e consistenti da sempre - “ripristinati” e messi al riparo dai tagli e la scuola pubblica decimata a colpi di decreti Gelmini”.

La Chicchetta - 54

giovedì 11 dicembre 2008

La questione morale e gli ipocriti moralisti

Come nei documentari del National Geographic sugli squali: sentono l'odore del sangue e si aggirano a caccia della preda digrignando i denti. Il balletto che si è attivato intorno al Pd e a Walter Veltroni dopo Napoli, la Toscana e l'Abruzzo ha qualcosa di osceno. Perché non si assiste a una doverosa indignazione verso la politica contaminata dal malaffare, se non addirittura protagonista dell'illecito, ma al cinico sussiego dei professionisti della politica indagata che dicono: visto? Altro che superiorità etica. Berlusconi addirittura in Abruzzo, a fianco al suo candidato alle regionali Gianni Chiodi (indagato per una discarica chiamate la Torre, nessuna ironia) ha esclamato: nel Pd c'è una questione morale. Insomma altro che Berlinguer, altro che le monetine a Craxi, altro che Mani Pulite. E il Pd, travolto dalle inchieste che in 4 regioni stanno facendo emergere il suo lato peggiore, anziché reagire espellendo o quantomeno sospendendo gli amministratori indagati, ributta la palla nel campo avversario con la peggiore delle risposte possibili: senti chi parla. Nell'Illinois il governatore finisce in manette per aver tentato di vendere il seggio di Obama. Il democratico Rod Blagojevich è stato arrestato con l'accusa di corruzione e frode dopo che gli inquirenti hanno registrato le sue telefonate. In manette anche il suo capo di gabinetto. Arrestati per corruzione e frode, non pedofilia. Eppure nessuno lì sta gridando allo scandalo, all'abuso illegittimo di conversazioni di un politico, al ricorso disinvolto delle manette (ovviamente citando il caso Tortora). Che la questione morale sia tornata al centro della politica non è affatto un male. Nel Pd assistiamo invece al consueto balletto tra dalemiani contro, veltroniani pro, margheriti forse. Dove tutto viene ridotto in briciole per rendere innocuo un problema, secondo la vecchia tecnica andreottiana. Il Pd, che i sondaggi indicano al 28%, ha di che essere preoccupato. E non per le elezioni, che sono lontane. Un intellettuale come Paul Ginsborg dice che la riduzione del partito a staff del leader (con meno iscritti, meno struttura, meno consenso) lo espone al nepotismo e al clientelismo. Se il centrosinistra non cambia direzione, ha ammonito lo storico, può fare la fine dei socialisti craxiani anni '90. Ma Ginsborg è solo un girotondino, non un arguto politico che viene da lontano.


CONSIDERAZIONI: La questione morale esiste, e qualunque amministratore e uomo politico italiano lo sa bene. L'Italia è definita dagli osservatori internazionali e dall'opinione pubblica nazionale ad alto tasso di corruzione tra i paesi europei, ma nonostante ciò i nostri politici si guardano bene dall'approntare radicalmente un antidoto. Eppure dalla soluzione della questione morale dipende la sopravvivenza del sistema democratico rappresentativo che è stabilito nella nostra Costituzione e quindi la vita stessa della politica partecipativa. Non si tratta di fare leggi ma di veicolare in ogni partito i fondamenti di moralità, austerità e solidarietà che consentono di avere una buona amministrazione e rendono orgogliosi gli elettori di identificarsi nella loro classe dirigente. Insomma il primo passo spetta proprio ai singoli partiti che devono scegliere i propri rappresentanti.

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Pensieri in Libertà
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Questione morale

Grazie di avere messo il dito in questa piaga purulenta che affligge la sinistra da qualche tempo, troppo. Vorrei aggiungere delle semplici considerazioni e che cioè, ad oggi, ne Dominici e ne la Iervolino sono indagati..certo è che magari potevano mettersi a disposizione. Ma la filosofia del "senti chi parla", riferita ad una maggioranza di governo con alta percentuale di inquisiti e condannati, avrà fatto pensare che farsi da parte per fatti che riguardano la tua giunta è magari uno spreco o che può essere vista, in questa italietta da isole di famosi, come un'ammissione di colpa. Già, mantenere un comportamento eticamente corretto non paga e magari ti fa apparire pure fesso. E vero pure che, in questi ultimi anni, la classe politica è composta da gente fai da te, nel senso che ciascuno può avere la sfrontatezza di pensare di saper fare il politico pur non avendone le capacità; quando sento certi politici mi viene da rimpiangere la vecchia democrazia cristiana..e ho nostalgia perfino di Fanfani...in certe occasioni sentire qualche parola di buon senso da parte di Fini, addirittura mi fa fare sonni tranquilli..e di fronte a certi interventi di Casini , dal suo ruolo di opposizione, ho addirittura sconvolgimenti ormonali.
Stiamo messi proprio bene. D'altra parte se un direttore di giornale come Sansonetti si commuove di fronte all'orgoglio trasgender del naufrago vincitore e se il buon Bertinotti, tra un acquisto griffato e l'altro, dichiara che la nuova sinistra è questa, ...se anche gli operai , in procinto di cassa integrazione , vedono l'isola dei famosi come un dovere ( come una volta nelle sezioni di partito si leggevano libri e quotidiani) perchè c'è la compagna Luxuria che cerca di inculcare la tolleranza, inserendosi come un agente speciale, nei gangli della televisione più volgare ..e se D'alema con la sua RED insinua il dubbio che YOUDEM e il suo Veltroni forse non hanno diritto alla rappresentanza di quel movimento democratico nato, hainoi ed in buona pace di tutti, in così pochi mesi..che ci resta più ????
Intanto tutto va a rotoli e noi invece di stare allineati e coperti per fronteggiare le quotidiane rappresaglie e portare avanti il pensiero di tutta quella grande massa di italiani che ha votato centrosinistra, ci sparpagliamo in mille rivoli tra i giochetti di Rutelli e le omofobie della Binetti .
Voglio una vera sinistra....anche se sono consapevole che adesso non si può e che bisogna andare avanti.
Cominciamo da domani a dimostrare che ci siamo e che siamo tanti.

Mariangela Romanelli

La Chicchetta - 53

mercoledì 10 dicembre 2008


Please, pure io voglio andare a casa mia.

Da un pò di tempo per esprimere concetti tutt’altro che gentili, si invitano le persone che non si apprezzano ad andare a casa. Lo si dice intendendo “lasciare il proprio posto o il proprio incarico”. L’opposizione dice qualcosa che non piace a chi sta al governo? Si proclama che deve andare a casa. Qualcun altro che svolge un lavoro, ad esempio un direttore di giornale, dice o fa qualcosa che non piace al Presidente del Consiglio? Si dichiara anche in questo caso che deve (dovrebbe?) andare a casa. Non so quando il significato di questa azione, che in fondo è piacevole, ha preso questo sgradevole significato, qualcosa che sta fra lo “sparisci” ed il “levati di torno”. Più da accusa che da casa. Come se il proprio domicilio fosse una condanna, e una gogna. Una volta non era così. Quando qualcuno, al lavoro o a scuola ti diceva di andare a casa di solito voleva dire che avevi la febbre alta, e si vedeva. O che ti concedeva la giornata di festa. Oppure che sapeva che a casa, c’era bisogno di te per qualche motivo importante. Da Senofonte a Lassie, dall’ultimo dei soldati fino agli alpinisti e agli esploratori tornare a casa era la vittoria più grande. Adesso no. Dire a qualcuno che deve andare a casa è praticamente dargli dell’incapace, se non di peggio. Il che detto dall’attuale Presidente del Consiglio è curioso. Contando che è a casa, di solito, che si guarda la televisione.

La Chicchetta - 52

martedì 9 dicembre 2008

L'eterno conflitto tra Mediaset e Sky


Il Governo ha deciso il raddoppio dell'Iva, dal 10 al 20%, sugli abbonamenti alle pay-tv, il che vuol dire quasi esclusivamente Sky, che conterebbe circa 4.6 milioni di abbonati. Dicono: viene colpita anche Mediaset. Ma Sky ha in mano il 91.2% del mercato satellitare, Mediaset il 5.4%. Inoltre il vero business di Mediaset è la pubblicità, per cui il raddoppio dell'Iva sugli abbonamenti è un costo del tutto marginale. Infine i profitti di Mediaset sono superiori a quelli di Sky. Sky ha già anticipato, che “a partire dal 1° gennaio ogni cliente avrà un aumento delle imposte del suo abbonamento del 10%”. Cioè 4.6 milioni di famiglie pagheranno più tasse, in particolare gli appassionati di calcio. Eppure Berlusconi aveva detto che mai e poi mai il Governo avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani. Qualsiasi aumento dell'Iva deprime i consumi. Il che è l'esatto contrario di ciò che occorre fare in questa fase di crisi drammatica. Berlusconi invita a consumare; il suo Governo colpisce uno dei consumi, peraltro così diffuso, alla vigilia delle festività. Questo provvedimento, inoltre, modifica le regole della concorrenza fra due grandi imprese private della comunicazione a vantaggio di una delle due, di proprietà del Presidente del Consiglio. Ma la vera questione si chiama conflitto d'interessi. Esso esiste da anni nella persona del Presidente del Consiglio, e non succede nulla. Qualcuno dirà (anzi, ha già detto): "ma basta con questa paccottiglia del conflitto d'interessi!". Certo, si può negare l'evidenza. Ma l'evidenza ha la testa dura: il Presidente del Consiglio è anche proprietario di Mediaset. Sia chiaro: non è che Berlusconi è cattivo e Murdoch, proprietario di Sky, è buono. È che in una democrazia occidentale, che dovrebbe vivere sulla divisione dei poteri e la separazione degli interessi, da 14 anni è in corso un conflitto che non si intende affatto sanare. Esso è indipendente dalla quantità di consensi su cui può contare Berlusconi. In altre parole, l'avere la maggioranza dei voti non attenua, né risolve la questione. Anzi, la aggrava. Male hanno fatto tutti i precedenti governi, compresi quelli di centrosinistra, a non affrontare di petto il problema.
La vicenda del raddoppio dell'Iva a Sky è solo la conferma di un'anomalia democratica di cui l'Italia in tutto l'Occidente ha la poco invidiata esclusiva.

Ultima ora: L'Unione europea: "L'Iva andava armonizzata e l'Italia era libera di decidere se al 10% o al 20%"
Bruxelles chiude il caso delle pay tv

Per Bruxelles il caso delle pay tv è chiuso: nel settore l'Iva andava armonizzata. «Nella direttiva dell'Ue - ha spiegato la portavoce di Laszlo Kovas, commissario europeo al Fisco - c'è un allegato che dice che si può applicare un'aliquota ridotta per le tv satellitari, ma devono essere applicate le stesse aliquote per gli stessi tipi di servizi. L'aliquota andava perciò resa uguale per tutti». Alla luce di ciò, l'attuale esecutivo italiano «doveva stabilire se mettere tutti al 10% o tutti al 20%», perché «è il Paese che decide».

Considerazione: se fosse stata Mediaset ad avere la maggioranza del mercato satellitare, il Governo Berlusconi si sarebbe comportato allo stesso modo? Dubito fortemente!!

Fonte: Il Brescia

La Chicchetta - 51

venerdì 5 dicembre 2008


Dl anticrisi, manovre inutili

Provvedimenti a pioggia ed effetto sull’economia pari a zero.
La priorità alle imprese, con lo scatto da subito delle riduzioni su Irap e Ires.
I benefici per le famiglie più povere equivarranno a un litro di latte al giorno o a un pacco di pasta


Robin Hood vuole diventare re. Il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, con mosse che sfuggono alla maggioranza dell’opinione pubblica, sta infatti cercando di scardinare le basi della democrazia economica, conquistando pezzi di potere. Con le misure varate venerdì 28 novembre non solo si dà il via libera a una manovra anticrisi inefficace e senza alcun respiro (le misure, infatti, sono ancora una volta “una tantum”), ma si introducono novità tecniche che sconvolgeranno l’equilibrio istituzionale. Una di queste novità riguarda il ruolo della Cassa depositi e prestiti, delle Poste e dello stesso ministero dell’Economia. E se questo è l’approccio “assolutistico” (statalista direbbe Bossi) alle questioni della cosa pubblica, gli effetti delle manovre saranno al contrario dispersivi, inefficaci, costosi per la collettività, ma inutili per le famiglie e soprattutto per i lavoratori e i pensionati normali, ovvero per la stragrande maggioranza degli italiani che per fortuna non stanno certo già sotto la soglia di povertà relativa, anche se potrebbero caderci in ogni momento. E certo la strombazzata social card non è una soluzione sufficiente. Nel decreto composto da 36 articoli spicca lo scatto da subito, a favore delle imprese, della riduzione di 3 punti su Irap e Ires di novembre, il bonus straordinario per le famiglie (fino a 1.000 euro) e gli interventi per calmierare i mutui a tasso variabile (e non quelli a tasso fisso). Tremonti promette inoltre che dal primo gennaio 2009 le tariffe, le bollette e i pedaggi non dovranno salire. Niente sulla detassazione delle tredicesime, nessuna misura di sostegno all’economia, nessuna idea per una possibile ripresa industriale e produttiva. Qualche soldo, ottenuto con qualche partita di giro e non certo con risorse fresche per gli ammortizzatori sociali: previsti 289 milioni per il 2009, 304 milioni per il 2010 e altrettanti nel 2011, in tutto circa 1,2 miliardi di euro da qui al 2011, ma senza una vera riforma del sistema degli ammortizzatori sociali. Perfino Tremonti si è accorto invece che la detassazione degli straordinari – che era stata osannata dal ministro Sacconi – è una emerita cretinata. Quindi è stata abolita. Il popolo, i poveri, non avranno gli aiuti in modo automatico. Il bonus straordinario dovrà infatti essere chiesto fino al 31 gennaio 2009 e si concretizzerà in cifre che vanno da 200 fino a 1.000 euro:

200 euro per redditi sotto i 15 mila euro;
300 euro per le famiglie con due componenti e reddito sotto i 17 mila euro;
450 euro per famiglie con tre componenti e reddito che non supera i 17 mila euro;
500 euro per famiglie di quattro componenti e reddito fino a 20 mila euro;
600 euro per nuclei di cinque componenti con reddito sotto i 20 mila;
1000 euro per famiglie con oltre cinque componenti e reddito sotto i 20 mila euro.
Stessa cifra per nuclei con componenti portatori di handicap e reddito fino a 35 mila euro.

Il denaro arriverà entro il mese di marzo.

Per l’erogazione è stato istituito un Fondo con una dotazione pari a 2 miliardi e 450 milioni di euro, ovvero un altro centro di potere. L’effetto sull’economia nazionale sarà pari a zero. Si è infatti calcolato che i benefici per le famiglie più povere equivarranno a un litro di latte al giorno o a un pacco di pasta. Peggio di quello che faceva la vecchia Democrazia Cristiana. ”Di fronte a una crisi così grave, drammatica, gli interventi sono a tempo, casuali”, ha dichiarato subito il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, commentando il pacchetto anticrisi e confermando lo sciopero generale di venerdì 12 dicembre. E non è finita qui. C’è in ballo infatti, oltre al decreto anticrisi, anche la finanziaria vera e propria, la seconda, visto che Tremonti ne aveva varata una prima dell’estate.


Fonte: CGIL

La Chicchetta - 50

giovedì 4 dicembre 2008

E l'azionista Cai mi dice: pilota, lei è finito.


Caro direttore, sono un comandante Alitalia. Lunedì ero seduto a Santa Monica in un negozio di abiti, nei dintorni dell'albergo dove alloggiavo, mentre i piloti del mio equipaggio finivano di provare una felpa. C'erano i saldi e Abercrombie and Fitch era pienissimo. Su una poltrona, un signore con l'accento fortemente toscano mi chiede: "Italiano?". "Si", rispondo. "Parte anche lei stasera con Air France?", mi fa lui. "No, vado domani con la Delta. Siamo piloti Alitalia e abbiamo fatto l'ultimo volo per Los Angeles da Roma. Ora siamo costretti a tornare con altre compagnie. Alitalia, anche se in questi sei mesi la rotta Roma - Los Angeles ha avuto un coefficiente di riempimento dell'85 per cento, ha soppresso il volo". "Ah siete dell'Alitalia? Lo sa che io, insieme a mio fratello, sono nella cordata Cai?", mi risponde. "Bene, piacere. Io mi chiamo Elvio D'Alù e sono un comandante di Boing 777: metta una buona parola con Colaninno per far sì che senta le nostre ragioni senza disintegrare la nostra dignità professionale....Mi scusi, come ha detto che si chiama?". "Mi chiamo Fratini. Siamo toscani del Mugello, immobiliari. E lo so, purtroppo i tempi sono cambiati. Anch'io sono un pilota, posseggo un elicottero personale Agusta A109 e mi tengo stretto il mio comandante che mi aiuta nel volo strumentale". E io gli chiedo: "Mi dica una cosa: ma chi glielo ha fatto fare di infilarsi in questo ginepraio della cordata Alitalia?". Lui: "Eh, mica sono stupido: l'avrebbe anche lei! Stiamo comprando l'Alitalia senza soldi e fra tre anni guadagneremo 300 milioni. La maggior parte di noi ha messo solo la firma, rischiamo solo in caso di bancarotta, di nostro non rischiamo nulla: dietro ci sono banche e finanziarie. So che preparate uno sciopero, mi sa che è inutile tanto ormai è tutto pronto per lo svecchiamento in Alitalia: è cosa fatta....".
Sono rimasto senza parole.

Comandante Elvio D'Alù (era presente il primo ufficiale Ivan Pasquini)


Questo articolo è pubblicato su L'Espresso del 20 Novembre 2008

La Chicchetta - 49

mercoledì 3 dicembre 2008


Il consumatore inesistente


Alle prese con la peggiore crisi economica dell'ultimo secolo, Silvio Berlusconi ha deciso di tornare alle origini e di rivestire i panni del "piazzista di Arcore", come lo chiamava Indro Montanelli. Comprate, spendete, consumate! Questa, infatti, è la semplicistica ricetta che il Cavaliere insiste a predicare da tempo nell'ottusa convinzione che i suoi consigli per gli acquisti possano essere la pozione miracolosa per evitare lo scivolamento del Paese da una congiuntura recessiva a una fase di dolorosa depressione. Se egli oggi si occupasse soltanto di guidare l'impero televisivo di Mediaset, simili sortite sarebbero tutto sommato innocue e potrebbero essere giustificate in nome della deformazione professionale, oltre che del lampante interesse aziendale a sostenere il fatturato pubblicitario della propria impresa. Ma il fatto è che chi lancia simili messaggi al Paese riveste ora la carica di presidente del Consiglio dei ministri. Esercita, cioè, quel potere politico dal quale dipendono le decisioni principali di contrasto a una tempesta economica, di cui si avvertono al momento le prime avvisaglie mentre il peggio - per unanime opinione internazionale - arriverà nel corso del 2009. Affermare, come fa Berlusconi, che "solo i cittadini (...) con lo stile dei loro consumi possono determinare la profondità della crisi" significa intanto ignorare il senso e la portata di quanto sta accadendo, ma soprattutto denunciare insensibilità e indifferenza per lo stato di difficoltà in cui versano milioni di bilanci familiari dal Nord al Sud del Paese.

Spendere di più? Ma con quali soldi, per favore? Quelli della cosiddetta "social card" forse?

Per carità, va benissimo che a chi si trova con l'acqua alla gola arrivi qualche decina di euro in più al mese, ma non ci si venga a raccontare che con l'obolo per costoro si possono rilanciare sul serio i consumi e l'economia.

Se davvero il presidente del Consiglio è convinto di quel che dice, allora spetta a lui trovare i soldi che possano rimettere in moto la salvifica ripresa dei consumi. E qui scatta una legge ineludibile, di fisica prima ancora che di economia: il denaro va preso dove sta e spostato dove manca. Poiché il bilancio pubblico ha i guai che si sanno, il problema si può risolvere soltanto attraverso una redistribuzione dei pesi all'interno della società. Insomma, occorre che il piissimo e neosturziano Giulio Tremonti - una volta riscoperti Dio, Patria e Famiglia - la smetta di fare il Robin Hood per finta e indossi sul serio i panni di chi toglie ai ricchi per dare ai poveri. Altro che estendere anche ai più abbienti l'esenzione dall'Ici o detassare straordinari inesistenti o distribuire elemosine natalizie. Occorre, piuttosto, abbandonare le promesse di Bengodi tributario diffuse a mani piene e cervello vuoto: smettendola di strizzare l'occhio agli evasori e rivedendo la curva del prelievo sui redditi, alzandola per i maggiori e abbassandola per i minori.

Forse credendo di stare ancora a Mediaset, Silvio Berlusconi stavolta ha sbagliato indirizzo: da Palazzo Chigi l'invito a far ripartire i consumi non lo deve rivolgere ai cittadini ma a se stesso.


Fonte: L'espresso

La Chicchetta - 48

martedì 2 dicembre 2008

L'Italia tra ambrogini, Luxurie e conversioni
Per Biagi niente Ambrogino, la Chiesa svela l'ultimo ripensamento di Gramsci, il Prc celebra la sua "isolana".


News dall’Italia. A Milano niente Ambrogino d’Oro per Biagi. Gli intitoliamo una via, tanto per rimediare? Il sindaco avrebbe così risposto: «Lasciamo che queste divergenze si sedimentino. La memoria va onorata anche con la pacificazione». Né Ambrogino, né via. Prima ci si pacifichi, perbacco! Pierluigi Battista trova sul Corriere le parole per definire questa scelta: accanimento, risentimento, militarizzazione, puntiglio, acrimonia. Dimentica la categoria della stupidità, che non è mai pacificata e fieramente guerreggia contro un defunto.
Sempre a Milano, niente cittadinanza onoraria per Saviano. La fregatura non è per Saviano, ma per Milano, che perde l’occasione di dare un segnale di contrasto alle mafie, quando si avvia il mega affare del cemento dell’Expo.
Rivelazioni del pro-penitenziere emerito della Santa Sede: Gramsci convertito in punto di morte. Nessun elemento di prova. L’interessato d’altra parte ha qualche difficoltà a smentire. 71 anni dopo, diconsi 71, si rivela urbi et orbi un evento forse mai avvenuto, comunque indimostrabile e per di più legato alla più profonda intimità, e cioè il pensiero di un moribondo.
Coincidenza: pochi giorni fa il tribunale amministrativo di Valladolid, in Spagna, ha ordinato la rimozione del crocifisso dalle aule di una scuola pubblica. Qui si dimentica la laicità? In compenso apprendiamo dell’esistenza di un pro-penitenziere emerito.
Il quotidiano Liberazione inneggia alla vincitrice dell’ “Isola dei famosi”, e scrive: “Vladimir come Obama? È un po’ esagerato, ma fatecelo dire”. E ditecelo. Ma siamo sicuri che precari e operai di terzo livello discutano del culto per Luxuria o dell’apologia di Vespa? Si badi: il problema non è Luxuria, liberissima di insularsi vittoriosamente. Il problema è una cultura che sta smarrendo il senso della realtà, confondendola col ciarpame mediatico. Si transita: da Luxemburg (Rosa) a Luxuria (Vladimir).
Anticipazioni sulle prossime news: Riina si candida alle europee, Saviano arrestato perché disegnava graffiti sui muri di Palazzo Marino, santificata Nilde Iotti, Obama da Luxuria per un corso di pr, Cassano chiamato da Lippi in Nazionale. A quest’ultima non ci credete, eh?

Meglio tornare a ragionare sulla crisi, su come arrivare a fine mese, sui provvedimenti del governo e sullo sciopero del 12 Dicembre. Ma finalmente sobri.

Fonte: Il Brescia

La Chicchetta - 47

lunedì 1 dicembre 2008



Maxi aumenti ai Brunetta boys
Il campione anti-fannulloni regala 600 euro al mese ai dipendenti del proprio ministero e della presidenza del consiglio: a fronte di 2 ore in più a settimana. Consulenze milionarie nella nuova «Authority del merito». E intanto dà solo 70 euro agli altri statali e licenza migliaia di precari


Il ministro Brunetta passerà pure per «mitico» grazie alla lotta ai cosiddetti fannulloni, ma per compiacere il proprio staff e quello del presidente del consiglio Berlusconi non guarda in faccia a nessun criterio di merito: è appena stato firmato un accordo sindacale che aumenta stabilmente di ben 600 euro medi al mese lo stipendio dei 3 mila dipendenti della presidenza del consiglio (tra i quali sono inclusi anche quelli del ministero della Funzione pubblica, quello guidato dallo stesso Brunetta, che in realtà è un semplice dipartimento dell'ufficio del premier). E a fronte della generosissima erogazione - tantopiù in tempi di crisi, e di licenziamenti di centinaia di migliaia di precari - cosa chiede l'uomo simbolo della produttività? Un enorme aumento di efficienza, ben due ore di lavoro in più a settimana: arrivare a 38 ore rispetto alle precedenti 36. I 600 euro esistevano già, ma non erano per tutti: rappresentavano la «indennità di specificità organizzativa», un'erogazione accessoria per particolari funzioni, e sono la media tra un minimo di 350 e un massimo di 900 euro. Il ministro Brunetta adesso quel salario accessorio lo ha «stabilizzato», facendolo passare dall'integrativo al contratto nazionale (speciale per la presidenza del consiglio). E lo ha generalizzato a tutti i 3 mila dipendenti, con l'unica condizione che accettino di fare 2 ore in più a settimana. Nella direttiva che con solerzia ha inviato all'Aran per perfezionare la contrattazione, spiega che c'è anche la possibilità di rimanere a 36 ore: ma francamente sarà difficile trovare qualcuno che non si «sforzi» di farne 38. Insomma, c'è chi a fronte di otto ore in più al mese, arriverà a prendere anche 900 euro aggiuntivi (pari allo stipendio di un precario); ma anche se ricevesse soltanto il minimo di 350 euro non gli andrebbe proprio male. Il principale firmatario del contratto è la Snaprecom (sindacato autonomo della presidenza del consiglio), mentre la Cgil non è rappresentata al tavolo contrattuale, e dunque non ha partecipato a definire il profilo della nuova «casta» di filiazione brunettiana.


Indennità tornello
C'è già chi la chiama «indennità tornello». Proprio Brunetta aveva scelto di propagandare l'istallazione dei tornelli a Palazzo Chigi, facendosi fotografare mentre passava il badge con una mano e con l'altra faceva sorridente la «v» di vittoria. Mentre Berlusconi, dal canto suo, annunciava che tutti i bar vicini sarebbero falliti, dato che sarebbe stato più difficile concedersi la classica pausa caffè da «fannullone» impenitente: «Avranno pensato di introdurre l''indennità tornello' - commenta sarcastico il segretario Fp Cgil Carlo Podda - A parte gli scherzi, aumenti così possono pure andare bene, ma se andassero ugualmente a tutti i lavoratori del Paese, e non solo a 3 mila. Tutti gli altri devono accontentarsi dei 70 euro lordi - pari a poco più di 40 netti mensili - erogati dal recente Protocollo Brunetta. Mi verrebbe da dire a Cisl e Uil: rivendichiamo insieme quei 600 euro per tutti».

Due milioni al merito
Passando a un altro scandalo, nel disegno di legge Brunetta in discussione al Senato, si stanziano ben 1,2 milioni di euro per la retribuzione annua dei quattro membri dell'«Authority del merito», quella che dovrebbe stilare le «pagelline» di produttività dei vari uffici pubblici. Ben 300 mila euro di stipendio all'anno cadauno; o 25 mila euro al mese, che poi sono il lordo annuale di un normale dipendente pubblico. E non basta: Brunetta si è fatto riservare ulteriori 500 mila euro per il generico capitolo «consulenze». Altri privilegiati, per ora ignoti, con contratti a più zeri. «Il ministro, se tiene alla trasparenza come dice, pubblichi l'elenco di queste consulenze - conclude Podda - Secondo noi è assurdo centralizzare la valutazione del merito: piuttosto, si dovrebbe affidare agli utenti dei servizi».


Fonte: Il Manifesto
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Pensieri in Libertà
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Caro Angelo, leggerti ogni mattina è diventato un doveroso gesto di resistenza ed io ti ringrazio per tutto quello che dici e, soprattutto, che fai. I tuoi appelli alla collaborazione mi sollecitano, ma non credo di avere la capacità di sapermi esprimere con proprietà rispetto ai temi della politica italiana. Tu mi aiuti a riflettere e queste riflessioni le aggiungo a tutte le altre che faccio nella quotidianità della mia giornata di lavoratrice, casalinga, moglie e madre che si trova davanti ad un paese che viene piano, piano privato del suo stato sociale, costruito con la fatica di molti durante i trascorsi 60 anni. Si rimane in silenzio, con le braccia abbandonate lungo il corpo, basiti di fronte a tutte le oscenità che questo governo propone...ma anche di fronte ad una opposizione che si esprime solo attraverso un ex magistrato: ma io ho creduto in altro, o meglio mi sono imposta di credere ad un nuovo che avanzava, ad uno stile pacato e ragionevole di affrontare le questioni; apprezzavo quella mano chiusa appoggiata sulla parte del cuore, alla ricerca di una politica fatta coi sentimenti, come quella vecchio stile di cui parlava ieri Abei. Quella politica sana, anni 70, che a Roma ci mobilitava in pochi attimi a San Giovanni quando venimmo a sapere dell'efferrato omicidio di Moro da parte delle brigate rosse, per esempio.
La nostalgia non mi piace, però mi manca la sicurezza che da il senso di appartenenza ad un gruppo politico e magari anche ad un sindacato coeso e dalla parte dei lavoratori. Ho restituito la tessera della Cgil , con molto dispiacere, un paio di anni fa perchè intendevo manifestare il mio disagio in un sindacato, locale, nel quale non mi riconoscevo più; ma Epifani non mi dispiace così arroccato di fronte all'imperversare sbracato della politica italiana.
Vorrei salutare con un bellissimo "fraterni saluti"

Mariangela Romanelli


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