La Chicchetta - 204

venerdì 30 ottobre 2009

I VELENI DI STEFANIA
E così non è la Cunsky. Il relitto che giace davanti a Cetraro è di un’altra nave. E tanto basta al Ministro Prestigiacomo per salutare con entusiasmo la notizia e bacchettare quanti avrebbero seminato «paura e allarme sociale, senza avere riscontri attendibili ». Sono stati necessari ben 45 giorni perché i potenti mezzi del ministero dell’Ambiente, anzi, di una società privata noleggiata in corsa (si fa per dire…), ci dicessero che il nome non era quello indicato dal pentito. E finalmente si è fatta sentire la voce del Ministro, che di 45 giorni non ne ha trovato uno libero per affacciarsi in una Regione dove si sta consumando uno dei più grossi scandali ambientali del nostro Paese, squarciando faticosamente veli di silenzi e di omertà. La Calabria è in ginocchio, caro Ministro, e non per colpa di allarmi immotivati, ma a causa dei veleni veri ritrovati fin nei capelli dei bambini di Crotone, per colpa delle troppe morti documentate dall’Arpacal nell’area della collina di Ajello, per l’alto tasso di radioattività dichiarata dal Suo Ministero, per gli inquinanti trovati sulla costa che hanno convinto la Capitaneria ad emanare un’ordinanza per vietare la pesca in un ampio tratto di costa tirrenica. L’Arpa, il Ministero, la Capitaneria, ecco chi ha lanciato l’allarme. E poi le Procure, a partire da quella di Reggio Calabria, che da tempo indica nell’area dell’Aspromonte i luoghi d’interramento di rifiuti e che da anni cerca di venire a capo del mistero della Rigel, la nave che non si è mai voluta cercare. E la Procura di Paola, la cui tenacia ha consentito di trovare i rifiuti tossici nel torrente Olivo e la cava radioattiva. E poi quella di Lagonegro, che chiede di approfondire le indagini sul relitto individuato di fronte a Maratea. Che ci siano tante navi affondate con rifiuti tossici e radioattivi è una verità. Che altrettanti rifiuti siano stati interrati dalla ‘ndrangheta sulla terraferma, purtroppo, è un’altra drammatica verità. E se il relitto davanti a Cetraro non è quello della Cunsky, invece che tranquillizzare, procura ancora più ansia, perché allunga i tempi della verità. Bisogna tirare fuori i rifiuti interrati sotto il torrente Olivo, bonificare ampie aree della città di Crotone, indagare le cavità dell’Aspromonte e i segreti cunicoli della diga sul Metramo, bisogna cercare la Rigel, la Yvonne A, la Michigan…
e bisogna che il Governo, non solo il Ministero dell’Ambiente, prenda atto che questa vicenda è più grande, molto più grande della nave che giace di fronte a Cetraro.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 203

giovedì 29 ottobre 2009

Un erede di Ghino di Tacco?


Vorrei tanto sbagliarmi, ma mi pare sia in atto una corsa all’eredità di Ghino di Tacco. Il quale – per chi non lo sapesse - era un brigante del XIII secolo che imponeva tasse e balzelli a tutti coloro che dovevano passare (e non c’era altra via) sotto la sua rocca di Radicofani. Sia che provenissero da destra, sia che provenissero da sinistra. Ghino di Tacco fu l’appellativo appioppato a Bettino Craxi (di Eugenio Scalfari la primogenitura) da tutti coloro che contestavano il fatto che il Psi mettesse sul mercato (nazionale e locale) la sua indispensabile alleanza. Al miglior offerente. Così da ottenere con il minimo del consenso popolare (sempre poco oltre il 10%) il massimo del potere: ministeri, assessorati, governatori, sindaci, banche, Rai e quant’altro. In pole position per il Ghino di Tacco d’oro c’è ora Umberto Bossi. Il quale chiede continui balzelli al Cavaliere, forte di un consenso popolare che, spalmato sull’intero territorio nazionale, non si distacca molto da quello del miglior Craxi. Ma a insidiare il primato di Bossi, ecco i “terzisti”. Casini (da un pò di tempo) e Rutelli (da oggi). I quali pare non vedano l’ora di fare l’ago della bilancia. Con gli stessi numeri, grosso modo, di Craxi allora e di Bossi oggi.
Chi sarà l’erede di Ghino di Tacco?


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 202

mercoledì 28 ottobre 2009


SOLIDARIETA'? SI, ALLE FIGLIE


Niente come uno scandalo di letto eccita l’attenzione degli italiani. Se poi la persona in questione è ricca, famosa, potente, e porta avanti la sembianza di una normalissima famiglia cattolica, la curiosità è garantita. E, infatti, la triste vicenda Marrazzo ha subito sostituito partita e motomondiale nelle conversazioni. Che l’Italia sia un Paese cristiano si è capito dalla solidarietà bipartisan per lo sventurato governatore e le sue “debolezze”. La più pelosa delle solidarietà arriva da destra. Il governatore del Lazio riequilibra la partita dei puttanieri tra gli schieramenti che, a oggi, vedeva la destra in gran vantaggio. La solidarietà di destra costa poco, poi, perché, in realtà, da quelle parti, sanno che la gente la differenza tra la Carfagna e Brendona la capisce, eccome. Quello che ferisce di più, però, è la critica/non critica di sinistra. Non parliamo di quel piccolo gruppo che ha legittimamente eletto a propria immagine e simbolo il trans, e che a letto teorizza il queer, ovvero la teoria del “n’do cojo cojo”. Quelli sono adulti che il “marrazzo style” l’hanno sempre sostenuto, ed è giusto che continuino a praticarlo (con maggiorenni possibilmente). Colpisce di più la reazione della sinistra “perbene” e moderata alla Concita De Gregorio. O meglio la “non” reazione. La direttrice dell’Unità domenica sosteneva in un editoriale che «chiaramente » Marrazzo era migliore di Berlusconi, enumerandone le superiorità, nella teoria e nella prassi. Marrazzo essenzialmente sarebbe migliore perché si è dimesso, e perché Natalì e Brendona non sono diventate assessori al traffico e/o alla cultura. La brava direttrice scoprirà presto, dal fornaio e dal parrucchiere, cosa ne pensano davvero gli italiani. Ma la cosa più triste non sono stati i tentativi di dipingere Marrazzo come un signore che erra sì, ma con dignità e senso dello Stato.
La cosa più triste è la solidarietà. Gliel’hanno espressa quasi tutti al governatore. Poi è stato lui stesso a raccontare l’urlo disperato di sua figlia Chiara, la più piccola delle tre, mentre apprende la storia di papà e Brendona alla tele. Eppure di articoli in solidarietà delle tre figlie ne abbiamo letti pochi.
A loro la mia solidarietà. All’ex presidente solo l’invito a trovarsi un buon terapeuta.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 201

martedì 27 ottobre 2009

Viva il posto fisso


Ecco che l’ha fatto ancora: il Ministro Tremonti ha stupito tutti. L’uomo che sembra avere il talento di Churchill nel tirare fuori battute inaspettate ad effetto, si tuffa in aiuto delle classi sociali brutalizzate dalla disoccupazione e dal precariato, proprio quando il centrodestra appariva radicato nel sostegno delle categorie agiate. E lo fa rendendo incandescente il sogno antico e romantico del posto fisso. Anche stavolta Giulio Cesare lancia un attacco da un punto inaspettato sbaragliando i suoi avversari riuniti a congresso.Tremonti é il Ministro piú sensibile e capace del centrodestra: ha individuato prima di tutti i problemi di regolamentazione e controllo della precedente gestione della Banca d’Italia, ha visto la crisi in anticipo, ha cercato di aiutare i pensionati con la Robin Tax ed ora ci sorprende tutti con questa dichiarazione.Molto meglio di Brunetta che lamentava l’eccessiva attenzione data a libri e film sui precari. Lui dice che è una condizione temporanea, ma a chi vive questa temporaneitá da anni, viene il dubbio che quando i problemi non si sa come risolverli non si vorrebbe neanche averli sotto il naso. Un pò come la logica giornalistica che porta ad occuparsi dei pensionati poveri solo quando governa il centrosinistra, pescandoli dagli scaffali del supermarket dell’informazione televisiva: oggi compro 20 minuti di vecchietti disperati, domani 15 minuti di immigrati cattivi, dopodomani il centrosinistra é crollato, allora al supermarket si acquistano 30 minuti di ballerine sensuali e mutande sottili. Eppure, nonostante l’intuito ed il fiuto politico, il nostro Ministro dell’Economia sbaglia spesso le diagnosi e le cure. La nuova regolamentazione della professione forense, che sembra voler assegnare agli avvocati anche l’esclusiva dei conflitti degli individui con la propria coscienza, togliendo ai sacerdoti la possibilitá di guastare il mercato con l’oltraggio di una concorrenza sleale gratuita, doveva essere controbilanciata con qualche forma di rassicurazione per le classi inferiori, che dopotutto costituiscono la maggioranza degli elettori. Tuttavia la risposta al precariato usato come sfruttamento non sta nell’intubare il mercato del lavoro nelle strette ferrose di carriere inamovibili ed impieghi a vita. Non si risponde alla crisi grantendo l’ingarantibile. Piú si stringe il tubo, piú il getto che ne esce é forte e violento. Ed in questo caso sará un flusso di tristezza e frustrazione con serie conseguenze sulla produttivitá. La certezza dell’impiego si puó trasformare in dannazione sia per chi é dentro sia per chi é fuori. Provate ad immaginarvi nel settore commerciale di un’azienda, con un contratto a tempo indeterminato. Siete felici perché avete un privilegio che molti invidiano. Allorché un giorno la proprietá dell’azienda cambia e con essa la politica commerciale. Oppure arriva un manager che non vi sopporta. Gli state sulle scatole per motivi irrazionali; magari i vostri calzini color turchese. Dopo tanti anni vorreste andarvene ma non ci riuscite perché il mercato del lavoro é un’autostrada senza svincoli. Chi ha un lavoro fisso se lo tiene e non si libera nessun buco per voi. Sicché decidete di rimanere, ma col morale a pezzi.L’apporto produttivo di coloro che si troveranno in queste condizioni sará ovviamente decrescente; ma nessuno potrá essere licenziato e l’economia sará gravata da un insieme di situazioni individuali insostenibili. La conseguenza potrebbe essere l’aumento delle delocalizzazioni.


É questo che vogliamo?


Piuttosto che regalare un sacco di soldi col ponte di Messina, stabiliamo delle prioritá produttive, dopodiché il posto fisso potrebbe sembrarci una trappola.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 200

lunedì 26 ottobre 2009

NON LASCIAMO SOLA LA CALABRIA

Ieri ad Amantea la società civile è scesa in piazza per chiedere risposte e atti concreti. Perché la società calabrese ha memoria. E vive i segni della memoria sulla propria pelle, abbandonata in un limbo di inazione, il rifiuto di fatto del governo di intervenire, sola davanti alla devastazione del proprio territorio e dei propri mari. Perché tutti sapevano, da almeno 14 anni, che i mari di Calabria si sono trasformati in un cimitero di navi a perdere, di carrette fuori corso riempite di scorie e rifiuti tossici e affondate. Ottenendo due risultati: smaltire a basso costo rifiuti pericolosi e truffare le assicurazioni. Un mix di imprenditori senza scrupoli, trafficanti, mafiosi, pezzi di istituzioni che non hanno vigilato. Tutti sapevano. Perché ora non si può più negare l’evidenza, dopo il ritrovamento della Cunsky nelle acque di Cetraro nel Tirreno. Da quando la Rosso (già Jolly Rosso, dell’armatore Messina già coinvolto per traffico di rifiuti) spiaggiò sulle coste calabresi e nella cabina del comandante venne trovata un’agenda con longitudine e latitudine e accanto scritto: «La nave è affondata». Si trattava della Rigel. Una commissione d’inchiesta ottenne i fondi per ricercarla nello Jonio al largo di Capo Spartivento, ma l’azienda che aveva ottenuto l’appalto, che più tardi si scoprì legata ai servizi, non riuscì a individuarla. Tutti sapevano che i rifiuti partivano dalla Liguria, in parte finivano nel Mare nostrum e in parte in Paesi come la Somalia. Si chiamano triangolazioni. Si prende un pezzo di mare o di terra (e mai fondali furono così propizi come quelli di Bosaso in Somalia), lo si paga a un signore locale della guerra con denaro e armi, finanziando così una bella carneficina. E chi sopravvive si becca gli effetti delle scorie. Tutti sapevano, anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che proprio a Bosaso girarono l’ultimo servizio sui traffici di armi e rifiuti. Un servizio che non è mai andato in onda. Uccisi perché sapevano. Depredati del loro lavoro perché scomodo, non raccontabile. Il legame è così palese, evidente. Si saprà, finalmente, chi vuole la verità. Chi la vuole davvero. Anche nella politica. Ieri si sono contate più le assenze che le presenze. E quella del centrodestra, che ha deciso di nascondere la testa sotto la sabbia non aderendo alla manifestazione di Amantea dice più di tanti discorsi. Tutti sapevano, anche se adesso qualcuno cerca di negare.

La storia delle navi a perdere è il paradigma di questo Paese, dove sapere non conta nulla. Se non quando la situazione è precipitata.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 199

venerdì 16 ottobre 2009

A chi parla Berlusconi?



Silvio Berlusconi in occasione dell’incontro, tenutosi a Villa Madama, con i vertici di Adr e Sea sullo sviluppo del sistema aeroportuale di Roma e Milano annuncia l’inizio dei lavori per la realizzazione del Ponte sullo Stretto entro dicembre-gennaio prossimo e sottolinea il gap infrastrutturale dell’Italia rispetto alle altre nazioni europee impegnandosi affinché tale divario venga colmato al più presto. Tralasciando per un attimo l’inutilità del Ponte, siamo proprio sicuri che Berlusconi abbia ammainato la bandiera dello scontro istituzionale di questi giorni per indossare le vesti del leader lungimirante che parla al sistema paese? Non è che in realtà, in un momento in cui non è fantapolitica l’ipotesi di una sua caduta o almeno di un suo ridimensionamento, si rivolga alla nazione perché qualcun altro intenda? Qualche amico a cui chiedere una mano? Ciò che più ha attirato la mia attenzione è il fatto che subito dopo aver dichiarato che il debito pubblico, ereditato negli anni, «non deve impedirci di innovare e di rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione di infrastrutture e non deve impedirci di stimolare investimenti pubblici e privati verso ciò che è più urgente», individua quali esigenze strutturali “più urgenti” non solo il Ponte sullo Stretto ma anche la necessità di realizzare al più presto un piano di ventimila posti in più nelle carceri necessario per «ridare dignità a chi viene recluso». Immagino che i miliardi di euro investiti per la realizzazione del Ponte sullo Stretto possano fare gola a numerosi imprenditori, primo fra tutti il gruppo Impregilo (quello che ha costruito l’ospedale dell’Aquila ndr.) che, per bocca del suo amministratore delegato, Alberto Rubegni, ha da tempo annunciato l’apertura a gennaio dei «cantieri preliminari», ovvero, di tutte quelle opere di supporto alla realizzazione vera e propria del ponte, la cui costruzione, qualora se ne verificasse la fattibilità, dovrebbe iniziare non prima di circa sei/sette anni con il rischio concreto che se quest’ultimo dovesse essere valutato come inattuabile, le strutture di supporto a terra potrebbero rivelarsi inutili.In un sistema in cui gli interessi economici di poche lobbies hanno un’influenza notevole anche nel determinare il destino politico di una nazione è evidente che una straordinaria speculazione finanziaria, come è appunto “l’affaire Ponte”, possa servire per accattivarsi la loro benevolenza, ma cosa c’entra l’urgenza di «ridare dignità a chi viene recluso»? soprattutto se la richiesta viene da un premier che, pur avendo votato l’indulto, deve gran parte del suo consenso elettorale alla promessa di legalità, sicurezza e durezza nei confronti di chi delinque? La mia ingenuità, purtroppo, mi impedisce di individuare altre associazioni o organizzazioni che abbiano un ruolo di oppressione o controllo, in particolare su alcune aree del Paese, e che magari possano anch’esse essere interessate a grandi investimenti economici e, nello stesso tempo, necessitano di un trattamento di riguardo qualora qualcuno dei propri affiliati dovesse, per cause sconosciute, essere detenuto in carcere, per cui mi riesce difficile rispondere all’ultimo quesito.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 198

giovedì 15 ottobre 2009

UNA PIU' INCISIVA CULTURA DELLA LEGALITA' E SENSO CIVICO
Cosa sono legalità e senso civico? A sentirle così, sembrano parole difficili da comprendere, ma poi, approfondendo la riflessione, ci si rende conto che sono funzioni e valori che si concretizzano, forse non sempre consapevolmente, nell'agire quotidiano, in qualsiasi luogo ove ci si relazioni con gli altri perchè è con gli altri che dobbiamo, per così dire, "fare i conti". Siamo animali sociali e, in quanto tali, dobbiamo avere regole di convivenza da rispettare perchè senza regole condivise e osservate non ci può essere libertà, ne tantomeno giustizia. Il tutto, passando attraverso i molteplici possibili strumenti e ambienti di formazione culturale, con l'acquisizione della propria identità di persona che porta, di conseguenza, alla consapevolezza di appartenere a un ambito più vasto, a un contesto sociale con cui si condivide la memoria storica e i propri valori di riferimento; a un tessuto connettivo di rapporti umani e istituzionali, che da un lato garantisce diritti e dall'altro impone doveri. Lo scenario attuale, contrassegnato da processi di globalizzazione e flussi migratori sempre più consistenti, rende necessario ridefinire l'idea di cittadinanza, in passato legata alla nascita e all'appartenenza a un suolo. E' necessario che ci sia una reale globalizzazione dei diritti e che, per quanto possibile, a tutte le persone vengano riconosciute i medesimi standard alla sicurezza personale, alla partecipazione alla vita sociale, alla realizzazione di sè; ciò richiede che ci sia un'autentica volontà politica, ma la scuola dovrebbe, in questo delicato e urgente impegno, giocare un ruolo fondamentale. "Educare al senso civico" significa riconoscere la medesima appartenenza a un'unica umanità ed educare al riconoscimento e al rispetto delle differenze. Sentirsi "cittadini" vuol dire essere consapevoli di avere un ruolo attivo da svolgere nella trama di relazioni sociali che ogni giorno vengono sperimentate, a partire dalla famiglia, dalla scuola, dalle associazioni che operano sul territorio. Sentirsi "cittadini" implica, perciò, assumersi responsabilità concrete che si traducono in precisi atti di tutela nei confronti di noi stessi e degli altri, attraverso l'assunzione di comportamenti corretti e responsabili nelle varie situazioni di vita: quando si è a tavola, quando si è per strada, quando ci si relaziona con gli altri; nei confronti dell'ambiente, adottando tutte le misure che possono contribuire a preservarlo e a salvaguardarlo; nei confronti delle istituzioni. Promuovere una cultura della legalità e del senso civico significa, pertanto, favorire comportamenti positivi a tutti i livelli. In un momento in cui le manifestazioni di violenza si moltiplicano e la tenuta delle istituzioni, a partire dalla famiglia, sembra essere messa a dura prova, è dovere della società nel suo insieme favorire e potenziare comportamenti civilmente responsabili anche attraverso occasioni, che permettano un contatto diretto con i poteri istituzionali e una conoscenza più approfondita della loro opera.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 197

venerdì 9 ottobre 2009

La Corte costituzionale: il Lodo Alfano è bocciato perché viola il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e perché si è proceduto alla sua approvazione da parte della maggioranza di governo senza le procedure necessarie alle modifiche costituzionali.


L’illegittimità costituzionale era l’ipotesi peggiore per i legali del premier che nell’udienza pubblica avevano tirato ancora di più per la giacca la Costituzione sostenendo che «la legge è uguale per tutti ma non per tutti si applica allo stesso modo» (Ghedini) e che il premier «con la nuova legge elettorale non è più primus inter pares ma primus super pares»(Pecorella). Forzature, specie la prima, che devono aver irritato i guardiani della Costituzione.

Ecco i due articoli che hanno salvato l'Italia dall'ulteriore deriva berlusconiana.


Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 138

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata , se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.


Triste doverlo sottolineare: la vera opposizione si chiama Carta Costituzionale!




By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 196

giovedì 8 ottobre 2009


Senza risorse, qualità e futuro. La scuola della Gelmini non ha domani



Ridotta all’osso. La scuola che è appena iniziata è molto diversa da quella a cui eravamo ormai abituati. A fronte di un aumento degli iscritti i contenuti disciplinari sono stati ridotti e il corpo insegnante è stato ridimensionato. A farne le spese è la qualità dell’offerta didattica, gli studenti diversamente abili, la sicurezza degli edifici scolastici e un esercito di professionisti, messi alla porta. Quest’anno sono stati tagliati 52.271 posti di lavoro, ripartiti tra docenti (42.104) e personale Ata (15.167). E siamo solo all’inizio. La legge 133/08 ha, infatti, definito per la scuola statale un piano triennale di tagli di oltre 130mila posti. Un provvedimento che non ha precedenti nella storia della Repubblica e che allontana l’Italia dal resto dell’Europa. Negli altri Paesi, d’altronde, l’istruzione è considerata volano di sviluppo. «Quella italiana è una scuola minima - non ha dubbi il segretario generale Flc Cgil Mimmo Pantaleo -, incapace di farsi carico della crescente complessità sociale e culturale della nostra società». Rispetto allo scorso anno il numero degli iscritti è aumentato: sono circa 8.000 gli studenti in più seduti dietro un banco. «La politica scolastica del governo è miope - dice Pantaleo -, taglia mentre il numero delle persone a cui va garantita un’istruzione cresce». Un atteggiamento indifferente dunque, anacronistico e poco lungimirante. A differenza degli altri Paesi l’Italia non vede nella formazione e nella ricerca un mezzo per uscire dalla crisi. «La precarietà produce precarietà», denuncia Pantaleo. Non si tratta solo di numeri, ma di persone e delle loro famiglie che non avranno più un lavoro né uno stipendio. «I precari vanno impiegati in maniera produttiva - suggerisce il segretario generale della Flc Cgil -. Le mancanze del sistema scolastico sono tante: servono corsi di recupero, sostegno agli studenti diversamente abili, mediatori per i ragazzi stranieri e programmi per combattere la dispersione scolastica». I tagli vanno dunque messi in discussione, per mantenere un’offerta formativa di qualità e per non perdere il prezioso patrimonio di esperienze accumulato durante gli anni del precariato. Il giudizio della Flc Cgil, che ha contribuito a mettere a nudo le problematiche della scuola con un dossier, è negativo su tutta la linea. I provvedimenti annunciati e in via di adozione per una parte dei precari licenziati sono «confusi e del tutto insufficienti» ad affrontare e risolvere un fenomeno di dimensione epocale. Sono «iniqui» perché rivolti solo ad alcune tipologie di precari, «sulla base di criteri definiti a posteriori e di accordi con alcune regioni». I bilanci delle scuole sono stati «privati» dei fondi per il funzionamento didattico e amministrativo e, ad oggi, non sono stati ancora ripristinati. «A distanza di due mesi - dice Pantaleo - le scuole non hanno ancora ricevuto neanche quelle poche migliaia di euro annunciate dal ministro Gelmini nell’incontro con i sindacati del 4 agosto». Sottrarre alle scuole questi fondi significa impedirne il funzionamento. Ci sono scuole che rischiano il pignoramento di beni, come computer, arredi e attrezzature di laboratorio, essenziali alle attività didattiche e altre che, a seguito della pesantissima riduzione del personale ausiliario, non possono proprio andare avanti. In Molise, Campania, Calabria e Toscana ci sono istituti che non riescono ad assicurare la puntuale apertura del mattino né la chiusura del pomeriggio, altre costrette a ridurre l’orario delle lezioni. I genitori comprano la carta igienica e la cancelleria. Non era mai successo. Oggi è il presente.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 195

mercoledì 7 ottobre 2009

Tg1, la realtà deformata




Qualche numero essenziale, per capirci meglio. Nella campagna elettorale per le elezioni europee, secondo uno studio del Censis (9 giugno 2009), il 69,3 per cento degli elettori si è informato e ha scelto chi votare attraverso le notizie e i commenti dei telegiornali. I tiggì sono il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (in questo caso, siamo al 76 per cento), i pensionati (78,7 per cento) e le casalinghe (74,1 per cento). È necessario cominciare allora da questa scena. Più o meno sette italiani su dieci - che diventano otto su dieci tra chi è avanti con gli anni, è meno istruito o è donna che lavora in casa e per la famiglia - scrutano la vita, la realtà e il mondo dalla finestra aperta dai telegiornali - tra cui il Tg1 e il Tg5 - da soli - raccolgono e concentrano oltre il 60 per cento del pubblico. Nella cornice di questa finestra buona parte degli italiani matura emozioni, percezioni, paure, insicurezza, fiducia, ottimismo, consapevolezze, orienta o rafforza le sue opinioni. Che cosa vedono, o meglio che cosa gli mostra quella finestra? Nello spazio stretto, quasi indefinito, tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica si possono fare molti giochetti sporchi. Per esempio, spaventare tutti con il fantasma di un'inarrestabile criminalità che ci minaccia sulla soglia di casa o eliminare ogni incubo cancellando ogni traccia di sangue e di crimine. Nel secondo semestre del 2007 (governa Romano Prodi), i sei tiggì maggiori dedicano a fatti criminali 3.500 cronache. Nel primo semestre di quest'anno (Berlusconi regnante) 2.000 (fonte, Osservatorio di Pavia, report "Sicurezza e Media", curato da Antonio Nozzoli). Stupefacente il tracollo di storie nere nel Tg5. Con Prodi a Palazzo Chigi, le cronache criminali sono 900 (secondo semestre 2007). Diventano con Berlusconi 400 (primo semestre 2009). Il Tg1 Rai non giunge a tanto. Le dimezza: da 600 a 300. È un gioco sporco, facile anche da fare: ometti, sopprimi, trucchi la scena secondo le istruzioni politiche del momento. Più o meno, un gioco delle tre carte. Carta vince, carta perde. Il crimine c'è e ora non c'è più perché il governo lo ha sconfitto o ridimensionato. Se fosse necessaria una nuova stagione di paura e di odio, riapparirebbe nelle mani del sapiente cartaro. In questa tecnica di governo non è necessaria l'azione, l'agire, mettere in campo politiche pubbliche contro il crimine, di sostegno alle imprese e alla famiglie, di protezione sociale per chi perde il lavoro, per fare qualche esempio. È sufficiente comunicare che lo si sta facendo, che lo si è fatto, e magari gridare al "miracolo". Come per il terremoto dell'Aquila. Ogni settimana, il capo del governo si autocompiace per l'evento incredibile, prodigioso che ha realizzato. Ma è autentico "il miracolo di efficienza"? Se si stila una classifica dei tempi di assegnazione di "moduli abitativi provvisori" si scopre che a San Giuliano di Puglia, i primi 30 moduli furono consegnati a 82 giorni dal sisma, in Umbria a 98 giorni, finanche in Irpinia (dove ci furono 3000 morti e 300 mila sfollati) in 105 giorni mentre in Abruzzo i primi moduli sono stati attribuiti a Onna dopo 116 giorni. Non basta dunque il racconto di un fatto in sé per comprenderlo. Il fatto in sé diventa trasparente soltanto se si rendono accessibili e trasparenti i nessi, le relazioni, i conflitti che vi sono contenuti. Privato della sua trama, delle sue relazioni con il passato e con il futuro, il fatto deteriora a immagine, a spettacolo e dunque è vero perché il fatto è lì sotto i nostri occhi; al contempo, è falso perché è stato manipolato, ma in realtà è finto perché l'immaginazione vi gioca un ruolo essenziale e parlare di "miracolo" - non c'è dubbio - aiuta la fantasia. Il capolavoro di questa tecnica di comunicazione che diventa disinformazione lo raggiunge il Tg1 di Augusto Minzolini quando dà conto delle disavventure di Silvio Berlusconi alle prese con gli esiti di una vita disordinata che gli consiglia di candidare a responsabilità pubbliche le falene che ne allietano le notti. Il caso nasce politico: così si rinnovano le élites? Se ne accentua la politicità con l'intervento di Veronica Lario che rivela le debolezze e la vulnerabilità del premier. Berlusconi avverte che in ballo c'è la sua credibilità di presidente del Consiglio. Va in televisione a Porta a porta per spiegarsi. Gioca male la partita. Mente, si contraddice. Gliene si chiede conto. Farfuglia. Tace. Decide di rivolgersi a un giudice per vietare che gli si facciano anche delle domande. È l'ordito di un "caso" che diventa (a ragione) internazionale. Il Tg1 lo spoglia di ogni riferimento. Dà conto soltanto degli strepiti del Capo: "complotto", "trama eversiva". Si lascia galleggiare quest'accusa. Contro chi? Perché? Che cosa è accaduto? Non lo si dice. Appare la D'Addario. Ha trascorso una notte con il capo del governo, è stata candidata alle elezioni. È la conferma dell'interesse pubblico dell'affare, è la prova della ricattabilità di Berlusconi. Minzolini fa finta di niente. Cancella i rilievi dei vescovi; della figlia di Berlusconi, Barbara; l'attenzione della stampa internazionale. Spinge in un altro segmento del notiziario il destino del direttore dell'Avvenire, accoppato per vendetta dal giornale del Capo; i traffici di Gianpaolo Tarantini, il ruffiano di Palazzo Grazioli. Senza contesto e riferimenti, che cosa può comprendere quel 69,3 per cento di italiani che si informa soltanto attraverso le notizie del Tg? Nulla. Non comprenderà nulla e potrà bere come acqua di fonte che si tratta soltanto, come dice il direttore del Tg1, "dell'ultimo gossip". (I sondaggisti non sembrano curarsi di che cosa sappiano davvero dell'affare gli spettatori disinformati che interrogano). Non siamo soltanto alle prese con una cattiva informazione o con un giornalismo di burocrati obbedienti. Abbiamo dinanzi un dispositivo di potere con una sua funzione psicologica determinante. Siamo assediati dal crimine o no? Devo avere paura o fiducia? All'Aquila c'è davvero un "miracolo" che presto toglierà dai guai tutti coloro che ne hanno bisogno? C'è "un complotto" che minaccia il premier o il premier ha combinato qualcosa che dovremmo sapere e che lui dovrebbe spiegare? Se - tra soppressioni, omissioni, menzogne - si abituano le persone a questa confusione inducendole a credere che nulla sia vero in se stesso e che ogni cosa può diventare vera o falsa per decisione dell'autorità e con l'obbedienza dei tiggì, si nientifica la realtà; si distrugge l'opinione pubblica; si sterilizza la coscienza delle cose; va a ramengo ogni spirito critico. È quel che accade oggi in Italia dove un unico soggetto pretende di detenere - con il potere - la verità, il diritto all'autocelebrazione, al racconto unidimensionale, ogni leva delle nostre emozioni e delle nostre esperienze.


Oggi che si discute di che cosa deve essere il servizio pubblico, vale la pena ricordare che la libertà dell'informazione non è fine a se stessa, ma è solo un mezzo per proteggere un bene ancora più prezioso della libertà del giornalista: il diritto dei cittadini a essere informati.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 194

martedì 6 ottobre 2009


Una questione di Fede


Dialogo tra due utenti della tv.


A: “Dì un po’, ma tu il canone lo paghi?”.
B: “Certo che lo pago”.
A: “E sei contento di pagarlo?”.
B: “Contento no, perché di questi tempi è difficile far quadrare i conti. Ma sono una persona onesta”.
A: “Che c’entra l’onestà? Qui è un fatto di disubbidienza civile, come dice il ministro Scajola, perché la Terza rete Rai fa troppi programmi spazzatura”.
B: “Non farmi ridere. Ho qualche anno e, anche se pare strano, comincio a rimpiangere la tv della Prima Repubblica, quando ministri e direttori generali facevano la voce grossa solo se in qualche trasmissione c’erano troppe scollature azzardate o troppe belle cosce al vento. Bei tempi…”.
A: “Ma erano i tempi della lottizzazione, una vergogna!”.
B: ” Sì, ma avevi davvero il potere del telecomando. Sceglievi tu se vedere la tv bianca, rossa o rosé”.
A: “Ma per fortuna è arrivata la tv commerciale”.
B: “Dove, da Drive-in in poi, tette, culi e veline hanno dettato la linea, anche a mamma Rai, e la faziosità è esplosa”.
A: “Quale faziosità?”.
B: “Santoro e Travaglio sono quelli che sono, ma rispetto ad esempio a Emilio Fede, in faziosità, perdono 10 a zero. Forse 10 a 1".
A: “Ma Fede non è servizio pubblico”.
B: “Vero, ma lavora grazie a concessioni pubbliche. E così, il 3 ottobre, sono stato in piazza anche per lui. Perché, come diceva Voltaire, non condivido nulla di ciò che dice ma mi batterò fino alla morte perché possa dirlo”.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 193

lunedì 5 ottobre 2009

Auguri: CARO SILVIO, LUNGA VITA!


Il 29 settembre 2009, hai spento 37 candeline! Caro Silvio, auguri di cuore anche se i soliti comunisti (purtroppo, non mancano mai) te ne attribuiscono 73. Alcune di quelle perfide malelingue ignorano ciò che dal 1994 (in realtà molto prima, con le tv) hai fatto per l’Italia: il promesso milione di nuovi posti di lavoro, il benessere per tutti, il “nuovo miracolo italiano”. E tra qualche tempo, ci regalerai alcune magnifiche centrali nucleari. Mentre una gran parte degli italiani se la spassa alla grande, si aprono nuovi negozi, fabbriche, e tutto questo grazie alla tua operosità (24 ore su 24) e alle tue politiche lungimiranti sempre al servizio del Paese.
Ciononostante, qualche giornale si ostina ancora ad attribuirti cose false, quali scappatelle amorose; che ti saresti salvato da procedimenti giudiziari per cavilli; antichi contatti, tramite Marcello (Dell'Utri), con boss mafiosi, quali Mangano, che avresti ospitato per due anni in una delle tue meritate ville; che, in definitiva, avresti fatto carriera grazie ai soldi della Loggia P2 e tramite strani traffici. Tutte falsità, tutta invidia, credimi. Vai avanti così, Silvio.
Oltre che nei cuori di quasi tutti gli italiani, sei già nella grande Storia.

Grazie, presidente. E lunga vita!

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 192

venerdì 2 ottobre 2009

La Democrazia: Discorso di Pericle* agli Ateniesi, 461 a.C.


Corsi e Ricorsi storici, il discorso di Pericle, pronunciato agli Ateniesi nel 461 a.C., è incredibilmente calzante con i giorni nostri, vi chiedo solo di leggerlo con attenzione.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.



*Pericle (in greco Περικλς; Atene, 495 a.C.429 a.C.) è stato un politico, generale e oratore greco antico.



By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 191

giovedì 1 ottobre 2009

Scudo fiscale, infuria la polemica. E banche ed evasori fanno festa


Il provvedimento annunciato dal governo dà la possibilità a chi ha esportato illegalmente capitali all’estero di rimpatriarli senza condanna. Ma in passato la misura, varata sempre dal centrodestra, non ottenne gli effetti sperati. Trecento miliardi di euro, l’ammontare dell’evasione fiscale di un anno in Italia. Una ricchezza pari al fabbisogno di 10 super finanziarie. Una montagna di liquidità che darebbe ossigeno vitale agli asfittici polmoni dell’economia italiana. Ora che il governo ha posto la fiducia sullo scudo fiscale (approvato ieri sera alla Camera con 309 voti a favore e 247 contrari, oggi il voto definitivo al Senato), insieme a un pacchetto di misure correttive all’ultimo decreto legge anticrisi, la Guardia di finanza e l’Agenzia delle entrate forniscono i dati sulla base di stime Ocse, dell’ammontare dei patrimoni dei Paperoni italiani detenuti illegalmente in qualche angolo “paradisiaco” del globo. Principato di Monaco, Costa Rica, Uruguay, Liechtenstein, Panama, San Marino sono solo alcune delle tappe di una mappa che porta dritti a un tesoro stimato dall’Ocse, intorno ai 7.000 miliardi di euro, 1.600 dei quali legati ad attività criminali, 278 invece provenienti dall’Italia, 125 in Svizzera, 86 in Lussemburgo, il resto in altri Paesi compresi 2 miliardi a San Marino. Soldi su cui dovrebbero essere state pagate le tasse ma che vengono trasferiti su conti esteri per sfruttare le maglie larghe dei paradisi fiscali. Manovre che interessano i grandi come i piccoli capitali contro cui l’“Ordine mondiale” ha dichiarato guerra inaugurando una inaspettata unità di intenti sancita dalla riunione del G20 nell’aprile scorso. Un cammino lungo e faticoso che parte dal segreto bancario: «Il destino dei paradisi fiscali è oramai segnato - ha detto il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera -. Il segreto bancario, ai fini fiscali, è finito; una maggiore cooperazione internazionale in tema di trasparenza e scambio di informazioni è testimoniata sia dal fatto che sono sempre di più i Paesi che si allineano agli standard dell’Ocse, sia che sono in crescita degli Stati che firmano accordi e convenzioni». Guerra senza confini, quindi, che vedrà impegnata anche l’Italia, si spera, ma non ora e comunque non prima del 15 dicembre, data di scadenza dello scudo fiscale. Della possibilità, cioè, per quanti hanno esportato illegalmente capitali all’estero di rimpatriarli senza condanna ma con un’imposta del 5% sul totale (contro il 43% dell’imposta ordinaria che noi tutti paghiamo). Uno strumento per recuperare denari già persi, secondo il governo e la maggioranza, un modo per incentivare l’evasione secondo tutto il resto del Paese, a cominciare dalla magistratura: «Il diritto penale richiede certezza ed effettività della pena - ha detto l’Associazione nazionale magistrati criticando la normativa - non può tollerare un così frequente ricorso ad amnistie o sanatorie, in particolare nel settore delicatissimo dei reati economici e fiscali». Originariamente ristretto al solo aspetto fiscale, lo scudo è stato successivamente allargato (con il passaggio al Senato) a più comuni reati penali di natura finanziaria, quali il falso in bilancio, la bancarotta, le norme antiriciclaggio. Modifiche che, con l’anonimato e la garanzia di impunità, hanno fatto infuriare l’opposizione, stretta all’angolo dell’ennesima (25esimo voto di fiducia) blindatura. Questo in via di approvazione (che molto probabilmente riceverà l’avallo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) è il terzo “scudo” dell’era Berlusconi, firmato come sempre Giulio Tremonti. I precedenti (2001-2004) a dire il vero non riscossero il successo sperato. In totale vennero rimpatriati 77 miliardi sui quali riuscì a ottenere (con aliquota però del 2,5%) non più di 2 miliardi. In questo caso, il governo ha stimato per l’Erario, entrate tra 3 e 4,5 miliardi di euro. «Cifre irrisorie che non giustificano quest’ennesimo regalo agli evasori - per le associazioni dei consumatori- ma sufficienti a soddisfare le banche che da questa operazione potrebbero incassare, tra commissioni e spese per il lavaggio statale, da un minimo di 750 milioni di euro, applicando la commissione minima dello 0,50%, fino a oltre 1 miliardo di euro».


By Angelo Stelitano


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