La Chicchetta - 95

lunedì 9 marzo 2009

Cari imprenditori, un pò di autocritica



E' fin troppo facile notare che da questa crisi, peggio dei banchieri, ne escono solo gli industriali. Non perché siano dei “corvi” (come li ha definiti il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola) che diffondono pessimismo ma perché hanno mancato l'occasione giusta per emergere come dei veri leader. Da due anni dagli scranni più alti della Confindustria sono arrivati messaggi a dir poco contraddittori senza nemmeno un cenno di autocritica. Nell'opinione comune gli imprenditori italiani, molti dei quali siedono, silenti, anche in Parlamento, stanno passando come coloro che da una parte approfittano della recessione per mettere in pratica scelte dolorosissime sul piano occupazionale che non sono riusciti a compiere prima per via della loro impopolarità, e dall'altra come coloro che non riescono a tirare avanti senza aiuti, sostanziosi, da parte dello Stato. Purtroppo questa è l'immagine degli industriali oggi, così come è emersa anche dall'ultimo deprimente balletto sugli aiuti di stato. Prima dovevano essere concessi solo all'auto, poi anche agli elettrodomestici, poi alle tv (perché, poi, dato che in Italia non c'è un solo produttore di tv?) poi perfino ai mobili. Alla lista di chi bussa alle casse pubbliche si sono messi in fila anche gli imprenditori della moda imbufaliti con i loro colleghi di altri settori industriali che hanno accusato di essere stati lobbisticamente molto “aggressivi”. Non è un bello spettacolo. Così come non è un bello spettacolo sentire il leader degli imprenditori affermare che “il governo può fare di più”. Banalità. Anche gli imprenditori dovrebbero fare di più. Avrebbero dovuto fare di più. Dovranno fare di più. Ad esempio dovranno investire molto di più in ricerca e sviluppo e smettere di rincorrere i produttori asiatici nella fallimentare corsa alla riduzione del costo del lavoro. Non è questo ciò che un Paese si attende dalla sua classe dirigente che, invece di lamentarsi, dovrebbe usare tutto il proprio peso politico, la propria forza d'urto e la propria capacità per chiedere, quasi “imporre” al governo quelle riforme senza le quali la speranza di ripartire resta vana. Chiedere meno burocrazia, più investimenti pubblici in infrastrutture e un welfare che difenda i propri dipendenti (che chiamano democraticamente “collaboratori”) quando la furia delle recessione li colpisce.

È troppo sperare che un leader si comporti da leader e la smetta di piagnucolare.

By Angelo Stelitano



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