La Chicchetta - 109

venerdì 27 marzo 2009

Sessanta miliardi da spartirsi
E' il progetto più cemento per tutti

Nuova campagna elettorale del Cav. all'insegna di «più cemento per tutti». Ma non viene da ridere, alla luce di quello che si sta preparando sul fronte della manomissione del territorio con il cosiddetto "piano casa", in forma di un decreto governativo già pronto e in arrivo con la motivazione della necessità ed urgenza, fuori da ogni confronto parlamentare, non appena si sarà conclusa la liturgia della Conferenza Stato-regioni. Un progetto per deregolamentare una volta per tutte quello che rimaneva in piedi del sistema di tutele del patrimonio ambientale, dei beni culturali, dei vincoli archeologici, dei beni demaniali intangibili, delle salvaguardie paesaggistiche, di recupero e riuso dei centri storici. L'obiettivo del governo, per contrastare la crisi economica e stimolare una presunta ripartenza dell'economia, è quello di avviare un processo che tra ripatrimonializzazione delle aree, aumenti volumetrici, attività edilizie, eccetera, dovrebbe essere in grado di generare affari per circa 60 miliardi di euro (80 secondo il Centro studi Cgia di Mestre ) con quasi dieci milioni di immobili interessati e 490 milioni di metri quadrati aggiuntivi, stando alle valutazioni del Cresme, il Centro ricerche economiche sociali e di mercato per l'edilizia e il territorio, secondo il quale, se non dovesse partire il progetto governativo, il mercato immobiliare e il settore delle costruzioni potrebbe subire per il triennio 2008-2010 «una drammatica caduta delle nuove costruzioni residenziali, misurata nel 30% in tre anni». Ecco allora il governo - molto sensibile a tutto quello che avviene nell'edilizia, grandi opere, privatizzazioni del patrimonio pubblico - apprestarsi a varare il famigerato decreto sventolando la bandiera bianca di milioni di italiani "bisognosi" che così potranno rivalutare i loro beni immobili, persino disponendo delle volumetrie "inutilizzate" del vicino, con milioni di terrazzini sbarrati, sopraelevazioni pencolanti, ville e villette esorbitanti, ballatoi privatizzati e camerette aggiuntive, salotti-serre o cucine-tinelli costruite negli spazi comuni. Un delirio edilizio di cui francamente non si avvertiva il bisogno, dopo anni di condoni e sanatorie tombali con cui si è consentito lo scempio ambientale e il dilagare dell'abusivismo.Adesso si vuole consentire fino a un terzo di volumi in più, con l'abbattimento degli oneri di urbanizzazione, iva agevolate per le ristrutturazioni, recupero fiscale sugli "ammodernamenti". Il tutto spalmato su un patrimonio edilizio che l'Agenzia del Territorio misura in 31.428.721 immobili (catastati, dunque censiti, dunque solo quelli "regolari") suddivisi tra abitazioni «signorili, civili, economiche, popolari, ultrapopolari, rurali, villini, ville, castelli e palazzi, alloggi tipici», intendendo anche chalet, masi, dammusi, trulli.Dietro la bandiera bianca dell'aumento delle cubature "di necessità" è bene non dimenticare che sventola ben più poderosa la bandiera nera dei corsari della grande edilizia, dei grandi progetti, dei grandi lavori, del grande calcestruzzo, del grande mercato immobiliare. Tutta gente che ha un nome e un cognome, o una ragione sociale ben identificabile. Non a caso su Panorama del 19 marzo Bruno Vespa ha scritto: «Sull'edilizia Berlusconi ha le carte in regola e il piano casa potrà portare a un grande rinnovamento, urbanistico ed energetico». Italia Nostra e Legambiente non sono affatto d'accordo. In un comunicato allarmatissimo rivolgono «un pressante appello al governo, al Parlamento, al Presidente della Repubblica, affinché il programma per l'edilizia enunciato non venga approvato nella forma sbrigativa del decreto legge con cui si impone alle Camere di ratificare un provvedimento tanto complesso senza discuterlo». Trattandosi di principi fondamentali in materia di governo del territorio, oggetto di legislazione concorrente tra Stato e regioni, le associazioni ambientaliste rilevano che «si deve escludere che ricorra il caso straordinario di necessità e urgenza che legittima il governo all'assunzione di potestà legislativa, tanto più se fossero previste modifiche peggiorative al Codice dei Beni culturali e del paesaggio, in una materia che ha copertura nell'articolo 9 della Costituzione». Tra le altre cose, particolare allarme suscita la «prevista assoluta liberalizzazione delle opere interrate nella elevatissima misura del 20% del volume dei fabbricati esistenti, quando invece l'edificazione sotterranea esige rigorosi controlli di fattibilità e sicurezza, specie nelle aree urbane storiche».La corsa al mattone però è cominciata da tempo, e ha ridotto la superficie totale di aree libere dai 21.446.040 ettari del 1990 ai 17.803.010 ettari nel 2005, con una perdita di oltre il 17% delle aree libere e tre milioni e mezzo di ettari "costruiti" in quindici anni. L'Espresso del 19 marzo scrive che l'industria delle costruzioni, tra attività edilizia e mercato immobiliare, si è rosicchiata oltre il 45% della Liguria e il 26 della Calabria; a "pari merito" il 22% del territorio disponibile dell'Emilia Romagna e della Sicilia; il 19 del Lazio, il 18 di Piemonte e Lombardia; oltre il 17 di Abruzzo e Molise, più del 16 della Puglia;
e il 15% delle belle colline toscane e delle pianure campane.

E non c'erano 60 miliardi da spartirsi.



By Angelo Stelitano



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