La Chicchetta - 103

giovedì 19 marzo 2009

Il prefetto non fa credito



Alcuni provvedimenti presi dal governo stanno offrendo spunti di straordinaria amenità tanto da rendere meno amara la vita dei tanti italiani alle prese con la crisi peggiore dell’ultimo secolo.
Forse non ha tutti i torti Silvio Berlusconi nel dire che la situazione in Italia è grave, ma non è poi così tragica. Alcuni provvedimenti presi dal suo governo, infatti, stanno offrendo tali spunti di straordinaria amenità da rendere, se non più dolce, almeno un poco meno amara la vita dei tanti italiani alle prese con la crisi peggiore dell'ultimo secolo. Per la sua irresistibile comicità spicca su tutti la brillante trovata di affidare alle prefetture la vigilanza sull'esercizio del credito a favore delle imprese minori. Altrove, penso agli Stati Uniti, si sta fieramente dibattendo sull'utilità ovvero sull'inopportunità di nazionalizzare le banche in difficoltà. I fautori dell'economia di mercato sono così contrari a una tale ipotesi da preferire il collasso del sistema creditizio. Prospettiva catastrofica che aiuta i sostenitori dell'intervento statale a tirare diritti sulla loro strada, infischiandosene di chi li accusa di cedimento occulto al bolscevismo. In Italia, viceversa, la pragmaticità del Cavaliere - che da sempre ama definirsi "uomo del fare" - ha saltato a piè pari questa controversia ideologica da perdigiorno e ha già trovato la soluzione del problema: lo Stato non diventerà azionista, ma sorveglierà l'attività quotidiana delle banche attraverso i prefetti.
Magnifico! Un'idea del genere non sarebbe venuta in mente neppure al dirigista Benito Mussolini e al suo fido Achille Starace.
Magari quest'ultimo avrebbe obbligato i banchieri a mettersi in camicia nera e a fare qualche salto nel cerchio di fuoco, ma neppure un ministro della Repubblica di Salò sarebbe stato sfiorato dal proposito di far convocare, per esempio, Alessandro Profumo o Corrado Passera da un prefetto per contestare loro le scelte di finanziamento delle rispettive banche. Tanto per divertirci proviamo a immaginare come potrebbe funzionare il meccanismo inventato dal duo Berlusconi-Tremonti, facendo il caso di un signor Caio, piccolo imprenditore o artigiano, che si veda respinta dalla banca la richiesta di un credito per la propria azienda. Indispettito l'ottimo Caio fa un esposto alla prefettura di competenza. La quale convoca il direttore della filiale incriminata per chiedergli conto del suo rifiuto. Con ogni probabilità il malcapitato funzionario farà presente che il fido non è stato accordato perché il richiedente non offre sufficienti garanzie vuoi economiche vuoi di affidabilità dell'investimento. A questo punto il prefetto che cosa può fare? Prima ipotesi: può segnalare il caso al suo diretto superiore, il ministro Maroni che gira il dossier al collega Tremonti, il quale si rivolge alla Banca d'Italia perché istruisca una pratica sulla vicenda. Tempi della bizzarra trafila? Biblici. E poi? Seconda ipotesi: il prefetto o il ministro fanno sì che la banca conceda il finanziamento. Tutto bene, se il debitore fa fronte ai suoi impegni. Ma se non lo fa? Chi risarcisce la banca? Il prefetto? Il ministero degli Interni? Ovvero il dicastero dell'Economia? Gira e rigira, chi rischia di rimetterci sarebbe, come al solito, il povero e incolpevole contribuente.

Sarà, come dice Berlusconi, che la situazione non è tragica. Di sicuro non è seria.



By Angelo Stelitano


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