La Chicchetta - 77

venerdì 6 febbraio 2009


Accadde Oggi
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6 Febbraio 1853

Insurrezione antiaustriaca a Milano

Scoppia a Milano un'insurrezione antiaustriaca, soffocata però dagli austriaci nel giro di poche ore, col seguito di numerosi arresti e condanne a morte.
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Dio salvi la Regina e i lavoratori italiani


Il lavoro è poco. Punto e basta. E quando è poco tutti i bei discorsi sulla delocalizzazione virtuosa, la globalizzazione “buona” e il mercato unico evaporano, lasciando il posto alla disperazione di chi ha perso il proprio posto e, letteralmente, non sa come arrivare a fine mese. Qualcuno, tutti i giorni in tutto l’Occidente, perde il necessario per vivere ed è ovvio e che la sua rabbia si scateni contro chi, straniero nel suo paese, un lavoro invece ce l’ha. Nulla è più comprensibile, soprattutto qui, in Europa, le cui istituzioni non hanno mai cercato davvero una unificazione dei popoli e si sono accontentate alla fusione senz’anima delle monete. Noi europei continuiamo ad essere stranieri l’un l’altro. Per questo la protesta dei lavoratori inglesi contro gli italiani, non sarà l’ultima: domani potremmo essere noi ad inveire contro gli immigrati di colore, gli spagnoli contro i portoghesi, i tedeschi contro i turchi in un crescendo di rabbia difficile da arginare. Rabbia, non razzismo né intolleranza: chi continua a insultare i lavoratori che si sono ritrovati da un giorno all’altro senza uno stipendio con questi epiteti vuole solo archiviare un fenomeno che non capisce. Chiamare chi perde un lavoro razzista è una scappatoia facile per i sociologi da salotto che non si rendono conto di che cosa significhi non avere una speranza per il futuro. Non è un problema sociologico, ma sociale al quale occorre dare una risposta economica. E in fretta. Già, ma quale? Chiudere le frontiere alle merci (come sta facendo Obama) e alle persone sarebbe il peggiore dei rimedi, perché il vero problema non è “chi lavora dove”, ma quanto lavoro c’è. Se è poco, e purtroppo a breve non è previsto che aumenti, l’unica soluzione è suddividerlo tra più persone, ovvero ridurre l’orario di chi ha ancora un’occupazione. La proposta delle quattro giornate settimanali è una buona proposta perché permette alle fabbriche di non chiudere e alle persone di continuare ad avere un lembo di dignità e di stipendio per poter far fronte alle difficoltà della recessione senza pesare sui conti pubblici del proprio Paese.


La decisione di portare la settimana lavorativa a quattro giorni (o ridurre sensibilmente l’orario di lavoro mantenendo le cinque giornate) deve però essere concordata in ogni singolo Paese dagli industriali e dai sindacati e adottata dal maggior numero dei Paesi europei con il suggello della Commissione. Solo che quando serve, l’Europa non si trova mai.

By Angelo Stelitano


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