La Chicchetta - 66

giovedì 22 gennaio 2009


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Macerata 1817 Gli insorti antipapalini affiggono sui muri questo proclama:
"Quando l'altissimo Iddio vuole punire i popoli,li consegna al governo degli imbecilli"
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Capitalismo medievale


Il sistema finanziario italiano si regge su una struttura di tipo medievale al vertice della quale un ristretto gruppo di grandi feudatari esercita il proprio dominio attraverso una lottizzazione delle poltrone e delle partecipazioni azionarie così ben congegnata da svuotare di ogni significato la parola "mercato". Basti dire che il 60 per cento delle società quotate ha nel proprio capitale azionisti che sono al tempo stesso diretti concorrenti. Mentre, se si considerano i componenti dei consigli di amministrazione, in quasi il 90 per cento dei casi si verificano cumuli di incarichi in società concorrenti. Queste le cifre riassuntive dell'indagine appena realizzata in proposito dall'Autorità Antitrust. Purtroppo, a ben vedere, l'organismo presieduto da Antonio Catricalà ha fatto un pò la classica scoperta dell'acqua calda. Sarà anche meritoria e utile l'opera di accurata rilevazione statistica sugli intrecci azionari e personali del mondo finanziario domestico, ma in fondo essa non fa che confermare ciò che anche la semplice lettura dei giornali quotidiani certifica ormai da decenni. Ovvero che quello italiano è una sorta di capitalismo tribale, fondato sulla diffusione pervasiva di quel conflitto d'interessi che rappresenta il più insidioso ostacolo alla realizzazione di un'economia di mercato effettivamente aperta alla libera concorrenza. E ciò senza che la suddetta Autorità Antitrust e meno che mai il potere politico abbiano fatto qualcosa di buono e di utile per il superamento di questa situazione paleocapitalistica.Anche stavolta, del resto, lo stesso Catricalà non sembra intenzionato a suscitare grandi speranze di novità. A suo avviso, infatti, la strada maestra per uscire da questi eccessi di concentrazione di legami personali e azionari dovrebbe essere quella di un'autoregolamentazione da parte degli stessi soggetti implicati. Insomma, ci si dovrebbe affidare a una sorta di ravvedimento operoso compiuto proprio da coloro che hanno fatto del conflitto d'interessi la propria ragione di vita o comunque l'asse portante dei loro business. A che scopo Catricalà snocciola le scandalose cifre di cui s'è detto se poi egli stesso si affida alla buona volontà di chi finora si è manifestamente infischiato di rientrare in decenti regole mercantili? È un pò come se un ministro dell'Interno sostenesse che la lotta a Cosa Nostra deve essere affidata al rinsavimento dei boss che ne compongono la cupola. Si obietterà che i poteri dell'Antitrust sono limitati dalla legge e che una vera riforma in materia può venire solo da scelte legislative di Parlamento e governo. Scelte oggi poco probabili alla luce del fatto che proprio l'attuale presidente del Consiglio è la personificazione di un gigantesco e irrisolto conflitto d'interessi.Tutto vero, ma allora il rischio è che le denunce dell'Antitrust assomiglino al "latinorum" di Don Abbondio per ripararsi dal Don Rodrigo di turno. Come forse è già accaduto con l'appoggio offerto alle misure governative mirate a rendere ancora più blindate le cupole di potere dominanti chiudendo anche gli ultimi spazi di contendibilità delle imprese.

Dire una cosa e farne un'altra non sta bene.



By Angelo Stelitano


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