La Chicchetta - 216

giovedì 7 gennaio 2010

MITO DI SCILLA E CARIDDI
Narrano gli antichi che presso l'attuale città di Reggio Calabria, un tempo vivesse la bellissima ninfa Scilla figlia di Tifone ed Echidina (o secondo altri di Forco e di Craetis).Scilla era solita recarsi sugli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un rumore provenire dal mare e notò un'onda dirigersi verso di lei. Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde ed i capelli, lunghi sino alle spalle, erano pieni di frammenti di alghe. Era un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco che un prodigio aveva trasformato in un essere di natura divina.Scilla, terrorizzata alla sua vista, si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva vicino alla spiaggia. Il dio marino, vista la reazione della ninfa, iniziò ad urlarle il suo amore e a raccontarle la sua drammatica storia.Era un tempo Glauco un pescatore e trascorreva le sue lunghe giornate solitarie a pescare. Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, ed aveva allineato i pesci sull'erba per contarli quando ad un tratto i pesci cominciarono ad agitarsi in modo strano. Presero vigore, si allinearono in branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno in mare. Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare ad un miracolo o ad uno strano capriccio di un dio. Scartando però l'ipotesi che un dio potesse perdere tempo con un umile pescatore, pensò che lo strano fatto dipendesse dall'erba e provò ad ingoiarne qualche filo. Come l'ebbe mangiato, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino trasformarlo in un essere acquatico attratto irresistibilmente dall'acqua. Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono Oceano e Teti di liberarlo delle ultime sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce.Scilla, dopo aver ascoltato il racconto di Glauco, noncurante del suo dolore, andò via lasciandolo solo e disperato. Allora Glauco pensò di recarsi all'isola di Eea dove sorgeva il palazzo della maga Circe sperando che potesse fare un sortilegio per far innamorare Scilla di lui. Circe, dopo che Glauco ebbe raccontato il suo amore lo ammonì duramente, ricordandogli che era un dio e pertanto non aveva bisogno di implorare una donna mortale per farsi amare e per dimostrargli quanto lui si sbagliasse a considerarsi sfortunato, gli propose di unirsi a lei. Ma Glauco si rifiutò di tradire il suo amore per Scilla e lo fece in modo così appassionato che Circe, furiosa per essere stata rifiutata a causa di una mortale, decise di vendicarsi. Non appena Glauco se ne fu andato, preparò un filtro e si recò presso la spiaggia di Zancle, dove Scilla era solita recarsi. Versò il filtro in mare e soddisfatta, ritornò alla sua dimora. Quando Scilla arrivò, accaldata dalla grande afa della giornata, decise di immergersi nelle acque limpide. Ma, dopo essersi bagnata, vide sorgere intorno a se mostruose teste di cani rabbiosi e ringhianti. Spaventata cercò di scacciarli ma fuggendo nell'acqua si accorse che quei musi erano attaccati alle sue gambe con un collo serpentino che si agitava fremente. Si rese allora conto che sino alle anche era ancora una ninfa ma dalle anche in giù spuntavano sei musi feroci, ognuno orlato di tre file di denti. Fu tale l'orrore che Scilla ebbe di se stessa che si gettò in mare e prese dimora nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava Cariddi. Era questa figlia di Forco (o di Poseidone) e di Gea e per avere rubato ad Eracle i buoi di Gerione Zeus la fulminò e la tramutò in un terribile mostro marino (alcuni autori narrano invece che fu uccisa da Eracle stesso, ma fu poi resuscitata da suo padre Forco). Era destinata a ingoiare e rigettare tre volte al giorno l'acqua del mare. Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase innamorato dell'immagine di grazia e dolcezza che la ninfa un tempo rappresentava.Scilla e Cariddi, entrambe due spaventosi mostri marini, erano quindi l'una vicino all'altra a formare quello che le genti moderne chiamano "Lo Stretto di Messina" e mentre Cariddi ingoiava e rigettava tre volte al giorno l'acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attentava alla vita dei naviganti con le sue orrende fauci.


By Angelo Stelitano


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