La Chicchetta - 219

martedì 12 gennaio 2010

NELLA POLITICA DEI DUE FORNI LA PALLA TORNA AL CENTRO


Il gatto e la volpe, Ferdinando Casini e Massimo D’Alema, sornioni e in sodale, raggirano l’incauto Pinocchio. La creatura collodiana non è però - come alcuni ingenui o malintenzionati vogliono far credere - il Berlusca di fine impero (più identificabile nel burattinaio Mangiafuoco) ma le speranze di vero cambiamento nel nostro Paese. Da mesi assistiamo ad un’insopportabile manfrina ove la religiosissima badante delle famiglie italiane, strizzando l’occhio a destra e manca, ripristina la collaudata politica dei due forni: qui con il Pd (a condizioni capestro), là con il Pdl (condizioni aleatorie). Sempre per il bene del Paese che coincide semplicemente con le poltrone acquisite dal suo partito. Etica degli interessi collettivi? Con Cuffaro si può, pragmaticamente parlando. Non c’è da stupirsi: vecchia logica centrista, specchio non deformante dei costumi in auge nello Stivale. In nome di un’ipotetica alleanza sulle future ceneri del Pdl (probabili ma per niente certe), Casini tiene il Pd alla catena e detta condizioni che possono distruggere prima il partito di Bersani di quello berlusconiano. Con Ferdinando la palla è al centro e sui sagrati delle chiese mentre Rutelli allena i neocatecumeni in oratorio. Se il comportamento e l’interesse di Casini sono abbastanza decifrabili, meno chiari sono quelli della volpe pugliese. Confesso che mai ho capito perché D’Alema goda di una fama che lo tratteggia lucido, vincente, intelligente, carismatico, freddo e calcolatore, in ogni modo un leader naturale, anche tra chi nulla condivide del suo agire. La vulgata popolare vuole un D’Alema Rasputin, gesuita, deus ex machina di quanto accade nel palazzo, principe machiavellico, cardinale Richelieu, eminenza grigia, l’Andreotti di sinistra. Il baffuto dirigente Pd a me paia più un apprendista stregone che altro (bicamerale - ma non solo - docet). Oggi, dopo aver criticato Veltroni per l’idea suicida dell’autosufficienza e aver insistito sulla necessità di un’alleanza larga, plurima, vincente, D’Alema per impalmare Casini si accinge a potare i rami a sinistra. Il caso Puglia è emblematico. Un presidente della Regione uscente si ricandida e chiede primarie di coalizione. Il Pd, pur avendo questo strumento di partecipazione democratica nel proprio statuto, rifiuta: i centristi non gradiscono Vendola e questo sia, a costo di consegnare la Puglia alle destre. Probabilmente non c’entra che Nichi Vendola sia il solo governatore della sinistra non pidiessino (è di Sinistra ecologia e libertà). C’entra molto invece - a parer mio - la paura delle elezioni nazionali. In questo, nell’evitare le urne, Casini (e Fini) è davvero indispensabile per un governo istituzionale: la paura dei seggi fa centro! E all’orizzonte già si staglia la nuova balena bianca, l’era del gran magmatico, melmoso, governativo, pigliatutto centro. In realtà Massimo D’Alema (per altri versi e in tono più casalingo anche Ferdinando Casini) può essere considerato l’ultimo epigono dell’autonomia del politico, l’intrigante elaborazione teorica anni 70 di Tronti, Cacciari, Asor Rosa. Qui è la radice del suo iperpoliticismo, spregiudicatezza, capacità di durare. Qui è l’apparente incoerenza che si disvela in geometriche e sofisticate strategie che, inesorabilmente, cadono rovinosamente come pere mature.

E così accadrà di nuovo: la realtà non è un asettico.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 218

lunedì 11 gennaio 2010

La Russia ci costa 360 milioni di euro all’anno.


Non tutti sanno che dal 2003 e per dieci anni l’Italia si èimpegnata a pagare 360 milioni di euro l’anno per un piano di bonifica dei sottomarini nucleari sovietici. Una pietanza offerta a Putin sul piatto d’argento direttamente dal nostro presidente Berlusconi. 3 miliardi e 600 milioni di euro che, dalle tasche dei contribuenti italiani, finiscono direttamente nel baule dei tesori dello stato russo. Dal 2003 e per dieci anni questo è l’ammontare del costo che gli italiani pagano per il disarmo dell’ex Unione Sovietica. E nel frattempo, se da un canto il nostro paese ha una economia che arranca e stenta ad uscire dalla crisi, dall’altro canto le industrie statali moscovite alimentano investimenti in tutto il mondo e riempiono di ville e di oro i nuovi piccoli Zar borghesi della steppa. Alla faccia dei tanti e poveri cittadini russi. Dal 2003, grazie all’allora (e all’attuale) Presidente del Consiglio Berlusconi, l’Italia e gli italiani devono pagare una tassa pari a 18 euro a famiglia ogni anno, per aiutare il piccolo e povero stato russo che ha tanto bisogno del nostro amore, a disarmarsi da bombe ed armamenti nucleari, oltreché da scorie radioattive delle centrali elettriche. Qualcuno direbbe che diciotto euro a famiglia in un anno sono poca cosa... ma si moltiplichi la cifra per 20 milioni di famiglie, e si moltiplichi il totale per dieci anni. Certamente in Italia, con 3 miliardi e 600 milioni di euro (quasi settemila miliardi di lire) si sarebbe potuto fare molto, invece che buttarli così in faccende che non ci riguardano. Si sarebbero potuti sistemare gli ospedali, in molti casi fatiscenti; si sarebbero potute ammodernare strade e ferrovie; si sarebbe potuto fare molto per il nostro paese. Scajola qualche tempo fa ha firmato il contratto per la costruzione da parte di Fincantieri Liguria di una nave atta a trasportare combustibile nucleare, dal costo di 70 milioni di euro, che verrà regalata all’ex stato sovietico.
Tanto, come amiamo dire noi italiani, paga “pantalone”...


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 217

venerdì 8 gennaio 2010


No alle riforme! No alla Costituzione dei ricconi



Brunetta è uscito in avanscoperta subito dopo l'invito di Napolitano alla coesione e cioè al collaborazionismo del PD con la maggioranza di destra che spadroneggia sul Parlamento ridotto ad una larva, un ectoplasma di quello che è stato fino all'avvento al potere di Berlusconi e della sua cricca. Ha subito proposto di abolire l'art.1 della Costituzione che proclama il lavoro fondamento della Repubblica. Naturalmente questo comporterebbe l'abolizione di tutti gli articoli basati sullo stesso pilastro costituzionale come l'art.4 e gli artt.dal 36 al 40. Inoltre, demolito il pilastro "lavoro", cadrà anche l'obbligo per l'azienda di adempiere ad una funzione sociale oltre che di produttrice di profitto per i proprietari o gli azionisti. Non dubito che il cambio di filosofia comporterà anche cambiamenti significativi in tutto il resto. Sono convinto che la Costituzione che la destra berlusconiana e leghista ha in testa non sia tutelatrice di diritti ma portatrice di esplicite discriminazioni non soltanto per gli stranieri ma anche per le classi povere o subalterne. Più che diritti imporrà obblighi, divieti, limitazioni. Magari, come la costituzione croata, reciterà "l'Italia è la patria degli italiani" e si spingerà fino a vietare l'acquisto di beni immobili per i non italiani. Con il federalismo potrebbe anche "regolare" la mobilità interregionale. I meridionali se ne stiano nelle loro case e vengano al Nord soltanto se richiesti. La reazione del mondo politico alla esternazione di Brunetta non è stata positiva e non poteva esserlo. Il pugno nello stomaco è stato troppo violento e troppo repentino. Fino ad ieri si era parlato soltanto di modifiche alla seconda parte della Costituzione sulla quale l'accordo non potrebbe essere che unanime dal momento che nessuno vuole un Parlamento di mille e passa deputati e senatori. Ma alla destra italiana non è questo che interessa. Vuole una Carta non per tutti gli italiani ma soltanto per le classi sociali che rappresenta: finanzieri, industriali, professionisti,commercianti... Una carta che stabilisca l'egemonia di questo blocco sociale su tutto il resto della popolazione. Mentre la dichiarazione del Lavoro come fondamento della Repubblica elevava le classi lavoratrici e dava immensa dignità alla prestazione manuale o intellettuale, la nuova Costituzione dei Berlusconi e dei Brunetta risospinge i lavoratori alla condizione servile, a merce, ad elemento subalterno e sottostante l'edificio sociale. Allarmato per l'emozione destata nel Paese, Cicchitto, mente fine proveniente dal socialismo di sinistra di lombardiana memoria, ha bacchettato l'incauto: "il silenzio è d'oro". Non ha detto di pensarla diversamente ma soltanto di non scoprire subito le carte di una partita di poker che ha per posta la libertà e la democrazia.Nel PD non mi pare che si stiano strappando i capelli per la disperazione. Enrico Letta cambia discorso e si limita ad osservare che il PD non approverà modifiche alla Costituzione se prima non avrà avuto garanzie per le leggi ad personam. Una pregiudiziale che sembra più una furbata che una cosa seria dal momento che la legge ad personam può essere filtrata con altre denominazioni nelle riforme. Non credo che l'uscita di Brunetta sia un fatto isolato e pirotecnico di chi si mette un passo avanti gli altri e vuole fregiarsi dell'alloro che spetta agli avanguardisti. Ha sdoganato la questione che nei massmedia non è più un tabù. Già stamane radio tre intervistava due professori di diritto: uno a favore ed uno contro. Insomma l'articolo uno è diventato materia opinabile sul quale è lecito avere pareri diversi e contrari. E con esso tutto il resto della prima parte della Carta. E' oramai chiaro che l'obiettivo della destra non si limita a rivendicare maggiori poteri per il Presidente del Consiglio, meno controlli, subordinazione della magistratura inquirente, altissimo livello di decisionalità dell'Esecutivo. Vuole molto di più. Vuole non solo dare a se stessa ed a Berlusconi poteri straordinari e fuori dalla democrazia parlamentare ma stendere un nuovo contratto sociale in cui conterà assai di più la differenziazione che l'eguaglianza. Naturalmente con questa destra e la sua strabordante maggioranza non c'è da aspettarsi niente di diverso. Non esistono punti di mediazione diversi da quelli che lor signori hanno in testa. La cosa più saggia per l'opposizione sarebbe il rifiuto pregiudiziale ad ogni trattativa, ad ogni accordo. Fare esattamente il contrario di quanto sollecitato dal Presidente della Repubblica. Si assuma la destra la responsabilità delle "riforme". L'opposizione apra la guerra in Parlamento e nel Paese. Non ceda di un millimetro. Ogni cedimento sarà una regressione verso l'autoritarismo, la dittatura della maggioranza che diventa più forte delle leggi. La parte debole o minoritaria del Paese diventerà ostaggio della maggioranza. Meglio dimettersi in massa dal Parlamento che assistere all'omicidio della Costituzione.

La dissociazione è oggi assai più importante della coesione.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 216

giovedì 7 gennaio 2010

MITO DI SCILLA E CARIDDI
Narrano gli antichi che presso l'attuale città di Reggio Calabria, un tempo vivesse la bellissima ninfa Scilla figlia di Tifone ed Echidina (o secondo altri di Forco e di Craetis).Scilla era solita recarsi sugli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un rumore provenire dal mare e notò un'onda dirigersi verso di lei. Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde ed i capelli, lunghi sino alle spalle, erano pieni di frammenti di alghe. Era un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco che un prodigio aveva trasformato in un essere di natura divina.Scilla, terrorizzata alla sua vista, si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva vicino alla spiaggia. Il dio marino, vista la reazione della ninfa, iniziò ad urlarle il suo amore e a raccontarle la sua drammatica storia.Era un tempo Glauco un pescatore e trascorreva le sue lunghe giornate solitarie a pescare. Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, ed aveva allineato i pesci sull'erba per contarli quando ad un tratto i pesci cominciarono ad agitarsi in modo strano. Presero vigore, si allinearono in branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno in mare. Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare ad un miracolo o ad uno strano capriccio di un dio. Scartando però l'ipotesi che un dio potesse perdere tempo con un umile pescatore, pensò che lo strano fatto dipendesse dall'erba e provò ad ingoiarne qualche filo. Come l'ebbe mangiato, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino trasformarlo in un essere acquatico attratto irresistibilmente dall'acqua. Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono Oceano e Teti di liberarlo delle ultime sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce.Scilla, dopo aver ascoltato il racconto di Glauco, noncurante del suo dolore, andò via lasciandolo solo e disperato. Allora Glauco pensò di recarsi all'isola di Eea dove sorgeva il palazzo della maga Circe sperando che potesse fare un sortilegio per far innamorare Scilla di lui. Circe, dopo che Glauco ebbe raccontato il suo amore lo ammonì duramente, ricordandogli che era un dio e pertanto non aveva bisogno di implorare una donna mortale per farsi amare e per dimostrargli quanto lui si sbagliasse a considerarsi sfortunato, gli propose di unirsi a lei. Ma Glauco si rifiutò di tradire il suo amore per Scilla e lo fece in modo così appassionato che Circe, furiosa per essere stata rifiutata a causa di una mortale, decise di vendicarsi. Non appena Glauco se ne fu andato, preparò un filtro e si recò presso la spiaggia di Zancle, dove Scilla era solita recarsi. Versò il filtro in mare e soddisfatta, ritornò alla sua dimora. Quando Scilla arrivò, accaldata dalla grande afa della giornata, decise di immergersi nelle acque limpide. Ma, dopo essersi bagnata, vide sorgere intorno a se mostruose teste di cani rabbiosi e ringhianti. Spaventata cercò di scacciarli ma fuggendo nell'acqua si accorse che quei musi erano attaccati alle sue gambe con un collo serpentino che si agitava fremente. Si rese allora conto che sino alle anche era ancora una ninfa ma dalle anche in giù spuntavano sei musi feroci, ognuno orlato di tre file di denti. Fu tale l'orrore che Scilla ebbe di se stessa che si gettò in mare e prese dimora nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava Cariddi. Era questa figlia di Forco (o di Poseidone) e di Gea e per avere rubato ad Eracle i buoi di Gerione Zeus la fulminò e la tramutò in un terribile mostro marino (alcuni autori narrano invece che fu uccisa da Eracle stesso, ma fu poi resuscitata da suo padre Forco). Era destinata a ingoiare e rigettare tre volte al giorno l'acqua del mare. Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase innamorato dell'immagine di grazia e dolcezza che la ninfa un tempo rappresentava.Scilla e Cariddi, entrambe due spaventosi mostri marini, erano quindi l'una vicino all'altra a formare quello che le genti moderne chiamano "Lo Stretto di Messina" e mentre Cariddi ingoiava e rigettava tre volte al giorno l'acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attentava alla vita dei naviganti con le sue orrende fauci.


By Angelo Stelitano
mercoledì 23 dicembre 2009

Buon Natale e Felice Anno Nuovo




Ritorno il 7 Gennaio (forse....)

La Chicchetta - 215

martedì 22 dicembre 2009

Il capitalismo distrugge il mondo


Il fallimento del vertice sul clima di Copenaghen ampiamente previsto è puntualmente arrivato. La Cina che nella folle corsa alla occidentalizzazione della sua economia alla quale ha sacrificato il suo paesaggio, la sua cultura, la sua stessa identità e milioni di vite umane distrutte dall'inquinamento e dal feroce sfruttamento schiavistico delle fabbriche, non ha voluto accettare di moderare la crescita del suo PIL, il nuovo Idolo Molok. Gli USA che consumano la massima parte delle risorse del pianeta e che sono restii a porre freni vincoli e regole alle multinazionali dalle quali sono controllati sono giunti all'appuntamento mondiale di Copenaghen con una posizione debolissima. Il capitalismo sta distruggendo il pianeta nel quale viviamo, usando anche il regime "comunista" più potente e più ricco del mondo, avviato in una folle corsa verso una produzione senza fine per consumi senza fine allo scopo di creare non benessere per il miliardo di esseri umani cinesi ma una casta di qualche migliaia di miliardari-mandarini che contempleranno le ombre degli schiavi che brulicano notte e giorno nelle città immerse nello smog dall'alto di grattacieli copiati da New York. La fuoriuscita dell'economia cinese dal socialismo per un liberismo selvaggio ed atroce nelle sue crudeltà sociali è il micidiale additivo di cui il mondo non aveva bisogno per precipitare verso la fine. La natura si ribella e già ne avvertiamo terribili segnali nello scioglimento dei ghiacci e nella intensificazione degli uragani. L'inquinamento delle città produce mortalità da cancro in misura oramai epidemiologica.Il capitalismo e la sua diffusione nel pianeta è la catastrofe, una bomba ad orologeria che farà saltare ogni equilibrio. I rifiuti velenosi delle industrie hanno avvelenato l'Africa e i mari che la bagnano mentre una immensa isola di rifiuti di plastica navica negli oceani e uccide i pesci. Nei prossimi anni andrà sempre peggio ma sarà sempre difficile trovare un punto di accordo per congelare la situazione e poi invertire la tendenza. Non esiste una forza morale capace di aggregare le forze necessarie a ricondurre la speranza di un clima "normale". Soltanto una vittoria del socialismo e la realizzazione di un modello di sviluppo diverso basato sopratutto sui consumi collettivi e sulla riduzione dei consumi individuali potrebbe combattere il crescente degrado del mondo. Ma questo è fuori dalle concrete prospettive politiche anche se la crisi finanziaria del capitalismo è assai lontana dall'essere chiusa e la disoccupazione dilagante in tutto l'Occidente ne è la spia.


Insomma, la fine della storia profetizzata da Fukuyama come vittoria del capitalismo e suo trionfo sull'umanità è davvero alle porte ma è la fine dello stesso pianeta.



By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 214

lunedì 21 dicembre 2009


Il farmaco abortivo Ru486 è ritenuto sicuro in tutto il mondo.
Ma per impedirne l’uso il centrodestra sta usando qualsiasi arma



Si perdoni l’abuso di citazione di Flaiano. Ma per descrivere la grottesca evoluzione del “caso Ru486” nulla è più azzeccato del suo: «La situazione è disperata, ma non seria». Come altrimenti definire il risultato del lavoro svolto in questi due mesi dalla maggioranza in commissione Igiene e sanità del Senato per indagare sulla presunta pericolosità del farmaco abortivo, e riassunto nella relazione conclusiva del presidente Pdl, Antonio Tomassini, presentata il 24 novembre scorso? Usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, considerata farmaco essenziale dalla Oms, reputata sicura dall’Agenzia europea del farmaco, raccomandata dai più prestigiosi istituti internazionali di farmacologia (dal Royal college of obstetricians and gynaecologists all’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé, all’American college of obstetricians and gynecologists, tutti concordano sul fatto che il mifepristone è una valida alternativa all’aborto chirurgico), non appena la Mifegine-Ru486 entra nei confini italiani, secondo gli eminenti non esperti di interruzioni volontarie di gravidanza ascoltati in commissione, si tramuta in una sorta di micidiale cocktail come fosse una droga o un veleno e non un farmaco. E per questo non deve essere commercializzata.
Poco conta il fatto che già da quattro mesi, ma con oltre seicento giorni di ritardo sul termine indicato dalla legge per chiudere l’iter di valutazione, la commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco abbia dato il via libera all’uso in ospedale. L’Aifa agisce in base agli indirizzi del ministero della Salute. Ed è questo uno dei tratti più esilaranti - ma in realtà drammatici - della vicenda. Perché l’indagine del Senato è stata messa su in fretta e furia, dopo il placet dell’Agenzia, su invocazione dell'ex ministro della Salute, Maurizio Sacconi. E indovinate chi sono stati i primi “tecnici” convocati dal presidente Tomassini? Guido Rasi (21 ottobre) e Sergio Pecorelli (5 novembre), rispettivamente dg e presidente dell’Agenzia. Tenendo bene a mente che il lavoro dei senatori è pagato con soldi dei cittadini, ricordiamo che Rasi il giorno prima dell’audizione aveva affermato che «non c’erano motivi per non autorizzare la Ru486, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”».
C’è poi la questione dei decessi che si presumono legati all’assunzione della Ru486. È questo il lato più delicato della vicenda, ma il dato delle 29 morti (in venti anni, in tutto il mondo, su milioni di interruzioni volontarie di gravidanza per via farmacologica) è usato dai non esperti di Ivg come “arma” per impressionare le donne italiane e ostacolare l’uso della pillola abortiva. Tra tutti svetta Assuntina Morresi, docente di Chimica fisica, consulente del ministero nonché editorialista dell’Avvenire e, autrice di un libro contro l’aborto e la Ru486. Ebbene, tra quei 29 casi enunciati ci sono addirittura due uomini, secondo quanto ha riportato l’Aduc. Mentre tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno usato il farmaco in dosaggi e modi non previsti dal protocollo. Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso fra decesso e uso della Ru486. Ma non vale nulla ai fini dell’autorizzazione al commercio (che difatti è stata rilasciata ovunque l’aborto è legale), poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni.


Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta.



By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 213

venerdì 18 dicembre 2009

Finanziaria e fiducia: governo paralizzato




In questi giorni, sulla legge Finanziaria, è scoppiato l'ennesimo scontro nella maggioranza. Definendo "deprecabile" la decisione del Governo di chiedere la fiducia sulla legge, il presidente della Camera, Fini, ha dato fuoco alle polveri ammutolendo la maggioranza in aula ma facendola infuriare fuori. Per aiutare i lettori a capire, servono alcune spiegazioni che i giornali non sempre danno. Legge Finanziaria e Bilancio sono i documenti che fissano la politica economica del Governo. Essendo una legge ordinaria, la Finanziaria può essere emendata nel corso del suo esame. Il Governo ha però il diritto di porre su qualunque testo la cosiddetta questione di fiducia. Può cioè chiedere al Parlamento di non esaminare gli emendamenti e di votare il testo così come è. Ovviamente se il Parlamento respinge quel testo, il Governo deve dimettersi. Il ricorso alla fiducia può avere due giustificazioni. Se l'opposizione fa ostruzionismo presentando emendamenti a valanga, il governo, ponendo la fiducia, può stroncare la manovra. Se, invece, il governo teme che qualche emendamento possa passare col voto congiunto dell'opposizione e di segmenti della maggioranza, porre la fiducia lo impedisce. In queste settimane l'opposizione non ha fatto ostruzionismo. Dunque la paura del governo è l'altra. La secca dichiarazione di Fini è giustificata, anche se è forse la prima volta che un presidente della Camera scende su questo terreno. Questo conferma le fratture dentro la maggioranza. Al Senato, il presidente della Commissione Finanze, Baldassarri, esponente autorevole del Pdl, aveva presentato una serie di emendamenti che rivoluzionavano totalmente l'impostazione della Finanziaria. Vi è stata poi la violenta polemica fra Brunetta e Tremonti che il presidente del Consiglio ha contenuto a stento. Da un lato Tremonti è rassegnato all'idea che le condizioni della finanza pubblica non consentano di fare assolutamente nulla e taglia tutto il possibile. Nel Bilancio le spese in conto capitale scendono ulteriormente dal 3,4% del Pil nel 2009 al 2,3% nel 2012. È una scelta saggia? Molti ministri, la Confindustria, i sindacati e la maggior parte degli esperti pensano che sia indispensabile sostenere la ripresa economica, senza aggravare i conti pubblici e quindi incidendo sulle spese correnti. Il Governo non ha il coraggio di esplorare questa via. Fini ha quindi impietosamente rivelato la verità di un Governo paralizzato dall'incertezza. Ma ovviamente la storia non finisce qui.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 212

giovedì 17 dicembre 2009

O l'Italia cambia o ci saranno altri Tartaglia


La violentissima e rozza campagna di stampa che il Giornale di Feltri ha scatenato contro Gianfranco Fini, questa sì indice di imbarbarimento di testate dal nome glorioso, non devono far perdere di vista un auspicio in forma dubitativa che il presidente della Camera ha comunicato ieri ai giornalisti: abbiamo superato da tempo il livello di guardia nello scontro politico. Siamo calati in una palude in cui anche gli innocenti, ogni volta che si muovono, spingono fango. Siamo precipitati in un b movie, una fiction scadente in cui un premier, prima di essere bersagliato da un pazzo che probabilmente si sentiva legittimato da un clima di ostilità verso Berlusconi, è stato accusato delle peggiori e più assurde nefandezze. È un Paese normale quello in cui un premier viene paragonato a un tiranno? No, e una volta tanto ha ragione Marcello Veneziani: se c'è il tiranno, c'è il diritto al tirannicidio. Se questa idea malsana non viene espiantata, anche attraverso un'azione di moderazione complessiva del dibattito pubblico trasformato in una cacofonica caciara, ci sarà sempre qualche altro Tartaglia più o meno scemo pronto a emulare l'opera maledetta dell'elettricista psicopatico. Ma è un Paese normale quello in cui sull'opposizione, di tanto in tanto, vengono caricate accuse di golpismo, di stalinismo, di veterocomunismo o fate voi? No, neppure in questo caso l'Italia è una democrazia normale. Certa stampa cosiddetta moderata o di centrodestra c'ha messo del suo nell'inquinamento dei pozzi della nostra qualità democratica. Leggere, per dire, di Casini come "mandante morale" del gesto di Tartaglia fa accapponare la pelle, o fa girare le palle, fate voi. Qui il buonismo non c'entra, stiamo solo parlando di quel minimo di decenza che chi scrive dovrebbe rispettare. Altro che buonismo, altro che cattivismo, gemelli uguali e diversi di una nazione che ancora non ha imparato a confrontarsi sul terreno, ostico ma corretto, del conflitto tra idee, della competizione tra proposte, delle inchieste serie condotte seriamente, ovvero il contrario della campagna di Repubblica sul Berlusconi paramafioso e del Giornale sul povero Dino Boffo. L'hanno massacrato e poi Feltri ha detto: mi sono sbagliato. E pure senza fare mea culpa. Complimenti.





By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 211

mercoledì 11 novembre 2009

Prescrizione a misura di premier
l'ultimo escamotage di Ghedini


Da avvocato si è battuto per averla, da suggeritore e mente giuridica di Berlusconi la proporrà come ultima chance per salvare il suo cliente. È l'ultima trovata di Niccolò Ghedini per sciogliere il Cavaliere dai lacci dei processi milanesi, Mills, Mediaset e Mediatrade. Si può battezzare così: prescrizione del reato modello avvocati e imputati, fatta apposta per estinguere il delitto il più in fretta possibile, quindi brevissima. Ecco il meccanismo: oggi il tempo entro cui un crimine non è più perseguibile penalmente si ferma ogni volta che il processo stesso subisce degli stop, delle sospensioni dovute alla richiesta delle parti. La Cirielli consente che il recupero non possa superare i 60 giorni. Un esempio: per il prossimo 16 novembre, a Milano, Ghedini ha annunciato che eccepirà un legittimo impedimento e dirà ai giudici del processo Mediaset, in fase di riavvio dopo il congelamento del lodo Alfano, che l'udienza non si può tenere in quanto Berlusconi è impegnato a Roma per un summit della Fao. L'udienza dovrà essere rifissata a discrezione del tribunale, ipotizziamo, dopo due settimane o un mese. Con le attuali regole, la prescrizione si ferma, non corre per tutto il lasso di tempo compreso tra l'udienza saltata e quella successiva. Cosa propone Ghedini? Che essa si blocchi solo per il tempo dell'impegno, la giornata del vertice Fao nel nostro caso, visto che se il tribunale volesse, potrebbe anche fare udienza a 24 ore di distanza da quella saltata. E così, per tutte le sospensioni che il processo può subire, la prescrizione viene recuperata solo per il tempo pari alla durata dello stop. È evidente come ciò può avvantaggiare Berlusconi per via dei suoi impegni da premier e qualsiasi imputato che abbia avvocati agguerriti. Una regola graditissima ai penalisti, che per anni si sono battuti inutilmente per ottenerla, ma sono sempre stati sconfitti dalla Cassazione. È una soluzione che Ghedini spenderebbe come il danno minore rispetto a quella ben più drastica, il taglio netto di un quarto della prescrizione per i reati sotto i dieci anni.



By Angelo Stelitano
martedì 10 novembre 2009

Ora anche qui sbarca on line il Ku Klux Klan


Pare che abbia aperto la filiale italiana del Ku Klux Klan*. Non sapevamo che fosse un franchising, ma si vede che il metodo funziona anche applicato alle organizzazioni criminali iper razziste. Chiaro che il prodotto si presta. Ci sono l’odio per tutti gli altri, le uniformi, i rituali, la gerarchia, le possibilità di carriera. Tutte le attrattive che fanno la fortuna di un ampia categoria di organizzazioni, nelle quali il pensiero e la riflessione non sono esattamente al centro delle aspirazioni. Come si dice, da noi c’è mercato: il razzismo si porta molto, ed è una tendenza consolidata che non accenna a periodi di stanca. In realtà il Klan dovrebbe arrivare dopo la guerra di secessione, ma adesso non vorrei dare involontari suggerimenti a chi fosse anche troppo disposto ad accoglierli. Ci son molte cose tragicamente buffe in questa storia. Una è che per il Klan originale gli Italiani erano da considerarsi più o meno come dei subumani che imitavano la razza eletta. Quindi gli aspiranti affiliati nostrani entrerebbero con orgoglio in una organizzazione che trovava giusto e logico linciare il loro lontani parenti. L’altra è che associarsi a una organizzazione xenofoba che viene da fuori è una cosa che sfida il concetto stesso di senso del ridicolo. Infine, chissà quanti desiderano legare al Klan il loro destino, e sono proprio quelli che più di ogni cosa odiano i clandestini.


*è il nome utilizzato da numerose organizzazioni americane, di stampo spesso terroristico, che propugnano la superiorità della razza bianca. Storicamente si distinguono tre fasi del movimento: una prima dal 1865 al 1874 come confraternita di ex militari dell'esercito degli Stati Confederati d'America, una seconda dal 1915 al 1944, in cui il movimento ha assunto la fisionomia che oggi consideriamo tipica, ed una terza dal secondo dopoguerra ad oggi, caratterizzato dalla grande frammentazione del movimento in una miriade di piccole organizzazioni fra loro ufficialmente scollegate che utilizzano il nome KKK o sue varianti.
Il nome Ku Klux Klan deriva dalla parola greca κύκλος ("kyklos"), che sta per cerchio, e la parola di origine scozzese clan. Meno supportata è la credenza che abbia un'origine onomatopeica per il fatto che il suono della parola ricorda il rumore prodotto dall'azione di ricaricare un'arma.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 210

lunedì 9 novembre 2009

Berlusconi ordina, Nicolò e Angelino obbediscono



Il processo Mills e quello per i fondi neri a Mediaset. E poi, ancora, le conseguenze di quello in secondo grado al suo amico Marcello Dell’Utri, l’eventualità della riaperture di inchieste che lo riguardano a Caltanissetta, Palermo e Firenze. Berlusconi, dopo il respingimento del Lodo Alfano da parte della Corte costituzionale, ha di che preoccuparsi. Rimandata l’udienza del processo per i fondi neri per gli impegni al vertice Fao, Silvio Berlusconi sta cercando di forzare i tempi affidandosi al proprio avvocato Ghedini, che sta lavorando notte e giorno per trovare una soluzione (che possa essere accolta dai finiani) di prescrizione. Ci lavora eccome, Ghedini, nonostante le dichiarazioni rassicuranti del ministro della Giustizia Angelino Alfano, pressato dalla stampa, ha dichiarato che «il governo non sta studiando alcuna norma in materia di prescrizione ». Il tema del giorno, che sia una priorità o meno del Paese, è ormai al centro del dibattito politico e tutto ruota attorno a esso. «La riforma della giustizia non è uno sfizio di Berlusconi, né un capriccio della maggioranza, ma un’esigenza del Paese - ha proseguito Alfano -. Ho sempre detto che la riforma costituzionale avrebbe dovuto essere cornice e punto di approdo di tutte le altre riforme, e questa linea non è mai cambiata». Ma per Alfano la sede del dibattito su un’eventuale riforma non è rappresentata dalle commissioni e dalle aule parlamentari, ma dalla Consulta del Pdl presieduta dall’avvocato-parlamentare Nicolò Ghedini, appunto, e il ministro precisa che «è esattamente su quei testi che bisogna ragionare». Il ministro ha anche ribadito l’intenzione del governo di andare avanti anche «a fronte di un mancato accordo» con l’opposizione, motivando questa scelta perché «come ministro della Giustizia non mi sento di dire che non abbiamo fatto nulla ma abbiamo molto dialogato». Quanta fretta dopo la bocciatura del Lodo. Anche senza avere informatori nei “palazzi” è evidente che il premier sta facendo pressioni di ogni genere sui suoi e sugli alleati per uscire dalla strettoia che gli si presenta con la riapertura di processi che il premier sperava di aver evitato. Da qui una campagna durissima, con le polemiche e le censure alla magistratura e per accelerare i tempi in sede di proposta (che sia decreto, mini emendamento ad altro testo in discussione o disegno di legge non importa, basta che si faccia e si faccia in fretta). E questa “campagna d’autunno” sembra aver ottenuto un primo risultato con l’assenso da parte dell’Udc di Casini a partecipare alla Consulta Ghedini. A fargli da blocco non solo la sparuta pattuglia di parlamentari del Pd in ordine sparso (cosa faranno i teodem e i rutelliani in uscita?), ma soprattutto Fini e Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia a Montecitorio. Finora i due sono riusciti a bloccare sul nascere ogni escamotage dell’avvocato del premier di far uscire dal cappello da prestigiatore qualsiasi forma più o meno palese di prescrizione abbreviata che possa in qualche modo far saltare i processi che riguardano il presidente del Consiglio, in particolare quello Mills. E nelle procure e nei tribunali, consapevoli che il Pdl potrebbe mettere in atto in tempi brevi un colpo di mano, si stanno accelerando i tempi.

È una corsa contro il tempo, della quale tutti i protagonisti sono al corrente.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 209

venerdì 6 novembre 2009

LA VANDEA ITALIANA DOPO LA SENTENZA DI STRASBURGO


I Palazzi dell'Oligarchia e l'intera batteria massmediatica del Paese si sono scatenati in una furibonda contestazione della sentenza della Corte di Giustizia Europea sulla esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. Il Giornale del Presidente del Consiglio si è spinto fino alla trivialità di ingiuriare come ubriaconi i giudici di Strasburgo ed una vera e propria vandea sovrastata da alte grida si è creata dopo l'allineamento del capo della opposizione parlamentare alle critiche del governo italiano e degli esponenti del clericalismo oscurantista come Buttiglione. L'allineamento di quasi tutta la stampa e di tutta la televisione italiana al linciaggio della Corte con centinaia di articoli infarciti di falsità e retorica patriottarda ed identitaria deve fare riflettere sulla libertà di informazione rivendicata ipocritamente da una recente manifestazione di "mantenuti" del Governo che spende sette miliardi di euro l'anno proprio per avere una stampa di regime.
La sentenza di Strasburgo non c'entra niente con la laicità e la paventata deriva "laicista" dell'Europa!
C'entra molto, moltissimo con la tutela dei diritti della persona a cui non può essere imposta un simbolo religioso in cui non si riconosce o perchè di altra fede o perchè ateo. La sentenza è perfettamente coerente con il Diritto italiano che in una recente sentenza della Cassazione favorevole al giudice Luigi Tosti ha affermato lo stesso principio peraltro rispettoso dell'art.8 della Costituzione che testualmente dice: "tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge". Soltanto se una legge italiana modificasse la Costituzione tornando a fare della religione cattolica la sola è unica religione di Stato sarebbe illegittima la sentenza di Strasburgo. Ma lo stesso Vaticano, nel 1984, ha riconosciuto essere la religione cattolica soltanto una delle confessioni religiose che lo Stato ammette nel suo ordinamento. In quanto al Crocifisso simbolo della identità nazionale bisogna osservare che soltanto dal 1922 con leggi volute dal fascismo per recuperare il consenso della Chiesa e dare un fondamento "spirituale" ad un regime violento e totalitario è stato introdotto nelle scuole e poi negli uffici pubblici per diventare infine espressione della religione di Stato con i patti lateranensi del 1929. Fino ad allora lo Stato nato dal Risorgimento aveva affidato l'identità italiana agli ideali che Cavour, Mazzini, Garibaldi avevano posto a base dell'unificazione del Paese. Nella storia millenaria d'Italia il Crocifisso non sempre ha avuto un ruolo positivo e benefico. Migliaia di disgraziati come Giordano Bruno e le vittime della Inquisizione sono state torturati e bruciati vivi con l'assistenza di un monaco o di un prete muniti di un Crocifisso che veniva mostrato ai condannati invitati alla conversione ed al pentimento per non parlare dell'uso che se ne è fatto nelle conquiste coloniali e nell'aggressione crociate ai popoli dell'Islam. Dalla dichiarazione di Costantino che fece del cristianesimo instrumentum regni fino al tardissimo settecento il Crocifisso è stato usato per sopprimere i "miscredenti". Ricordo per tutti il martirio di Ipazia, grande filosofa e matematica alessandrina, torturata, scorticata viva e poi squartata da ferocissimi monaci. Negli Usa il KKK pianta enormi croci brucianti nei luoghi dove massacrano i neri o i "diversi". Certamente il cristianesimo nel corso della sua storia ha sviluppato anche valori positivi specialmente di solidarietà. Per questi i cattolici che sono davvero cristiani e non vogliono fare violenza agli altri non condividono l'esposizione del crocifisso nei pubblici uffici e non avallano la deriva sanfedista imposta da Benedetto XVI e dalla Chiesa di Ruini e Bagnasco. Ma, si troveranno in difficoltà come tutti i laici italiani dal momento che i Palazzi della politica ribadiscono il diritto al monopolio cattolico mentre l'italia diventa multietnica. La sentenza civilissima di Strasburgo in Italia ha sortito l'effetto paradossale di allargare il fronte identitario, fondamentalista, razzista. La sentenza sarà disattesa. Berlusconi non dichiara forse che se i giudici lo dovessero condannare resterà al suo posto al governo? Perchè dunque il Crocifisso non dovrebbe continuare ad essere esposto nelle scuole e negli uffici pubblici?

I giudici italiani sono rossi. Quelli europei ubriaconi.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 208

giovedì 5 novembre 2009

L’INFLUENZA DIMENTICATA

Quando finirà questa conta quotidiana dei ricoverati e dei morti per influenza A? Prima o poi finirà, per overdose. Dall’apertura dei telegiornali si passerà a metà notiziario e poi in coda, senza filmati. Dai singoli decessi si passerà a raggrupparli per decine e poi se ne parlerà sempre meno. Non potrà essere che così. Il viceministro Fazio dice che l’influenza A ha un grado di letalità dieci volte inferiore a quello di una qualsiasi altra influenza classica. Però è più contagiosa. Allora, se la classica influenza stagionale causa circa 8.000 decessi l’anno per sopravvenute complicazioni, potremmo prevedere un migliaio di morti per l’influenza A. Sarà possibile, nei prossimi cinque mesi, dare conto quotidianamente di circa 9.000 morti, quando negli altri anni non si è dato conto nemmeno di uno? Sarebbe ora di ammettere che sull’influenza A si è creato un circo mediatico morboso, non giustificato dalla gravità del virus di cui si parla e che serve soltanto a creare e diffondere paura. Ogni anno si parla di epidemia influenzale e nessuno si allarma. Questa primavera, l’Organizzazione mondiale della sanità ha avuto la bella pensata di parlare di pandemia, che non è altro che un’epidemia mondiale. E' bastata questa parola, insieme al bollettino sui livelli d’allarme, a creare la paura globale. Intanto, ogni governo va per conto suo. Quello francese ha ordinato vaccini per il cento per cento della popolazione, quello spagnolo per il sessanta per cento, quello italiano per il quaranta per cento. In Ucraina, dove l’influenza A è diventata oggetto di scontro politico in vista delle prossime elezioni, il governo ha deciso la chiusura delle scuole per tre settimane e l’annullamento degli eventi pubblici. Risultato: panico e assalto alle farmacie. Sarebbe ora che dalle autorità arrivasse un messaggio chiaro, univoco e comprensibile. Finché si dice che l’influenza A è meno aggressiva e letale della normale influenza stagionale e contemporaneamente si invita ossessivamente a vaccinarsi contro il nuovo virus, mentre per quello dell’influenza stagionale non si fa alcun invito del genere, la gente rimarrà sempre più disorientata, con la sensazione che qualcosa di preoccupante le venga nascosto. Se la vera ragione per una vaccinazione di massa contro l’influenza A non è di carattere sanitario ma è quella di evitare troppi ammalati contemporaneamente, con un rischio di paralisi dell’economia e dei servizi, è ora di dirlo chiaramente.
Altrimenti si spieghi perché non c’è mai stata e non c’è la stessa pressione a vaccinarsi contro l’influenza stagionale, che è dieci volte più letale.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 207

mercoledì 4 novembre 2009

Dimissioni? Meglio parlare di abdicazione.


Il nostro Presidente del Consiglio ha fatto sapere che non si dimetterebbe neppure se venisse condannato da un tribunale. Immagino che la dichiarazione non abbia turbato i sonni dei bookmaker. Nel caso avessero accettato scommesse su questa vicenda. Diciamo che probabilmente la quotazione era la stessa che offrivano a chi scommetteva che Fininvest avrebbe pagato sull’unghia i 750 milioni di euro del risarcimento che è stata condannata a versare per il caso del lodo Mondadori. Cioè, teoricamente son tutte cose possibili, ma poi ne parlerebbero a Voyager di Rai2 insieme alle teorie circa gli alieni che affondano Atlantide su incarico del mostro di Loch Ness. Inoltre abbiamo visto che situazioni che a chiunque altro causerebbero rapide dimissioni e ampia disapprovazione ad altri invece scivolano all’incirca come l’acqua sulle penne delle anatre. Alcuni sospettano che la spiegazione sia in un uso innovativo di una sostanza già nota: noi credevamo fosse fondotinta, invece era teflon. Resta un dubbio: se esista in natura qualcosa che in questo caso possa separare l’uomo dall’incarico, il fantastiliardario dal politico, il legislatore dal delegittimatore. Magari è solo una questione di termini. Come si può pensare che da certe posizioni si accetti di parlare di minuzie come le dimissioni? Si potrebbe porre la domanda con più delicatezza. Che so, parlando di abdicazione.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 206

martedì 3 novembre 2009

Condannati a guardare la morte snaturata


Il video dell’esecuzione nel quartiere Sanità di Napoli e le foto post mortem di Stefano Cucchi confermano che viviamo nella “civiltà delle immagini”. Ciò si porta subito dietro la domanda del perchè e del modo in cui questa polluzione totale delle immagini e, in particolare, di quelle della morte faccia parte intrinseca di questa nostra cosiddetta “civiltà”. Sembra fuor di dubbio che il tempo della modernità sia caratterizzato da un’ossessionante pulsione a vedere, a oltrepassare l’iconostasi che tradizionalmente ha posto un confine tra il profano e il sacro, tra il visibile e ciò che deve restare invisibile, non solo perchè c’è un potere che lo impone, ma perchè quella barriera fonda un sistema di valori e una visione dell’uomo. Non tutto deve essere visto e non solo per una rimozione, ma perchè è a partire da quel discrimine che si costituiscono il pudore di sè e il rispetto dell’altro. Vale a dire che l’esteriorità assoluta porta con sè una violazione reificante della dignità e dell’essere persona. Detto altrimenti: la morte può diventare la replica di qualcosa che s’iscrive nell’ordine dell’orrore e del mistero della vita fino alla banalità seriale che assimila un omicidio efferato all’azione moviolizzata di una partita di calcio o di una coppia in calore in una casa-reality? In questi anni abbiamo visto sempre di più e, ogni volta, la soglia ha continuato a spostarsi: i cadaveri dei Ceaucescu, le decollazioni degli ostaggi in Iraq, i resti vilipesi dei soldati catturati, i cadaveri smembrati dai kamikaze.. e, in parallelo, le immagini di una quotidianità risucchiata da un’occhio ubiquo, in cui entra sempre più spesso l’effrazione della normalità con le rapine al supermarket, un ponte che crolla, uno tsunami che arriva.. Vedere, vedere, vedere sempre più. Che non sia una pulsione obbligata per una condizione antropologica che ha smarrito il senso dell’invisibile e, inconsciamente o meno, s’illude di saturare quell’assenza con questa bulimia dell’immagine, dislocandone via via il bordo, alla ricerca di quella assoluta e ultima? Che in quanto tale non può essere mai raggiunta. Impressionati dalle immagini di questi giorni, alcuni si levano a ricordare che la visibilità della morte può essere giustificata solo dal diritto/dovere dell’informazione.
Giusto, ma siamo noi che, nell’appiattimento della vita sull’immagine, siamo condannati a guardare.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 205

lunedì 2 novembre 2009

Un bastoncino e una carotona stile baobab

La Svizzera protesta contro il trattamento che l'Italia sta riservando alle sue banche. Pare infatti che negli ultimi tempi ci sia un'impennata di controlli nelle sedi italiane degli istituti elvetici. Par di capire che si trovino la Guardia di Finanza in sede un giorno sì e uno anche. Buffo sentir dire che la Svizzera protesta perché c'è troppa Finanza. Io sapevo che era il posto più finanzario di tutti. E naturalmente è strano sentire che le banche non sono contente del fatto di richiamare i finanzieri, ma si vede che dipende da cosa si intende. La cosa meno carina, dal punto di vista dei contribuenti italiani è naturalmente che questa raffica di controlli avvenga proprio a ridosso dei termini dello scudo fiscale, altrimenti detto norma riacchiappacapitali costi quel che costi, e perdoni quel che perdoni. In pratica sembrerebbe che si faccia davvero di tutto per spingere chi ha portato illecitamente soldi all'estero a farli rientrare. Con il metodo del bastone e della carota. Solo che il bastone non sembra chissà che, e la carota sembra un baobab. Vien quasi voglia di esportare soldi e riportarli, per pagare meno tasse. Vediamo il lato positivo: adesso sappiamo che i controlli a tappeto si possono fare. Sarebbe bello farli anche senza fare condoni. Così magari invece di richiamare con tutti gli onori i capitali illegali, facciamo passare la voglia di farle, le cose illecite.


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 204

venerdì 30 ottobre 2009

I VELENI DI STEFANIA
E così non è la Cunsky. Il relitto che giace davanti a Cetraro è di un’altra nave. E tanto basta al Ministro Prestigiacomo per salutare con entusiasmo la notizia e bacchettare quanti avrebbero seminato «paura e allarme sociale, senza avere riscontri attendibili ». Sono stati necessari ben 45 giorni perché i potenti mezzi del ministero dell’Ambiente, anzi, di una società privata noleggiata in corsa (si fa per dire…), ci dicessero che il nome non era quello indicato dal pentito. E finalmente si è fatta sentire la voce del Ministro, che di 45 giorni non ne ha trovato uno libero per affacciarsi in una Regione dove si sta consumando uno dei più grossi scandali ambientali del nostro Paese, squarciando faticosamente veli di silenzi e di omertà. La Calabria è in ginocchio, caro Ministro, e non per colpa di allarmi immotivati, ma a causa dei veleni veri ritrovati fin nei capelli dei bambini di Crotone, per colpa delle troppe morti documentate dall’Arpacal nell’area della collina di Ajello, per l’alto tasso di radioattività dichiarata dal Suo Ministero, per gli inquinanti trovati sulla costa che hanno convinto la Capitaneria ad emanare un’ordinanza per vietare la pesca in un ampio tratto di costa tirrenica. L’Arpa, il Ministero, la Capitaneria, ecco chi ha lanciato l’allarme. E poi le Procure, a partire da quella di Reggio Calabria, che da tempo indica nell’area dell’Aspromonte i luoghi d’interramento di rifiuti e che da anni cerca di venire a capo del mistero della Rigel, la nave che non si è mai voluta cercare. E la Procura di Paola, la cui tenacia ha consentito di trovare i rifiuti tossici nel torrente Olivo e la cava radioattiva. E poi quella di Lagonegro, che chiede di approfondire le indagini sul relitto individuato di fronte a Maratea. Che ci siano tante navi affondate con rifiuti tossici e radioattivi è una verità. Che altrettanti rifiuti siano stati interrati dalla ‘ndrangheta sulla terraferma, purtroppo, è un’altra drammatica verità. E se il relitto davanti a Cetraro non è quello della Cunsky, invece che tranquillizzare, procura ancora più ansia, perché allunga i tempi della verità. Bisogna tirare fuori i rifiuti interrati sotto il torrente Olivo, bonificare ampie aree della città di Crotone, indagare le cavità dell’Aspromonte e i segreti cunicoli della diga sul Metramo, bisogna cercare la Rigel, la Yvonne A, la Michigan…
e bisogna che il Governo, non solo il Ministero dell’Ambiente, prenda atto che questa vicenda è più grande, molto più grande della nave che giace di fronte a Cetraro.

By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 203

giovedì 29 ottobre 2009

Un erede di Ghino di Tacco?


Vorrei tanto sbagliarmi, ma mi pare sia in atto una corsa all’eredità di Ghino di Tacco. Il quale – per chi non lo sapesse - era un brigante del XIII secolo che imponeva tasse e balzelli a tutti coloro che dovevano passare (e non c’era altra via) sotto la sua rocca di Radicofani. Sia che provenissero da destra, sia che provenissero da sinistra. Ghino di Tacco fu l’appellativo appioppato a Bettino Craxi (di Eugenio Scalfari la primogenitura) da tutti coloro che contestavano il fatto che il Psi mettesse sul mercato (nazionale e locale) la sua indispensabile alleanza. Al miglior offerente. Così da ottenere con il minimo del consenso popolare (sempre poco oltre il 10%) il massimo del potere: ministeri, assessorati, governatori, sindaci, banche, Rai e quant’altro. In pole position per il Ghino di Tacco d’oro c’è ora Umberto Bossi. Il quale chiede continui balzelli al Cavaliere, forte di un consenso popolare che, spalmato sull’intero territorio nazionale, non si distacca molto da quello del miglior Craxi. Ma a insidiare il primato di Bossi, ecco i “terzisti”. Casini (da un pò di tempo) e Rutelli (da oggi). I quali pare non vedano l’ora di fare l’ago della bilancia. Con gli stessi numeri, grosso modo, di Craxi allora e di Bossi oggi.
Chi sarà l’erede di Ghino di Tacco?


By Angelo Stelitano

La Chicchetta - 202

mercoledì 28 ottobre 2009


SOLIDARIETA'? SI, ALLE FIGLIE


Niente come uno scandalo di letto eccita l’attenzione degli italiani. Se poi la persona in questione è ricca, famosa, potente, e porta avanti la sembianza di una normalissima famiglia cattolica, la curiosità è garantita. E, infatti, la triste vicenda Marrazzo ha subito sostituito partita e motomondiale nelle conversazioni. Che l’Italia sia un Paese cristiano si è capito dalla solidarietà bipartisan per lo sventurato governatore e le sue “debolezze”. La più pelosa delle solidarietà arriva da destra. Il governatore del Lazio riequilibra la partita dei puttanieri tra gli schieramenti che, a oggi, vedeva la destra in gran vantaggio. La solidarietà di destra costa poco, poi, perché, in realtà, da quelle parti, sanno che la gente la differenza tra la Carfagna e Brendona la capisce, eccome. Quello che ferisce di più, però, è la critica/non critica di sinistra. Non parliamo di quel piccolo gruppo che ha legittimamente eletto a propria immagine e simbolo il trans, e che a letto teorizza il queer, ovvero la teoria del “n’do cojo cojo”. Quelli sono adulti che il “marrazzo style” l’hanno sempre sostenuto, ed è giusto che continuino a praticarlo (con maggiorenni possibilmente). Colpisce di più la reazione della sinistra “perbene” e moderata alla Concita De Gregorio. O meglio la “non” reazione. La direttrice dell’Unità domenica sosteneva in un editoriale che «chiaramente » Marrazzo era migliore di Berlusconi, enumerandone le superiorità, nella teoria e nella prassi. Marrazzo essenzialmente sarebbe migliore perché si è dimesso, e perché Natalì e Brendona non sono diventate assessori al traffico e/o alla cultura. La brava direttrice scoprirà presto, dal fornaio e dal parrucchiere, cosa ne pensano davvero gli italiani. Ma la cosa più triste non sono stati i tentativi di dipingere Marrazzo come un signore che erra sì, ma con dignità e senso dello Stato.
La cosa più triste è la solidarietà. Gliel’hanno espressa quasi tutti al governatore. Poi è stato lui stesso a raccontare l’urlo disperato di sua figlia Chiara, la più piccola delle tre, mentre apprende la storia di papà e Brendona alla tele. Eppure di articoli in solidarietà delle tre figlie ne abbiamo letti pochi.
A loro la mia solidarietà. All’ex presidente solo l’invito a trovarsi un buon terapeuta.

By Angelo Stelitano


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